lunedì 31 dicembre 2007

Chi ha paura di Giuseppe Garibaldi?

a cura di Nico Carlucci
articolo di Rosaria Impenna

Pur essendo appassionata di storia e particolarmente interessata a quella risorgimentale, vi confesso che proprio non ricordavo l’anno di nascita di Giuseppe Garibaldi. A tal proposito, qualche giorno fa, in occasione dello sciopero studentesco contro la Riforma Fioroni, nei corridoi “vuoti” di questo Istituto, parlando coi colleghi fra un insolito, piacevole silenzio, sono venuta a conoscenza della famosa e importante ricorrenza. La cara collega Gigia Baldi, apre infatti un cartoncino ben piegato, sbircia con attenzione e, ad alta voce informa che presto, nei giorni seguenti, si sarebbe tenuto un Convegno: Garibaldi e il Garibaldinismo Pavese, nel bicentenario della nascita dell’eroe. Leggendo con maggiore accortezza il programma cogliamo la ricchezza e l’indubitabile interesse che l’insieme della manifestazione dovrebbe avere. Essa, infatti, si svolgerà nell’arco di un’intera giornata, il 19 ottobre, tra conferenze, incontri con storici, visite e sopralluoghi in località di supremo interesse perché vissute in particolari circostanze dall’eroe. Con la carissima Maria Rosa Beltrami, ascoltiamo interessate le informazioni date dalla collega, ne restiamo sedotte e, senza pensarci troppo, decidiamo di partecipare con rispettive classi a seguito. L’entusiasmo si è tramutato presto in gesto e nel giro di un’ora era tutto organizzato grazie, ovviamente, all’efficiente supporto della segreteria. I ragazzi, assenti per lo sciopero, sarebbero stati informati il giorno seguente e, attraverso le autorizzazioni da controfirmare, anche le loro famiglie. I giovani, a cui raccontiamo l’iniziativa si entusiasmano subito e, considerando la loro indifferenza alle cose culturali, ci incoraggiamo. Così, nei giorni successivi fra timide euforie, speranze di ogni tipo e petulanti preparativi di ordine burocratico, ci teniamo costantemente informate non perdendo l’occasione per ricordarci la bontà dell’iniziativa. La mattina della vigilia, giovedì 18, arrivo a scuola un po’ prima, fotocopio per ogni alunno le tre paginette fitte del programma, così penso, non avranno il tempo utile per perderlo, cerco le colleghe per le ultime indicazioni, infatti, così è. Incontro la cara Maria Rosa, e con fare pacato, ma insieme perplesso e lievemente adirato mi informa che alcuni colleghi dei rispettivi consigli di classe non hanno firmato l’autorizzazione poiché l’abbiamo presentata con eccessivo ritardo rispetto ai leciti tempi burocratici. Il capo di Istituto ne ha dovuto prendere atto e archiviare pertanto il progetto.
Bene, confesso che per me, nativa dell’Etruria romana trovarsi, nel bicentenario della nascita di Garibaldi, nelle terre in cui l’eroe e i suoi più valorosi collaboratori hanno vissuto momenti di indicibile importanza per l’Unità della Nazione, rappresentava probabilmente qualcosa di molto particolare. Così, ho deciso di pensare che in fondo, sia io che Garibaldi dovevamo essere puniti. E ho preferito pensare che in fondo, questo uomo così particolare, questo italiano così atipico, questo eroe sempre pronto a correre dove c’era bisogno di portare libertà, che agiva con coraggio e umiltà, e soprattutto, senza chiedere mai nulla in cambio, fino ad obbedire quando lo si obbligava a farlo, ebbene, un uomo così unico e straordinario, oggi come allora, probabilmente fa ancora tanta paura agli italiani! Sì, i miei colleghi, da bravi italiani, come assai di frequente accade, sono i primi a rinnegare il valore dei tanti grandi connazionali. Figuriamoci l’inquietudine che può ancora rappresentare l’omaggio a un uomo che agiva per il bene della comunità, eroicamente, senza risparmiare mai nulla di sé, riuscendo nelle imprese, senza chiedere il conto a nessuno! Altro che impedimenti di ordine tecnico-burocratico, il dispettuccio era interamente rivolto a Garibaldi e a me, papalina irriverente alle gesta dell’eroe, che ancora oggi devo pagare lo scotto per non aver permesso a un uomo così straordinario di liberare la mia terra da quell’Altare che per tanti anni ancora la terrà soggiogata e umiliata.




