domenica 24 agosto 2008

Dove va l'Europa...

di Nico Carlucci

Beh, sia la destra che la sinistra hanno ratificato il "Trattato di Lisbona". L'idea di fare un referendum per la sua approvazione non è passata minimamente nella mente di chi detiene il Potere che tace di fronte agli Italiani. Possiamo dire lo stesso riguardo alla blanda opposizione del centro-sinistra con tutte le sue "ombre". Chi salverà l'Italia? Prima si parlava di "Costituzione europea" che i francesi e gli olandesi non hanno voluto. Per vincere l'ostacolo la "Costituzione europea" è diventata "Il Trattato di Lisbona" che è stato bocciato, comunque, dagli Irlandesi chiamati giustamente a votarlo.
Di Pietro e la sua battaglia "titanica", il suo referendum contro la lodo-Alfano vengono oscurati da quella che testardemente dice di essere la sinistra (vedi Veltroni)."Sì" al "Trattato di Lisbona" , "No" a Di Pietro fanno parte, forse, della stessa logica culturale che vuole gli Italiani sudditi.

sabato 23 agosto 2008

Il piccolo mondo "antico" e i suoi autogol.

Il giornalista Francesco Merlo, forse, ha ragione con il suo articolo su "Repubblica" del 23 agosto 2008.
L'Arcigay, Grillini stanno strumentalizzando la morte di Domenico Riso, lo steward italiano, vittima, in questi giorni, dell’incidente aereo di una compagnia low cost spagnola. Dicono che i media non parlano della sua "gayezza", del fatto che stesse viaggiando con il suo "compagno" quando l'angelo della morte lo ha incontrato.Tutto questo è assurdo. Domenico è un uomo che muore solo come tutti gli uomini.Alcuni poteri di sinistra cercano di etichettare, nella tragedia, il suo decesso: usano addiritttura una lingua che ha creato la stessa emarginazione degli omosessuali.
Caro Arcigay, non usate più parole di "sinistra", di quella sinistra che quando era al governo è stata "incapace" di parlare di PACS e di coppie di fatto. Una sinistra che continua ad usare categorie lontane dal modello culturale del "digit" per tornare a sacralizzare termini e temi "passati" come emigrazione, operai (le famose "morti bianche"), questione meridionale, Sicilia "terra atavica".
Non viviamo più nel periodo del Neorealismo. Non capisco perchè questa "nostalgia" italiana per il Neorealismo con tutte le sue vecchie categorie che non parlano più al cuore e alla mente degli uomini "moderni".

