giovedì 30 gennaio 2014

Nota bibliografica dell' Antropologia culturale

Nel 1871 vengono pubblicate due opere importi dell'Antropologia: Primitive Culture di Edward. B. Tylor e Sistemi di consanguineità di Lewis H. Morgan. E' il periodo dell'Inghilterra vittoriana e la scienza sociale dell'uomo andava nascendo.
E' in questo contesto che molti esperti passano dall’evoluzionismo darwiniano delle specie a quello delle culture.
Poi dalla Germania arriva in America Franz Boas e "inventa" l'Antropologia culturale. Nell'opera  “I limiti del metodo comparativo in Antropologia” lo studioso tedesco cerca di riportare la culturologia " sul campo". Egli è contro qualsiasi generalizzazione. Quanto viene studiato -scrive- deve essere fatto direttamente e non mettendosi "in poltrona" come era successo in passato. Per Boas sicuramente le culture si influenzano se la loro geografia è vicina.
Ma andando a ritroso e cioè pima dell'Antropologia, scorgiamo che durante il periodo dell'Illuminismo il gesuita Jean-François Lafitau (1681-1746) scrive Les moeurs des sauvages ameriquains, comparées aux moeurs des premiers temps. Questo è uno studio comparativo di diverse tribù canadesi attraverso l’osservazione e la conoscenza delle lingue autoctone. Egli conobbe, infatti, gli Algonchini, gli Irochesi e gli Huroni e fece il confronto delle loro dottrine e pratiche religiose con quelle dell'antichità greca.
Sempre Lafitau pubblica anche un saggio sul Potlach, rito che ancora oggi sopravvive in molte parti del mondo. Esso riguarda, in qualche modo, il dono che è funzionale ad acquisire potere: cerimonie rituali, banchetti di carne di foca e di salmone in cui vengono ostentate pratiche distruttive di beni considerati di prestigio.
Tra i pionieri dell'Antropologia c'è anche una società di filosofi francesi: la Société des Observateurs de l’homme, fondata nel 1799. Questa società studiò un caso veramente interessante quello del bambino selvaggio dell’Aveyron cresciuto dai lupi. Intanto le conoscenze si approfondiscono e la scienza della cultura incomincia ad apparire davvero.
Brevemente scrivo i nomi di chi poi è entrato a far parte della storia dell'Antropologia, nomi irrinunciabili. Emile Durkheim pubblica, per esempio, Forme elementari della vita religiosa (1912) mentre Marcel Mauss dà alla luce il famoso saggio sul Dono. Di Arnold van Gennep è da ricordare, invece, Riti di passaggio che esce nel 1909.
In questa scuola francese, si cercano i fatti sociali collettivi che hanno un potere condizionante. Un esempio è nel libro Rappresentazione collettiva della morte di Robert Herz: la morte è qui uno scandalo, un fatto sociale che richiede un rito per ripristinare l’equilibrio. Curioso il fatto che ancora nel 1904 in Francia era possibile sposarsi con un morto.
Anche dalla Gran Bretagna partono i nuovi input per un ulteriore avanzamento metodologico nel campo dell'Antropologia.
Il Funzionalismo britannico introduce la società come organismo organizzato; la cultura è vista, qui, come uno strumento per soddisfare dei bisogni primari. Il lavoro sul campo diviene necessario mediante lo strumento dell'Osservazione Partecipante. Per capire al meglio la realtà studiata bisogna assumere il punto di "vista dell’indigeno" che senza la conoscenza della lingua locale non è possibile. Ecco, allora che nel 1922 Malinowsky, di ritorno dall’Oceania, pubblica riguardo ai Trobiandesi gli Argonauti del pacifico occidentale, frutto di un lungo lavoro sul campo. Nello stesso anno Alfred Radcliffe Brown scrive The Andaman islanders.
In Italia è solo dopo la seconda guerra mondiale che si sviluppa la Demo-etno-antropologia di Ernesto De Martino. Questi dice che l'antropologo è una squadra di esperti: sociologi, psichiatri, folkloristi e linguisti che come ausilio si servono di tecnologie quali il magnetofono o la cinepresa. Al riguardo, cosa ne pensa un sociologo? o uno psicologo?
Tra i filosofi Edmund Husserl introduce nella filosofia l’epochè fenomenologica. Nella Crisi delle scienze europee il pensatore tedesco  mira a rendere sempre evidente anzitutto che l’osservatore è parte del fenomeno che osserva. In realtà, l'antropologo è parte del modello culturale che studia, lo "oggettiva" e allo stesso tempo ne è dentro. Mi allontano dal modello, appunto, e mi "avvicino", lo "guardo da lontano", sì, ma anche con l'empatia del ricercatore che lo respira (Alfred L. Kroeber).
Visto il tradimento di alcuni antropologi verso l'Antropologia, mi chiedo, allora, se bisogna rivolgersi, oggi, ai Filosofi?  In Italia ed altrove ci sono etnologi che scrivono di etnie separate e quasi isolate che, però, hanno  tratti culturali comuni e questo è vero, ma essi aggiungono anche dell'esistenza di un inconscio strutturale nei gruppi umani che risponde a dei bisogni primari identici tra i gruppi. Sembra essere veramente tornati, così, indietro, a Freud quando l'inconscio era una "divinità oscura" e la storia dell'uomo culturale procedeva per  "stadi di sviluppo". Come mai tutto questo revisionismo? C'entra, forse, il Mondialismo o la bandiera del "Politicamente corretto"? L'egualitarismo? È in questo senso che qualche antropologo può giungere a credere che l’identità culturale uno se la sceglie, cosa facilmente contestabile visto che l'individuo non sceglie mai il modello in cui si trova a nascere, la lingua che parla inconsapevolmente. E su questa onda si continua con un'affermazione come l’inculturamento non è un fattore "passivo". Ma dove regge questo pseudo-collettivo-religioso?