Vigevano 19-10-07

giovedì 13 dicembre 2007

Era informatica e nuovi Dèi: la Trascendenza che muore

di Nico Carlucci

E’ possibile, oggi, parlare di divinità se capiamo quelle che sono le nuove categorie dello spazio e del tempo all’interno delle quali noi, uomini moderni, viviamo. Nell’era del globale e della tecnologia digitale esse non sono più riconducibili ad un territorio specifico, circoscritto, delimitato dai confini; il tempo, inoltre, non è più la ripetizione di un evento salvifico o l’ attesa del Salvatore come, per esempio, per il popolo ebraico.
Il nostro è il mondo del Digit e quindi, credo, della frantumazione attonita di vecchie categorie e di una fisica che si basava su una particolare concezione della materia. Di conseguenza, è la stessa immagine del divino che cambia.
Il computer prende il sopravvento, diventa Dio, sostituisce divinità e spiriti del passato in un modello di mondi virtuali, di bombe informatiche, di tempi e spazi che non sono più “locali".
Sulle riviste scientifiche e di divulgazione, appaiono titoli del tipo: E il computer creò l’uomo; Divino cybor: Immortalità del digitale (“L’espresso”, 26 giugno 2003, nr.26 pp.34-40 , Roma, Gruppo editoriale L’Espresso).
E’ l’era della divinità-macchina che vede tutto e sa tutto, con un occhio che spia e sembra rassicurare nella simultaneità e ubiquità della sua presenza. Un occhio che è “da nessuna parte e dovunque”: al lavoro, a scuola, nelle banche, negli ipermercati. L’uomo occidentale, in realtà, sembra essere sottomesso ad una “tecnologia integrale” ad “un dominio delle reti e dei programmi” (Jean Baudrillard, Power Inferno, Editions Galilée, 2002) che informano anche il divino.


SPAZIO SACRO, TEMPO SACRO

Ma per meglio capire tutto questo, bisogna partire proprio dal tempo ciclico e dallo spazio “sacro” studiati dai fenomenologi, dagli storici delle religioni, dagli antropologi. Essi hanno evidenziato il modo in cui queste categorie strutturano l’universo culturale e quindi anche le religioni.
Il tempo ciclico è il tempo della ripetizione che torna sempre su se stesso perché deve ripristinare il momento di origine, quello iniziale della “perfezione” da cui l’uomo si è allontanato; e lo fa attraverso le feste in onore degli dei offesi, con la celebrazione degli avvenimenti fondanti della vita del gruppo. I mesi, le stagioni passano e tornano ogni anno, con i loro temi, con la loro coloritura timbrica. Gli uomini e le donne li accoglieranno con onore e omaggi. Anche le divinità, che ai mesi sono legate, torneranno e non come ricordo, ma come presenze da osannare o esorcizzare. Nel mondo romano l’ anno cominciava col primo Martius (mese sacro a Marte); Junius (giugno) e Julius (luglio) erano dedicati rispettivamente a Giunone e a Giulio Cesare che era nato proprio in quel periodo dell’anno. Il Ferragosto, oltre a celebrare , oggi, una festa mariana, quella dell’Assunzione, coincide anche con le feriae Augusti, volute dall’imperatore romano Augusto (da cui agosto), venerato come dio.
Ma è soprattutto presso le culture di livello “etnologico” che il tempo ciclico è ancora allo stato puro, non contaminato da quello lineare, come avviene in Occidente. E’ il tempo fermo (il “non tempo”), per esempio, degli indigeni d’America, non proiettato sul futuro, dove il mito torna, di generazione in generazione, sulle verità del gruppo che le racconta e che le vive.
A proposito basta ritornare a leggere quanto hanno raccolto minuziosamente alcuni antropologi ed etnologi americani (Onorate il grande spirito: testi e testimonianze degli indiani d’America, a cura di Franco Garnero , Milano, Tascabili Bompiani, 1999). Ma non solo: anche il mito dei greci, dei romani, i miti dell' Amazzonia (Le fiabe più belle del mondo a cura di C. Gatto Trocchi, Milano, Mondadori, 1988) e di altri popoli, antichi e moderni, parlano lo stesso linguaggio.
Lo spazio di cui raccontano è uno spazio individuato, circoscritto, appunto, conosciuto e quindi “sacro”: un monte, una foresta, una grotta, una fontana.
In Occidente e nel mondo mussulmano lo spazio sacro, spesso, è reso tale dalle apparizioni ; è il tempio, il santuario, la moschea che il pellegrino raggiunge mettendo, attraverso il suo cammino, in moto la potenza del suo “andare”, un percorso riconoscibile, che altri dopo di lui compiranno (Ida Magli, Gli uomini della penitenza, Milano, Garzanti, 1977)
Lo spazio sacro ha un nome e una geografia: Roma, Tours, Compostella, la terra Santa, La Mecca.
Il suo tempo è quello liturgico, della ripetizione ciclica, appunto, di un calendario che segna le sue feste, salvifiche e operanti per i fedeli: Natale, Pasqua, primo giorno del Ramadan ecc.
E’ nello spazio sacro e nel tempo ciclico che le divinità hanno un nome e un sesso.
Ma oggi che si parla di spazio planetario, di mondo digitale, vediamo lo sgretolarsi delle vecchie categorie antropologiche. Marc Augè , a proposito della surmodernità, fa un’analisi accurata dei “non luoghi”: aeroporti, autostrade, grandi magazzini, mercati borsistici, grandi catene alberghiere (Marc Augé: Non-lieux,Paris, Seuil, 1992) E’ questo il mondo del globale che segna anche l’avvento della New Age e degli spazi virtuali. La tecnica che lo accompagna segna la morte del simbolico che, viceversa, è proprio dei luoghi e delle religioni tradizionali.
Il tempo , allora, diventa “tempo reale”, quello dell’accelerazione del digitale, della telematica.
All’interno di queste coordinate, le divinità di oggi non hanno più nomi, non sono più né maschi né femmine, non vengono spiegate da un mito o da una teologia perché sostituite, in ultima analisi, dalla tecnologia informatica. Il computer è Dio, telepresente, onnipresente.
Il mondo virtuale si impadronisce della verità, dei corpi attraverso l’accelerazione, perdendo il tempo locale e il luogo con la loro storia e con le loro tradizioni. Il tempo mondiale per mezzo di internet, infatti, cancella con la sua istantaneità la realtà delle distanze. E’ all’interno di questo sistema logico che Donna Haraway, per esempio, docente dell’università di San Diego, può dire che l’incarnazione di Dio si rinnova oggi nella macchina: “Il cyborg, l’uomo in cui sono stati introdotti elementi artificiali e tecnologici , è una nuova simbolizzazione del divino”.