venerdì 22 agosto 2008

Fuori e dentro la Follia. Oltre la psichiatria

di Nico Carlucci


Opere scritte anni fa attraverso la propria vita, come succede a molti artisti e scienziati, ritornano a verificare quello che ancora oggi viviamo. Alcune domande vengono a riproporsi prepotentemente in un modello culturale che credevamo di aver esaurito, ma che, viceversa, "disegna" ancora i dubbi, gli interrogativi e il non risolto che lo avevano impregnato vivificandolo ancora.
Franco Basaglia, conosciuto per aver messo in subbuglio la scienza psichiatrica, aveva scritto e agito, negli anni 70, tra mille contraddizioni che seppur non eliminabili, come lui stesso aveva affermato, sono state, in ultima analisi, la forza del suo pensiero.
Allora diventa ancora importante ripercorre, per capire meglio, la formazione di Basaglia e anche la sua teorizzazione (o forse, è meglio dire antiteorizzazione?). Si parte dalla fenomenologia e si arriva all’esistenzialismo , all’incontro con Sartre e l’opera di Foucault. In altri termini, si giunge a tutto ciò che in-forma il pensiero dello psichiatra che si nutre di un contesto di trasformazione strutturale e di contestazione del potere: il 68, l’antipsichiatria di Laing, il marxismo, le rivendicazioni della classe operaia.
L’abolizione del manicomio in Italia con la legge 180 del 1978, è stato solamente l’epifenomeno di quanto preparavano gli anni immediatamente precedenti che vede Basaglia uno dei loro protagonisti.
Nel nuovo millennio molti giornalisti, politici e programmi televisivi, sembrano voler cancellare la definizione di Basaglia che il “folle” sia “un essere nel mondo”, in una “situazione” che vengono date dall’incontro della persona con l’ambiente.
Da outsider, appunto, egli supera il limite del proprio campo di sapere “in un incontro interdisciplinare in cui i sistemi scientifici vengono reciprocamente contestati, per sfuggire al pericolo di ricostruire una nuova ideologia”. E’ quanto una certa antropologia sperimenta da molti anni. E’ proprio questo aver superato i confini che il potere ha tracciato tra le diverse discipline che rende Basaglia, l’uomo Basaglia, lo psichiatra Basaglia, scomodo all’Istituzione: fuori e dentro la follia, oggettivazione e soggettivazione del “malato di mente”, indeterminatezza del delirio, incapacità di cogliere una assolutezza della pazzia.
Come più volte l’antropologia culturale mette in luce, attraverso un’analisi comparativa tra culture, la diagnosi di malattia mentale è intelligibile all’interno del modello culturale in cui nasce. Le allucinazioni “schizofreniche” di un Occidente che ha “inventato” la Psichiatria vengono accettate, per esempio, quando per i siberiani è il loro sciamano a cercarle ed averle, in una “situazione”, appunto, riconosciuta come “normale” dal gruppo.
Qualche anno fa , in Italia, Colucci e Di Vittorio tornarono sul tema dell’antipsichiatria con una biografia proprio su Basaglia. Questi si interrogarono, così, sui folli, in una vera e propria contestazione della psichiatria organicistica che ha isolato l’uomo dalla naturalità della cultura.
La loro opera finalmente metteva in luce alcuni problemi non risolti dallo psichiatra e le contraddizioni “positive” della stessa legge 180 di cui Basaglia era consapevole (la “medicalizzazione” del malato di mente).
Oggi, noi, dobbiamo tornare a smascherare il Potere e le sue decisioni riguardo al futuro degli uomini la cui libertà viene ricodificata, purtroppo, di continuo dalla programmazione, nella certezza dei ruoli prefissati, cari allo psicologo, al sessuologo, al sociologo di turno.

Telemaco Signorini : "La sala delle agitate"
Sala delle Agitate

giovedì 14 agosto 2008

Un'altra pietra nel Muro: antropologia e fenomenologia

di Nico Carlucci

Eccomi fare, alcuni anni fa, l’antropologo “sul campo” in America, vivere e toccare con mano la potenza come è stata studiata dai fenomenologi delle religioni a proposito delle culture “altre”(Gerardus van der Leeuw, Fenomenologia della religione, Bollati Boringhieri 2002, tit. or. Phanomenologie der Religion, Tubingen, 1956).
Si, l’America, dove credo che la potenza venga vissuta col giurameto, con la bandiera a stelle e strisce, col dollaro che recita “In God We Trust”.
Quell' anno, a metà novembre, Bryant Park, in Mid Manhattan, dopo il "Fashion Show", ospitò “The Wall that Heals” (Il Muro che Guarisce) come recitava il manifesto e il programma dell’evento. Questo è la replica esatta , in scala ridotta, del Vietnam Memorial di Washington, DC. Su di esso, conforme all’originale, sono riprodotti 58202 nomi di uomini e donne morti durante la guerra del Vietnam.
Quello di Bryant Park è un muro di alluminio nero che ha la caratteristica di essere “itinerante” e “interattivo”. Tuttora, con esso, dicono gli sponsor, si vuole dare la possibilità a chi non può recarsi nella capitale americana, di ricevere conforto leggendovi il nome di un figlio, di un fratello, di un marito, persi durante la guerra.
Come è evidente, nel “Muro che Guarisce” sono presenti tutte le strutture del Sacro: è oggetto potente, che emana poteri miracolosi e in più attraversa l’America consacrandone il territorio.
Gli Statunitensi sono chiamati a riconoscersi intorno a esso per lenire ferite concrete e simboliche, individuali e collettive. Domani il Muro verrà trasportato in altre metropoli, città, verso altre latitudini, altri climi. Il suo potere taumaturgico non è diverso da quello delle tante immagini o delle tante Madonne in giro per l’Italia a cui i credenti chiedono intercessioni e guarigioni.
Nella storia l’oggetto-muro ha sempre avuto un significato di potenza. Ricordiamo il muro del pianto degli ebrei a Gerusalemme, quello delle città e dei monasteri medioevali, il Muro di Berlino, la Grande muraglia cinese, il Vallo di Adriano.
Il muro segnala il perimetro, il confine che separa e che non si deve oltrepassare. Vivere all’interno delle stesse mura significa appartenere al gruppo che le ha costruite, al gruppo che vi si è rinchiuso dentro riconoscendosi negli stessi valori e partecipando della stessa essenza.
Al muro si richiede si essere forte, impenetrabile, inviolabile affinché possa difenderci dai nemici.
Per il monaco del Medioevo le mura sono simbolicamente e concretamente la fondazione di uno spazio e di un tempo "nuovi" che diventano liturgia. Questa scandisce la giornata del monaco, il suo lavoro e la sua preghiera, lo separa dal profano e lo consegna al "sacro". Nella sua "solità il monaco può, così, finalmente gridare: “Oh beata solitudine, oh sola beatitudine”.
Perfino nella mariologia è possibile trovare la simbologia trascendente del muro. Tra gli appellativi della Madonna ricordiamo, infatti, quelli di “muro inespugnabile”, di “rocca sicura”per mezzo dei quali si allude alla sua verginità.
“The Wall that Heals” rappresenta questa potenza trascendente imperitura, come tutti gli obelischi, tutti i ceppi, tutti i monumenti (si pensi a quelli eretti in onore al milite ignoto).
Il Muro che Guarisce “dice” di quel confine tra la vita e la morte, crea il mondo dell’al di là, l’eternità a cui tutti quei nomi incisi su di esso appartengono. Nomi di uomini e donne sacrificati dalla guerra in nome della Patria, di Dio come ricordano anche i bigliettini lasciati come ex-voto.
Il mese di novembre rafforza con il suo grigiore questi significati “funesti”, di morte insieme alla festa dei santi-morti e alla notte di Halloween che l’ha preceduta.
Gli uomini, nel nostro caso, gli americani, tornano a fare i conti con la morte che si crede possa essere manipolata e vinta attraverso determinate formule, preghiere, facendo uso di talismani e perché no anche di un muro interattivo, simbolico-conceto, sostitutivo di quello di Washington come quello che ci ha fatto visita a New York durante la settimana del Veteran’s day tra le foglie di un autunno inoltrato nella città avvolta, per l’occasione, da un silenzio solenne.

