martedì 10 febbraio 2009

Morte della fanciulla in fiore e riti collettivi.

di Nico Carlucci


La morte in "diretta", la rappresentazione della morte in diretta di Eluana Englaro sono disperanti. Per diversi mesi questa donna, con il suo corpo, è stata oggetto di attenzione da parte dei giornali e dei media in generale.
Il gruppo tornava a celebrare, così, il rito della ragazza che segnala, tramite la sua "malattia" e la sua "giovinezza" quanto troviamo alla base delle società, antiche e moderne: la donna e la sua comunicazione con il mondo dell' al di là.
Nessun maschio assolve a questo ruolo. E' la donna, infatti, che con la sua "apertura", con il suo corpo crea il passaggio dal mondo dei vivi al mondo dei morti . E' così che viene "narrata" dalla letteratura, dall' arte, dalla musica, dal cinema.
La stessa attenzione è stata data ad altri casi di donne-"terminali"; uno fra tutti quello di Terry Schiavo. E che dire anche di Chiara Poggi, Meredith sbattute sulle prime pagine dei giornali perchè la loro femminilità "uccisa" è il Trascendente?
La femmina penetrata dall' l'abisso, innalzata e umiliata dai tempi orgiastici di un rito collettivo inconsapevole. Fiore puro di un solo giorno, consumato da un sole violento.
Torna alla mente l' ideale "morte" cantata dai sublimi poeti.
E' l' immagine della donna che non cambia. E nonostante la morte non sia mai "bella", la donna è chiamata a incarnarla con il suo sacrificio. Lei sola, segno e simbolo d' olocausto d'amore.
La storia di Eluana riconferma, in ultima analisi, le strutture sacrificali di una cultura, della nostra cultura. Da qui capiamo perchè il suo racconto è una storia "nazionale" sulla quale tutti intervengono appassionatamete, credenti e non credenti, trasmissioni televisive e radiofoniche, Chiesa e Stato.
La tragedia che si rappresenta come tale viene consumata fino allo spasimo, secondo la sua prescrizione, codificata addirittura dal protocollo "laico".
Dopo la tempesta, riposa, ora, stella alpina tra i monti della Carnia. Eluana, perdona la violenza che ti hanno fatto e che io, spero, di non aver fatto.