Salvador Dalìorologideformi
La persistenza della memoria

 

venerdì 3 gennaio 2014

La Globalizzazione: il nuovo mito di fondazione dell'Occidente

di Nico Carlucci

Una forza "oscura" (si fa per dire) detta le regole al Mondo, i propri principi, i propri valori che sono quelli giusti anche nella distruzione paradossale dell'Occidente. Tutti ci cascano e si globalizzano. I libri vengono scritti con paragrafi nuovi relativi proprio al salvifico "Globale"! I manuali di storia, per esempio, si "aggiornano" e dicono che lo scambio economico tra i popoli è "vecchio" come è vecchia la Storia.
Che fai? Ah, non lo sapevi? Siamo in una nuova era, siamo nell'era della Globalizzazione. I calendari al più presto devono cancellare tutto quello che è locale, le festività legate ai cicli naturali o alle liturgie delle Nazioni! Nazioni? Ma che brutta parola ho pronunciato! Ma quali Nazioni? Siamo nella Globalizzazione, non l'avevate capito?
Parlavo di distruzione, era della distruzione che getta noi, gli uomini e le donne nell'Apocalisse mediatica che vede come dominatori i politici, i giornalisti, i banchieri. Noi, viceversa, siamo piccole pedine nelle mani di questi potenti, un Gulliver che è stato legato e bastonato con tasse, disoccupazione e terrorismi psicologici di accoglienze "religiose".
Storia di tradimenti, sì, storia di viltà da parte dei Presidenti, dei Sovrani, dei Papi (l'ultimo, quello del non Italiano Bergoglio) verso i propri popoli a cui vengono negate  le identità come, del resto, alcuni antropologi si affrettano a dimostrare nei loro "blasfemi" lavori. Io sono come te, tu sei come me e viviamo, così, "felici e contenti" nell'abbraccio universale che mette al bando le differenze, le personalità di base, le configurazioni dei modelli culturali.

