domenica 29 ottobre 2017

Quale antropologia

     di Nico Carlucci


     Ho cercato di capire l’atmosfera culturale questa volta partendo da quello che fanno gli altri antropologi, quelli che insegnano all'università, gli antropologi, sì, la mia “ricerca sul campo”. Come al solito tutto era nascosto nell'ovvio pur essendo sotto gli occhi dei più. Mi serviva per toccare con mano responsabilità consapevoli o meno, per riassumere in una sintesi “gestaltica” la contemporaneità della nostra specie Sapiens-Sapiens e ritrovarmi ancora in angoli di mondo che venivano fatti rientrare, comunque, nella globalizzazione. Non sarà difficile, così seguire direzioni di viaggi clandestini, di uomini e donne che il politicamente corretto ha deciso di chiamare “profughi” dicendo le bugie e giocando con la malafede. Così molti giornalisti, politici, uomini di governi insieme all’uomo vestito di bianco si allontanano dagli Italiani. Tutto è chiaro quando unisci i tasselli di un modello culturale mai velato, quando si usano le tecniche di una lettura appropriata, un’ermeneutica interpretativa “compiuta”. Alcuni antropologi non contenti della cultura come loro oggetto di studio parlano di Natura, di un’antropologia della natura che finisce con il superamento dell’Occidente cattivo che aveva voluto il primo concetto in forma direi “liberante”. Non più cultura, quindi, ma oltre la cultura da parte di molti. Oltre la cultura, questa volta, perché i popoli dell’Amazzonia non ci credono, non la “separano” dalla Natura come pure i lontani eschimesi della taiga che restituiscono agli animali giustamente quello che hanno sottratto loro, il cibo diventando essi stessi cibo: alle foche viene data, per esempio, la placenta umana. Superiamo l’antropologia culturale, il culturalismo di Boas, Kroeber, Benedict e altri che parcelizza troppo e accogliamo un mondo ecologico, femmineo, la Natura, evitata da chi ha difeso con una spada lucente l’Occidente. Diciamo di “no” a questo, alla cultura, ma anche alle etnie che sono un’invenzione degli antropologi colonialisti insieme ai confini delle terre dell’Africa. Religione, popoli, linee mai distinte superati dal meticciato che tuttavia finisce con essere un nuovo mito di fondazione. E’ vero, bisognerebbe soffermarsi più a lungo su questi antropologi, ma finirei con il perdere il mio giro lungo con il quale capisco me, l’Occidente colpevole per molti di occupazioni, domini e mai attore, forse, del “migliore dei mondi possibili”.  Non bisogna dire ciò, il pensiero unico non lo permette, il politicamente corretto incombe. In coro molti corsi universitari abbassano il concetto di identità, evviva, quindi il “Noi”, il concetto di imitazione che anche gli animali conoscono, sì, gli animali che vestono gli abiti degli umani e gli umani quelli dei non umani in una terminologia e ruoli de-reale. In questa danza di meticciato, di confini che non esistono, il “refrain” è di un oltre la cultura per ritualizzare, in ultima analisi, la Natura da parte degli antropologi; diventiamo, suvvia, plurali. 