sabato 2 agosto 2008

E tieni asciutta la tua polvere da sparo: Antropologia culturale in America

di Nico Carlucci

Credo che bisogna tornare a leggere alcuni dei classici del pensiero antropologico visto che vengono tuttora dimenticati nei posti deputati al sapere. In Italia, poi, per via della forte influenza del marxismo sono stati rimossi quegli autori fondanti dell’ Antropologia perché appartenenti all’America “cattiva e capitalista”. Non è un caso, infatti, se viene pubblicato, in italiano, solo adesso, nel 2008, un libro di Margareth Mead: America allo specchio: lo sguardo di un’antropologa, uscito per la prima volta negli States nel 1944 (titolo originale: And Keep your powder dry; an anthropologist looks at America).Il Muro di Berlino non sembra essere caduto nel nostro Paese riguardo i Grandi delle scienze sociali, relegati al silenzio per mezzo di un atteggiamento che appare come una vera e propria “malafede” . Da noi le scienze sociali non vengono, del resto, valorizzate dal Potere che continua a chiamarle “sapere umanistico”come succede per la Storia data l' inconsapevole, anacronistica influenza del Positivismo. Non è così in tutto l' Occidente.
E che dire di nomi come quello di Franz Boas, di Alfred L. Kroeber ignorati dalle università italiane, dai loro percorsi di studio, dalle loro lauree di "primo" e di "secondo" livello?
Franz Boas ha fondato, alla Columbia University di New York, il primo dipartimento di Antropologia in USA . Lo studioso ha vissuto in America per cinquantacinque anni.
Kroeber è stato, invece, uno monumento della culturologia durante la prima metà del Ventesimo secolo e oltre.
In Italia, niente di tutto questo, né prima del Muro, né dopo il Muro. Boas e Kroeber continuano a non essere letti, citati dall’accademia nonostante il loro rigore e il fatto che siano dei giganti del sapere tout court.