L'Unificazione biologica del mondo

Alcuni storici parlando della scoperta dell'America fanno una "parafrasi" sui generis riguardo alla globalizzazione di oggi evidenziando che c'era già. Sì, i fatti che riportano sono importanti, ma non sempre ben interpretati. Fatti, appunto, che gli studiosi collocano nell'ambito di un periodo senza una vera classificazione e direzione di senso a-venire.
Con le prime esplorazioni ci imbattiamo in terre che diventano volutamente "meticce", perché fa tanto "politicamente corretto" e si perdono, invece, alcuni punti dell'Antropologia, di Boas  che si soffermavano sul "punto di vista dell'indigeno", in altri termini, sull'umano (Franz Boas, Limiti del metodo comparativo in Antropologia, 1896)
E allora l'America dopo Colombo è soprattutto un' America di mulatti, di neri portati qui dall'Africa e ci si dimentica del fatto che nelle Indie spagnole, nel 1570, gli indigeni viventi erano ancora il 96,2% della popolazione. Non si racconta dello sfiancamento a cui questi ultimi furono sottoposti  soprattutto dai colonizzatori e, in ultima analisi, anche dai  "buoni" meticci così glorificati negli studi successivi.
Pure le malattie diventano globali: gli spagnoli portano nel centro e nel sud del Nuovo Mondo il vaiolo, il morbillo mentre dal Messico e dal Brasile parte per l'Europa la sifilide.
E' un' unificazione biologica, si sottolinea, che ci farà conoscere il pomodoro, il mais, la patata, il fagiolo, il tabacco, il cacao e che introdurrà agli amerindi il riso, la segale, la vite, la canna da zucchero, il caffè. E si stagliano con questo globale che è prima del globale anche gli animali: il vecchio continente reca con sé il cavallo, il suino, l'ovino, invece, l'America fa conoscere il tacchino.
Ok, ciò è tutto vero e "bello", ma è sbagliato non soffermarsi su come alcuni tratti vengono ricombinati all'interno del modello che li riceve e che li vive mediante nuovi significati.
Negli USA il tacchino, per esempio, è il volatile che viene consumato nel giorno della festa del Ringraziamento a Dio. Esso diventa quindi l'uccello del Sacro, ucciso dal gruppo.
In Italia, invece, il tacchino si mangia poco, è una carne a basso costo, ha un significato non fondante privo di carica sul piano del simbolismo.

L'invenzione del "razzismo"

All'indomani dell'arrivo degli Spagnoli e Portoghesi nel Nuovo Continente incominciarono anche ad apparire i Neri dell'Africa, come ho accennato, un flusso di schiavi di pelle scura impiegati nel lavoro agricolo e nelle miniere visto la mancanza di manodopera. Numerosi Indios, infatti, furono uccisi o morirono per mano degli stessi conquistatori.
La schiavitù dei Neri, tuttavia, non fu inventata dai Bianchi; essa era il destino abituale dei prigionieri delle etnie sconfitte nei conflitti locali anche in Africa (G. De Luna, La storia al presente, 2008).
Ma sempre per via del "politicamente corretto" quest'ultimo tema non viene toccato dagli storici e dagli studiosi in generale perché il timore di essere etichettati come razzisti è sempre dietro l'angolo. Ma, mi chiedo, allora, con ironia "filosofica", non volevamo scrivere una "storia globale"?

Sbarchi a Lampedusa

In Italia nell'ultimo decennio ci sono sbarchi continui di gente "irregolare", di cui non sappiamo veramente nulla e che  arrivano dall'Africa e dall'Asia, spesso, con l'aiuto dei nostri stessi politici "buonisti". La maggior parte dei clandestini vengono chiamati, con una distorsione della logica, migranti e profughi. Essi, spesso, sono di fede musulmana.
Se si da uno sguardo allo Storia vediamo che l'Europa intera, non solo l'Italia è stata terra da sotto-mettere, terra cristiana, "infedele".
I Turchi conquistarono Costantinopoli e ne fecero la capitale dell'Impero ottomano con il nome di Istanbul. Tra il XV e XVI sec. la loro avanzata verso l'Occidente fu continua; i Turchi presero la Bosnia, Atene, varie isole dell'Egeo e l'Albania.
Più tardi Solimano I e Carlo V, sovrano di Spagna, si fronteggiarono in Ungheria. Nel 1529 l'esercito di Solimano giunse alle porte di Vienna: tuttavia, l'assedio fallì e un trattato di pace divise l'Ungheria tra gli Asburgo e gli Ottomani.
I nostri governanti insieme al Papa dimenticano quanto sto scrivendo in nome della Globalizzazione favorendo, così, nell'illegalità, l'arrivo di gente il cui intento è quello di occupare l'Europa come in passato.
L'impero ottomano di cui sto parlando ebbe una buona organizzazione centrale composta da funzionari di origine europea e non turca; si ricorse a Slavi e Albanesi che furono fatti convertire all'Islam. Perché? Solo Slavi e Albanesi erano adatti a certi compiti? E' un problema di epigenetica anche l'organizzazione di un popolo? Sicuramente esso problema andrebbe studiato, ma siamo solo all'inizio. La genetica insieme alle neuroscienze ancora non danno risposte sicure visto che sono nate da poco.
Ma per il papa Bergoglio, allucinato nei giorni di Natale del 2013, anche Gesù è un "profugo"! La "freccia rossa" è quella di papa Francesco, Letta, Boldrini, Kyenge e della sinistra in generale. Il treno dell'alta velocità della globalizzazione può, però, deragliare se noi, gli Italiani non facciamo attenzione. L'Unione Europea, i politici, i giornalisti, il vescovo di Roma, infatti, ci colpevolizzano continuamente per la mai abbastanza "accoglienza" da parte degli Italiani dell'invasore di turno, accoglienza nelle nostre case, nei nostri territori, nelle nostre "credenze", nei nostri usi e costumi.