venerdì 18 agosto 2017

Dimissioni di un Papa: 11 febbraio 2013

di Nico Carlucci

 
     Ci sono sospetti riguardo ad un presunto complotto internazionale che avrebbe indotto Joseph Ratzinger ad abbandonare la cattedra di San Pietro. Ora c'è un autorevole uomo di Chiesa, l'arcivescovo Luigi Negri, che fa propria l'idea del complotto americano. In una lunga intervista a un giornale online di Rimini, Negri parla di «motivi gravissimi» dietro la rinuncia di Benedetto XVI. «Sono certo dichiara - che un giorno emergeranno gravi responsabilità dentro e fuori il Vaticano. Benedetto XVI ha subito pressioni enormi».
E aggiunge: «Non è un caso che in America, anche sulla base di ciò che è stato pubblicato da Wikileaks, alcuni gruppi di cattolici abbiano chiesto al presidente Trump di aprire una commissione d'inchiesta per indagare se l'amministrazione Obama abbia esercitato pressioni su Benedetto. Resta per ora un mistero gravissimo, ma sono certo che le responsabilità verranno fuori. Si avvicina la mia personale fine del mondo e la prima domanda che rivolgerò a San Pietro sarà proprio su questa vicenda».
Il monsignore ricorda la sua frequentazione con Benedetto XVI, il rapporto di «forte amicizia» con il papa emerito: «In questi ultimi quattro anni l'ho incontrato diverse volte. Negli ultimi incontri l'ho visto fisicamente, ma lucidissimo nel pensiero. È stato lui a chiedermi di guidare la diocesi di Ferrara. Mi sono sempre rivolto a lui nei momenti più importanti per discutere delle scelte da fare e non mi ha mai negato il suo parere, sempre in spirito di amicizia».  Benedetto XVI ha  liquidato come «assurdità» le tesi complottistiche di giornalisti e gruppi cattolici tradizionalisti: «Nessuno ha cercato di ricattarmi», ha messo per iscritto. Ma ora le dichiarazioni di un suo fedelissimo riaprono gli interrogativi.
Quante cose sfuggono agli storici, agli uomini comuni. Benedetto è un grande teologo, uno studioso che ha usato il tedesco, la sua lingua, in modo mirabile.
In questi giorni l'ex presidente del senato Pera ha, forse, molto da dire di Ratzinger, dell'amicizia e della storia...

mercoledì 11 gennaio 2017

Società politicamente corretta


    
     Obama sta uscendo di scena con uno scarso self control convinto che se ci fosse stato lui al posto di Hillary Clinton, avrebbe sicuramente battuto il presidente eletto, Donald Trump. Mister President ma quello che dici non è poco rispettoso verso la femmina  Hillary? Inoltre, c'è il sospetto in questo contesto che Trump abbia vinto per "colpa" dei cattivi hacker russi! In realtà, è difficile credere che proprio degli hacker russi possano aver deciso l'esito delle elezioni presidenziali americane. Di fatto, nonostante Obama abbia preso in questi giorni "provvedimenti" contro esponenti diplomatici russi negli Stati Uniti, le accuse lanciate dall'amministrazione sono ancora prive di prove. Putin si è guadagnato uno spazio sempre maggiore sullo scacchiere mediorientale: ha soffiato al Presidente americano la Turchia, ha contrastato i jihadisti in Siria.
Sarà, allora, vero che Obama secondo quanto scrive anche il "Washington Post" è stato il peggior presidente della storia americana? Un presidente nero, una speranza "nuova" ha disatteso le aspettative di molti, un premio Nobel per la Pace datogli subito dopo la sua elezione non ha rappresentato, purtroppo, alcuna nuova umanità. 
Egli è stato secondo molti analisti  un supporter di un l’islamismo politico fin dall’inizio delle Primavere Arabe. L'amministrazione americana aveva valutato con molto ottimismo le rivolte scoppiate a partire dal 2011 in Siria, Libia, Egitto con l’obiettivo di abbattere i rispettivi regimi e sostituirli tramite una "transizione democratica" con nuovi esecutivi.
Con Obama ci sono stati degli sviluppi senza precedenti e dei segnali più che evidenti già nel suo discorso all’Università Islamica al Azhar del Cairo nella primavera del 2009.
Un discorso che non passava certo inosservato: il  presidente degli Usa fa riferimento per ben quattro volte al Corano in un discorso pubblico. Con esso discorso si vuole tutelare il diritto delle donne e delle giovani ragazze a indossare il velo e a punire coloro che vorrebbero impedirglielo.
Oh mister President è questa "the American way of life"? Hai fatto il tifo anche per Renzi, volevi che la sua riforma della Costituzione italiana vincesse con un "Si" del referendum. Gli Italiani, però, non ti hanno ascoltato!
Ora torno alle canzoni di Kate Bush, donna libera, "scorrettissima" per aver preso posizioni pro-Brexit. "Before the Dawn" è il nuovo lavoro di Kate dopo anni, Kate, sì che non ha bisogno di mode, commerci vari, presenze "sgargianti" e radical.