NUOVE APPARIZIONI

Inizialmente la Chiesa cattolica non vedeva di buon occhio Internet. Ultimamente le cose sono cambiate e la Chiesa ha incominciato a farne uso. Perfino la Madonna, la madre di Dio, secondo la teologia cattolica, parla e “appare” attraverso la rete, come ci dimostrano gli innumerevoli siti nati in suo nome. E sono, spesso, apparizioni che passano attraverso immagini piangenti, stigmate sanguinanti, come evidenzia Paolo Apolito in Internet e la Madonna. Sul visionarismo religioso in Rete”( Milano, Feltrinelli, 2002). Internet diventa, allora, il luogo delle apparizioni, un luogo di “comunità virtuale", di fedeli-navigatori che si scambiano preghiere e consigli senza mai vedersi, né incontrarsi.
La Madonna, la Madre di Dio, la Regina del cielo e della terra passa, così, al virtuale. E’ questa, in ultima analisi, una religione della “solitudine”, la solitudine del navigare in rete , dei non luoghi della surmodernità a cui ho accennato. Trattasi, in realtà, di una Madonna muta, quella di Internet, cliccata che si manifesta a seconda delle icone e dei file che il credente apre. La sua immagine in rete, comunque, sa di miracolo. E’ bella, luminosa, circondata di luce e soprattutto è “interattiva", controllabile attraverso il mouse.
Alle apparizioni sullo schermo della Madonna possiamo affiancare l’esperienza di chi, invece, memorizza su un cd la sua anima per vivere in eterno come il colonnello a riposo Dave Hughes di 74 anni di Colorado Springs : “Sto lavorando a un software che sarà in grado di studiare e interpretare tutto quanto ho scritto, prodotto e memorizzato nella mia vita sul mio computer, integrandolo con dati e informazioni che il pc riceverà dopo la mia dipartita. In questo modo, chi vorrà consultare il mio spirito digitale potrà farlo in ogni momento” ("L'espressso",op. cit. p. 39). Ecco vinta la morte senza le religioni ufficiali, senza riti di passaggio, senza simbolismi, senza divinità tradizionali, con l’uso della sola tecnologia. L’eternità si fa digitale, il computer crea e rende immortali. E’ "dovunque e in nessun luogo", onnipresente. Ma una Madonna “costretta” ad apparire tramite Internet e un’anima digitale come quella di Hughes non creano né trascendenza, nè simbolismo che hanno, viceversa, alimentato l’arte, la musica e anche la religione. La tecnologia di per sé esclude il livello del simbolico, tutto ciò che aveva fondato il Sacro. Da qui la sparizione, oggi, nell’ ambito dell’immaginario artistico-letterario, del mito di origine, del tempo ciclico e dello spazio sacro, del rito di iniziazione, del concetto di rivelazione, del rituale che hanno fondato le religioni di tutte le popolazioni che conosciamo.
E’ difficile sapere dove tutto questo ci porterà. Gli artisti che del simbolico hanno fatto largo uso, riusciranno ancora una volta ad indicarci una strada attingendo dallo spazio planetario della solitudine del "non luogo"?