Gli europei sono mobili


Non c'è stata nel Seicento e nel Settecento alcuna migrazione spontanea da parte degli africani e neanche degli abitanti dell'Asia. Chi si spostava era l'avventuriero europeo, il missionario cattolico, il mercante nostrano che si avventurava nelle acque dell'Oceano Atlantico e dell'Oceano Pacifico alla scoperta di mondi possibili. Questi uomini erano affascinati dall'Oriente lontano e curiosi della diversità culturale dei popoli che incontravano. E allora, ecco, l'esplorazione e i mille racconti dei loro viaggi affascinanti.  Al riguardo, i gesuiti, per esempio, hanno lasciato narrazioni suggestive della Cina e dell'India
Per la Cina ricordiamo soprattutto  l'opera di Matteo Ricci che si era recato nella terra del Dragone per evangelizzarla.
Fu, forse, la relativa unità religiosa europea (il cristianesimo) che difese il nostro Continente dall'Islam e che  finirà con l'essere la carta vincente sulla varietà etnica, linguistica, politica dell' Asia e dell'Africa. Era un'identità d'Europa che aveva amato il latino e il greco, la musica e la filosofia, le scienze e le tecniche.
L' Asia non possedeva un sistema condiviso di riferimento religioso, culturale anche se il buddismo fondato nel V sec. a.C. in India aveva conquistato perfino la Cina e il Giappone. L'Islam, invece, era la fede predominante in Persia e nell'Impero ottomano. E' presente nel nord del continente africano dove, però, troviamo anche, in altri spazi, il cristianesimo nella sua versione copta e i culti animistici (Etiopia).
A dire il vero, nel 500 c'è una chiusura ed un isolamento del mondo non europeo le cui genti non viaggiavano, ma i nostri storici della Globalizzazione non ne parlano esaustativamente.Nei modelli  asiatici c'era addirittura un senso di superiorità : l'induismo, per esempio, era chiuso verso le culture "altre" perché "superiore"; nel Seicento il Giappone fu perfino xenofobo verso gli stranieri ai quali non era permesso di toccare le sue coste.

Galileo, Keplero, Newton

Nel Seicento in Europa c'è un'importantissima rivoluzione culturale che coincide con una straordinaria rivoluzione scientifica. Da allora gli Europei incominciarono ad essere consapevoli della propria superiorità tecnologica e iniziarono a tramettere insieme alla tecnologia  anche le idee, i valori a gran parte del Pianeta.
Essi si aprirono, così, all'integrazione planetaria facendo venir meno, per sempre, la sudditanza  psicologica verso l'Estremo Oriente. E sono gli Europei (e gli Americani) a raccontarsi , oggi, la Globalizzazione.
Cina e Giappone accolgono queste tecnologie occidentali, ma sarebbe interessante capire come vivono il globale, quali sono le concatenazioni che essi fanno dei significati, l'ordine dei segni che mettono nel loro susseguirsi, uno dopo l'altro. Quale ruolo, infine, ha la loro fisicità, le loro diversità somatiche, la loro bio-cultura e bio-politica?
Globalizzazione è mito fondante del Nuovo Occidente, la  religione che finalmente salva?
Perché non raccogliamo il punto di vista dei globalizzati del Mondo?
Il Globale è, forse, qualcosa che continuiamo a raccontarci da soli e che si sostituisce a miti arcaici, la cui essenza, però, è quella antica e del Sacro.