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Società politicamente corretta....                                                    

lunedì 2 gennaio 2017

Montaigne parte 2...

di Nico Carlucci

     Montaigne (1533-1592) appartiene ad una famiglia nobile anche se modesta. Compie gli studi primari a Bordeaux e successivamente a Toulouse. Nel 1558 incontra l'umanista Etienne de la Boétie, che diventa suo carissimo amico. Sicuramente è proprio Etienne, l'affetto che Michel aveva per l'amico che è alla base dei suoi Saggi.
Scrive i suoi Essais immerso nella lettura dei classici, ma non trascura i moderni. Percorre un lungo viaggio attraverso l'Europa, anche in Italia. Tra il 1581 e il 1588 riprende gli incarichi pubblici accettando di diventare sindaco di Bordeaux. Cattolico convinto mantiene in politica un atteggiamento rigidamente lealista e conservatore. Muore lasciando incompiuta l'opera di revisione definitiva dei suoi Essais.
Il termine Essais vuol dire assaggi, sperimentazioni, ricerche, esperienze, perché Montaigne intende confrontare le esperienze degli antichi con le proprie. Nella prefazione alla sua opera scrive: "Sono io stesso la materia del mio libro". Dunque il meditare, il filosofare è inteso da Montaigne come un continuo sperimentare se stessi, un continuo riferimento a se stessi.
L'esistenza è per lui un problema sempre aperto, un'esperienza continua, che non può mai concludersi definitivamente e deve quindi sempre chiarirsi. Essa è costantemente protesa verso il futuro: l'uomo ha una costante preoccupazione per il futuro. "Noi siamo sempre al di là di noi stessi; il timore, il desiderio, la speranza ci lanciano verso l'avvenire...". Dovremmo invece imparare a non essere troppo presuntuosi e ad accettare serenamente la nostra condizione: l'uomo non deve cercare di essere più di uomo. E della condizione umana è elemento costitutivo la morte: "Tu muori perché sei vivo".
L'uomo deve dunque accettare il suo destino di essere mortale per poter vivere meglio: il pensiero che si è mortali suscita un impegno a vivere, a vivere meglio, più profondamente e pienamente. L'uomo deve anche riconoscere che sa ben poco, che la ragione ha dei limiti, che la scienza può sbagliare. Insomma, in realtà, "que sais-je?" (che cosa so io?). Il problema però non è tanto che cosa si sa o che cosa non si sa, quanto piuttosto che cosa si può e si deve fare. La saggezza consiste nel vivere bene: "Il mio mestiere, la mia arte, è vivere".
La saggezza di Montaigne non si basa né sulla rivoluzione né sull'utopia. La sua saggezza consiste nella ricerca di una felicità terrena e nel modo migliore per conseguirla: da qui l'abbandono di ogni orgoglio intellettuale, l'accettazione dell'esistenza nei suoi vari aspetti, cioè la tolleranza verso le nostre fragili illusioni, le nostre piccinerie, i nostri peccatucci abituali, persino una certa dose di follia, per accettare appunto i piaceri che la vita ci può offrire, sopportando i mali e le avversità.
Gli Essais furono considerati il libro più personale che fosse mai stato scritto, fino a quel momento, nella letteratura universale. La sua originalità, rispetto alle autobiografie classiche e alle confessioni e ai soliloqui cristiani, sta nell'aver posto al centro di un'opera letteraria l'autoritratto di un uomo del tutto ordinario, di una vita privata spoglia di eventi o di circostanze straordinarie.