THE UNIVERSITY IN EXILE
E’ proprio con Franz Boas (1858-1942) che l’Antropologia si sviluppa nel suo significato moderno. Egli nasce a Minden, in Germania, ma vive quasi tutta la sua vita nel Nuovo Continente. Si laurea con una tesi sul colore dell’acqua del mare. Il suo interesse per la Geografia lo portò all’Antropologia.
In questa sede presento, in sintesi, alcuni punti del lavoro di Boas.
Prima di tutto bisogna dire che le ricerche dello studioso tendono a dimostrare il superamento delle tesi evoluzionistiche che parlano di sviluppo delle culture per “stadi”. Ciò fu percepito dai contemporanei come qualcosa di veramente nuovo.
Boas, inoltre, dimostra, contro le convinzioni della sua epoca, che le razze non influenzano le culture, che tratti culturali simili vengono ri-modellati in modo originali e diversi dal “pattern” che li riceve.
Le culture si incontrano direttamente, storicamente (alcuni dei loro elementi, comunque, possono anche avere una nascita autonoma).
Vorrei che il lettore percepisse la forza di quanto Boas andava dicendo. Molte sue posizioni, oggi, sono ben codificate e quasi "ovvie". Ma con Franz crollavano, a livello di metodo, veramente le mura di Gerico!
Rielaborazione dei tratti culturali, contatto storico tra i gruppi , per l'antropologo, naturalizzato americano, diventava sempre più importante mettersi dal punto di “vista dell’indigeno” per capire i popoli. Da qui viene fuori il relativismo che fa di ogni cultura un “unicum”, di difficile comprensione, per via della sua “storia” particolare.
In questo contesto definisce gli evoluzionisti dell’Ottocento degli “etnologi da camera” in quanto si servono di materiali di seconda di mano mentre il suo motto è : “Tutti sul campo”.
E Boas fu più volte “sul campo”: tra gli indiani e gli abitanti delle zone artiche, affascinato dagli eschimesi, dai mille modi di questi ultimi di “chiamare la neve”.

ALFRED L. KROEBER

Allievo di Boas fu Alfred L. Kroeber che nacque ad Hoboken, New Jersey, nel 1876 .
Egli intuisce subito l’importanza della storia in Antropologia essendo il processo di sviluppo della cultura di tipo accumulativo.
L’uomo, al contrario delle altre specie animali, ha la capacità di creare i simboli e soprattutto di rendere partecipe delle sue invenzioni, scoperte, anche generazioni precedenti.
Nel saggio il “Superorganico” (1917) ci sono molti argomenti illuminanti al riguardo.
L’uccello, per esempio, riesce a volare grazie alle ali che sono di origine organica. Antenato dell’uccello è il rettile che non ha le ali. Nel momento in cui la vita sulla terra incomincia ad essere difficile, ecco che il rettile in questione trasforma le sue scaglie in piume e un paio delle sue zampe in ali. Tuttavia, l’uccello, come è evidente, ha dovuto rinunciare a qualcosa per volare. L’uomo, viceversa, è capace di volare grazie all’aereo, ad una tecnica. Le sue ali sono extra organiche, non ereditarie come nel caso degli uccelli. Al volo dell’aereo partecipano coloro che ne sono stati gli artefici, gli uomini, e anche i loro predecessori (gli altri uomini). Ecco la cultura. Ecco l’accumulazione delle tecniche, dei simbolismi e dei significati accompagnano sempre le invenzioni.
L’ Homo Sapiens trascende il biologico, come abbiamo visto nell'esempio riportato a proposito del volo; questi è definito dalla cultura che diventa la sua vera natura.
La cultura è autonoma dall’organico anche se dall'organico si muove (vedi la lingua che ha bisogno degli organi della fonazione e di un modello che la strutturi allo stesso tempo). L'interazione tra uomo e ambiente diventa conditio sine qua non della nostra specie.
Kroeber continua, poi, approfondendo la sua analisi scientifica: parla di quattro livelli nei quali è possibile far rientrare tutti i fenomeni che ci circondono. Abbiamo il livello dell’inorganico, dell’organico, appunto, dello psichico, del socioculturale. Tra essi viene ad istaurarsi una gerarchia: i fenomeni di un livello superiore possono essere spiegati in termini di fattori del livello o dei livelli inferiori e non viceversa. Ovviamente, l’antropologo americano nega qualsiasi principio di autonomia ontologica dei livelli di cui si sta parlando.
Nessun misticismo, quindi, a proposito della cultura. Il "socioculturale, la cultura, appunto, è puro prolungamento encefalico del tutto "libero".

Alfred Kroeber Alfred Louis Kroeber