giovedì 10 maggio 2012

Jean-Paule Sartre, l' Esistenzialismo...tanto tempo fa

di Nico Carlucci


Juliette Greco è la cantante che per decenni ha dato voce e musica all'Esitenzialismo francese diventandone la musa. Sartre, il filosofo dell'essere e del nulla le ha perfino scritto delle canzoni. Juliette, dopo tanti anni, è ancora sul palco, vestita come allora in nero, con la voce del profondo, con un'esistenza che ha cercato l'essere nelle cantine (caves) "piene di fumo". Ma Juliette, dicevo, è una cantante; intorno a lei c'erano Jean Paul, Simone de Beauvoir e altri e cioè quelli che hanno scritto dell'Esistenzialismo che, di volta in volta, è diventato poesia, letteratura, arte, filosofia.
Del pensiero e dell'esistenza hanno parlato anche Kierkegaard e Jaspers. Oh, ma è stato tempo fa. In realtà, era solo lo scorso secolo che ci si interrogava sull'estistenza, ma per via dell'accellerazione e dei ritmi che viviamo sembra "tanto tempo fa". Ma ora che succede?
Molte cose che scriveva Sartre sono ancora, per noi, per l'Antropologia valide. Intanto incontriamo con Jean Paul la critica verso un'etica, una morale a priori. Da qui una separazione vera e propria dal Naturalismo. Dio non c'è per cui non abbiamo un ordine prestabilito, una Natura oggettiva a cui rendere conto. L'Uomo come esistenza, si sceglie nel suo "essere nel mondo". Siamo gli atti che compiamo e che ci chiamano alla responsabilità delle decisioni che prendiamo. Il mio progetto "mi fa" nell'avvenire della libertà dell'essere. Era, per Sartre, un pensiero dell'esistenza "ateo" come per Heidegger. Questo non era tale per Jaspers e Marcel che pure hanno scritto pagine importanti al riguardo.
Per Jaspers, quella dell'esistenza, è stata una esperienza che è partita dalla psicolpatologia. La "malattia mentale" è fatta da singoli il cui essere nel mondo "situa" anche loro nella "follia". Di conseguenza, non c'è salute mentale, coscienze allucinatorie come "fisse" dell'Uomo. Tutto,  invece, va chiarificato proprio con l'esistenza, ma anche nell'ambito delle culture e della storia i cui "attimi", nello scorrere della temporalità, in qualche modo, assurgono all'eterno. Nella "chiarificazione" dell'esistenza, scopriamo il naufragio della ragione e si arriva a fare, così, l'esperienza dell'essere che per noi rimane, in ultima analisi, aperto. L'essere si manifesta allora nella "cifra"che nega ogni sapere concluso. La cifra, sì, è il simbolo, l'immagine dell'essere che ogni volta che appare, indietreggia per allontanarsi.

Juliette..."rien n'est vanitè..."

Intanto Sartre tra le due guerre mondiali dice della gratuità di ciò che l'uomo vive; l'uomo è gettato nel mondo, esperisce la libertà dietro alla quale troviamo l'angoscia. E poi il "nulla", il non essere che vuole l'essere e senza il quale qualsiasi annullamento non potrebbe "essere". Il nulla, quindi, è in seno all'Essere.
Sartre, nei suoi scritti, sottolineava anche l'importanza di Kierkegaard che aveva scoperto dutante il Romanticismo proprio l'uomo "comune", il singolo, appunto. Nell'opera "Enten eller" ("Aut-Aut" in italiano) il pensatore danese ricorre all'immagine del ragno che si lancia precipitando in basso vedendo lo spazio "vuoto" davanti a sé. Così è per me. Ecco, l'uomo si lancia come il ragno nel nulla, veste in frack che è il segno della sua separazione dal mondo. Gli manca sempre qualcosa. E' un uomo stravagante a cui fa visita la  malinconia. E come il ragno si proietta, ma torna indietro come abbiamo visto perchè non ha punti fissi, gli manca l'orizzonte. Senza appoggio, l'uomo è sospeso sul nulla. Ecco l' angoscia.
Sono tracce di un pensiero che Jean-Paul rielabora per renderli "diversi". E il resto è l'opera di Sartre, la vita di Sartre tra libertà ed emozioni esistenziali come la "nausea".

La cultura e la sua "libertà"

Potremmo dire, dopo questo breve exursus nel pensiero dell'esistenza, che l'Antropologia è la mia filosofia. Siamo i "viator" esistenziali. E' il motivo per il quale in un blog dedicato alla scienza della cultura entrano i filosofi e in questo caso i filosofi dell'esistenza. Abbiamo bisogno dell'altro per definirci. Io dico che ho bisogno di culture diverse dalla mia per potermi "riflettere". Il mio sguardo deve essere  sull'esistenza dell'altro che a sua volta "mi guarda" e mi riflette. E allora capiamo perché bisogna dire "no" ad un mondo che ci rende "simili", una mondo che cancella "lo sguardo da lontano". Il globale sta portando a questo, all' eliminazione delle differenze, all'omologazione, all'uguale. A ciò si prodigano banche mondiali e poteri isituzionali, servendosi della finanza e "inventandosi" il debito pubblico. Ma così, spiace dirlo, cancellano la storia dei popoli insieme alla bellezza e alla varietà delle culture.
  
Sartre (a sinistra), Simone de Beauvoir (a destra)