Il procedimento autobiografico seguito da Montaigne nei suoi Essais mira alla conoscenza dell'uomo a partire dalla conoscenza di se stesso. Gli Essais, tuttavia, non costituiscono una vera e propria autobiografia o un libro di confessioni, ma distillano nella scrittura le riflessioni personali dell'autore sul mondo e su se stesso, delimitando un campo di conoscenze nel quale egli sperimenta il proprio pensiero e lo mette alla prova. Non esistendo negli Essais un disegno unitario, il lettore è autorizzato a letture parziali e soggette a interpretazioni personali.
Peraltro i Saggi sfidano il lettore a cimentarsi a sua volta nella ricerca della conoscenza di sé, poiché "ciascuno reca in sé la forma intera della condizione umana". Va messo in luce, peraltro, come la frammentarietà degli Essais nasconda anche un preciso intento polemico dell'autore contro le pretese dei filosofi tradizionali di pervenire a conoscenze definitive ed esaurienti della realtà. Nel pensiero di Montaigne si possono distinguere tre componenti filosofiche principali: una di matrice stoica, una scettica e una epicurea.
Ciò non significa però un'adesione passiva di Montaigne agli insegnamenti di queste scuole filosofiche antiche, che conobbero una ripresa nell'età rinascimentale, ma uno sforzo di rielaborarne originalmente gli approcci filosofici di fondo, nella prospettiva di una saggezza intrisa dei temi dell'umanesimo e dell'individualismo che avrebbe contraddistinto gran parte del pensiero moderno. Ma è soprattutto lo scetticismo (che traspare dalla domanda "que sais-je?", sempre ricorrente negli Essais), a conferire al pensiero di Montaigne il carattere di una riflessione distaccata sulle contraddizioni e le incoerenze proprie della natura umana. Questo scetticismo, generato anche dallo spettacolo delle guerre di religione in Francia, alimentava peraltro nella riflessione di Montaigne un atteggiamento di grande tolleranza rispetto alle diverse posizioni.
Negli antichi Montaigne cerca i segni di una fraternità, all'insegna di una comune miseria, fra gli uomini di tutti i tempi e paesi. Il suo interesse non si rivolge a ciò che sta principalmente a cuore ai grandi uomini (gloria e memoria delle loro imprese), ma ai particolari oscuri e rivelatori, spesso omessi o dimenticati dallo storico. La storia si scopre così una miniera di insegnamenti sulla natura debole e inferma dell'uomo, sulla sua condizione tanto ridicola quanto risibile.
La natura di cui parla è il tutto che ingloba l'insieme delle cose singole, il nodo in cui si intrecciano i dissonanti aspetti dell'esistenza, l'ordine celato in cui si accorda il disordine apparente del mondo. Montaigne si serve di accenti lucreziani per celebrare questa Madre Natura in cui gli opposti si incontrano e si conciliano: vita e morte, gioia e dolore, pace e guerra, salute e malattia. Per Montaigne "Dio" e "natura" sono quasi sinonimi.
Montaigne rifiuta il pregiudizio che considera barbare e selvagge le popolazioni sudamericane con cui recentemente l'Europa è venuta a contatto, utilizzando l'argomento della relatività delle opinioni e dei costumi dei popoli. Selvaggio assume il significato positivo di naturale, non corrotto dalla civiltà. Queste popolazioni "diverse" per usi e costumi, appartengono comunque alla stessa natura umana. Montaigne idealizza la vita selvaggia e afferma che "noi civilizzati" non abbiamo il diritto di giudicarli, in quanto in assenza di un criterio razionale veramente universale dobbiamo accontentarci di ribadire la nostra relatività dei punti di vista: a "noi" sembra particolarmente barbara ad esempio la pratica del cannibalismo, ma a "loro" apparirebbero non meno barbare le nostre guerre di religione...


  A. Durer