The Editors  "Bricks and Mortar


Un'antropologa e il suo sogno ad occhi aperti: Difendere l'Italia

a cura di Nico Carlucci



di: Fabrizio Fioriniwww.rinascita.eu
“Né con speranza, né con timore”. Questa l’amara constatazione, che si tramuta in grido di sfida, che emana dalle pagine di “Difendere l’Italia”, recente saggio della “martellatrice” dell’Europa delle banche e dell’omologazione, dell’Europa suicida. Un saggio da cui il “sogno” di arrestare un decadenza oramai evidentemente inarrestabile richiama, più che una concreta e vicina prospettiva di fattibilità politica, il suono delle parole che già decenni or sono affermò Jean Thiriart, evocando il senso del dovere attivo: “un uomo difenderà la sua donna contro due teppisti senza preoccuparsi della sua inferiorità numerica, egli lo farà perche ‘questo deve fare’. Ugualmente, in pieno inverno, un uomo si getterà nell’acqua fredda per salvare un giovane senza attendere l’arrivo dei pompieri o di un’ambulanza perché ‘questo si deve fare’ ”. Un disincantato grido di dolore per la nostra nazione e per la nostra più grande patria europea per la quale oramai compiono impunemente le loro scorribande i signori del denaro e delle banche, che si sono appropriati della scaturigine di ogni possibile sovranità politica, come lucidamente osservato dall’Autrice: “Hanno in mano l’arma assoluta, la creazione del denaro, e l’hanno usata con la spietatezza, non di chi minaccia, non di chi vuole intimorire, ma di chi vuole distruggere l’Europa”.  Un “Laboratorio per la Distruzione”, che sta scientificamente, e con la complicità degli amministratori della cosa pubblica, conducendo gli italiani e gli europei sulla strada dell’estinzione.Il “Verbo” del politicamente corretto e il ricorso ai giri di parole sono del tutto alieni a Ida Magli. Ciò diviene evidente quando esplicitamente descrive la situazione in cui è precipitata con velocità sorprendente la nazione, travolta dal crollo delle istituzioni, del Papato, del Parlamento, di ogni residuale senso di forza, vitalità e virilità. Travolta dalla dismissione di ogni forma di sovranità e dalla demonizzazione di ogni istanza politica in tal senso diretta.  Travolta dall’abbandono forzoso delle scienze umane che formavano la consapevolezza di un popolo e di una classe dirigente, sacrificate sull’altare della necessità di cancellare un intero continente inducendo i suoi cittadini a “non pensare”. E’ questa l’altra arma formidabile messa in campo dalla cricca  mondialista: la creazione di una generazione incapace di qualsivoglia spirito critico, in preda a un delirio collettivo, a uno stato onirico, a un ribaltamento del sistema logico preparati in ogni loro dettaglio, complici il sincretismo buonista ecclesiastico, la scuola e il mondo della cosiddetta “cultura”. Un popolo incapace di comprendere la natura devastatrice di questa “terza guerra mondiale” che viene combattuta contro i popoli del vecchio continente non già da un nemico esterno e facilmente individuabile, bensì dai loro stessi governanti che la storia in futuro dovrà ricordare come colpevoli di un vero e proprio genocidio. Chiunque provi a parlare di “impreparazione” di questa classe politica e delle autorità morali ed ecclesiastiche che ci spingono sempre più vicini all’orlo del baratro, sbaglia. Come l’Autrice ci ricorda nelle sue impietose osservazioni, si tratta di complicità. Di collusione col nemico, di subalternità alle direttive della grande piovra del Laboratorio per la Distruzione e dei suoi tentacoli bancari, finanziari, massonici. Al popolo, deve essere offerto un Verbo che non può essere messo in discussione. Il popolo non deve pensare. Neanche dinanzi all’evidenza, ai suicidi, alla disperazione, alla morte di ogni aspetto della vita civile, politica e culturale che aveva contraddistinto una millenaria civiltà. Ida Magli, come già detto, non ama girare attorno alle questioni, o ricorrere a espedienti dialettici che evitino di épater le bourgeois. Lo si nota nella sua ricostruzione storica, quando stabilisce la logica connessione consequenziale  della guerra in corso che vede contrapporsi i poteri finanziari euro-americani e la sovranità delle nazioni con la seconda guerra mondiale “guidata dall’Inghilterra e soprattutto dagli Stati Uniti d’America in modo che alla fine l’Europa potesse essere plasmata secondo il progetto unificatore che non era ancora stato possibile realizzare. Fu, infatti, questo uno dei principali motivi per i quali Churchill non volle mai concedere un armistizio a Hitler sebbene gli fosse stato chiesto insistentemente più volte. L’America a sua volta condusse bombardamenti distruttivi, spietati, contro gli uomini, contro la Cultura, contro la Storia, contro l’Arte, senza alcuna giustificazione strategica di carattere militare. (…) Uno scopo, quindi c’era: cancellare per sempre la storia e la civiltà d’Europa (…) Per questo la guerra non finiva mai. Si fermò soltanto quando non ci fu più nulla da distruggere e gli uomini furono ridotti a poche, misere larve spaurite in cerca soltanto di un rifugio dove nascondersi. L’America dichiarò allora (…) che l’Europa, insieme ai suoi nefandi figli, non esisteva più e che adesso, nell’uguaglianza universale, era lei la padrona del mondo”. Alla faccia dei “politicamente corretti” di ogni risma. Alla faccia dei “sovranisti-buonisti” che fanno la caricatura della Merkel in divisa da SS con il simbolo dell’Euro al posto della svastica. Il rullo compressore della Magli, nelle pagine di “Difendere l’Italia”, continua la sua marcia passando alla descrizione del momento attuale, del silenzio complice di quella Chiesa che si cristallizza nella conservazione di una stantia ritualità aliena alle sue stesse origini ma che tace sul velo di morte che la finanza apolide sta stendendo sugli uomini, e dei crimini di quegli addetti alla cosa pubblica succubi di un “sopra-potere che guida tutto e tutti nascostamente verso mete preordinate. (…) Sotto le vesti del Bilderberg e degli altri Club dell’area occidentale, il Laboratorio per la Distruzione ha preso il comando dei governi e dei politici d’Europa ai quali è delegato soltanto il compito di realizzare, in totale asservimento, l’omogeneizzazione e l’unificazione dei popoli e degli Stati, distruggendoli nell’unificazione europea”. Le soluzioni, che l’Autrice si sforza di vedere (“senza speranza”) e di affermare (“senza paura”) risiedono nella denuncia più radicale delle organizzazioni sovranazionali, nella riconquista della piena sovranità monetaria, politica, economica. Nel blocco immediato di ogni omologazione mondialista e di ogni religiosità dell’ “accoglienza”. Nella riaffermazione dello spirito popolare delle nazioni, dell’italianità in ogni sua manifestazione politica, culturale, etnica. Nella riscoperta del nostro intrinseco valore paesaggistico, artistico, musicale (“la capacità genetica musicale è l’unica – sostiene Ida Magli – della quale (almeno ad oggi, visto che è praticamente vietato fare ricerca sull’eredità genetica della cultura) abbiamo prove troppo evidenti per essere smentite”). Una battaglia, in sintesi, per l’affermazione di un’identità e per la rinascita dell’intelligenza, dello spirito critico di una nazione, fuori da ogni falso dogma imposto da chi anela alla morte del nostro popolo: “come sappiamo ormai molto bene,  qualsiasi forma di valutazione è proibita, visto che valutare implica stabilire differenze. Il tabù dell’uguaglianza uccide le differenze, ma contemporaneamente uccide le intelligenze”. Nei racconti di “Marcovaldo”, Italo Calvino raccontava in tre passaggi l’Uomo dinanzi alla modernità: il grigiore dell’esistenza, l’illusione di poter tornare a vedere la “Natura”, e infine l’immancabile delusione, dovuta dall’impossibilità di raggiungerla. Le parole dell’Autrice di “Difendere l’Italia”, appellandosi sempre agli Uomini, ci danno invece i precetti per aprire una quarta fase, una fase nuova: la necessità, anche dinanzi alle preponderanti forze nemiche, di continuare a lottare. E’ un naturale atto di ribellione contro quei poteri che perseguono l’obiettivo della nostra estinzione con un’arma assolutamente nuova: ci spingono a darci la morte da noi stessi. E’ un atto dovuto ai nostri figli, per poterli, un giorno, guardare negli occhi senza provare vergogna. E’ la necessità, sostiene Ida Magli, di “diventare Eroi proprio nell’epoca e nella società che ha affermato di non averne bisogno”. Ida Magli, “Difendere l’Italia”, BUR, Milano 2013