lunedì 29 dicembre 2008

Il sacro valore dei soldi

di Nico Carlucci


Assistiamo ad una crisi economica straordinaria, senza precedenti negli ultimi decenni. Le banche chiudono, molti dipendenti vengono licenziati. Le grandi potenze dell'economia-mercato, dell'economia-finanza vivono stridenti la depressione che è già presente e che falcerà fra poco le sorti progressive, degli uomini e delle donne, di questa "patria-mondo".
Il capitale perde quota, coloro che vi avevano creduto falliscono, ma non sono pronti ad "espiare". I Governi americani, europei dicono che aiutarenno le loro banche e industrie automobilistiche tramite le risorse dello Stato. I cittadini comuni che con i loro risparmi sono anche lo Stato perderanno, così, una seconda volta.
I banchieri, coloro che giocavano in borsa, quelli che investivano il denaro continueranno a non essere puniti per le menzogne raccontate. Sono proprio queste menzogne che hanno portato al collasso delle borse, dei mutui, del valore moneta che improvvisamente diventa carta senza significato, "nuda", nella "patria-mondo".
Perchè è di questo che si tratta: di un credo sacro, di una economia sacra che per i potenti non poteva sbagliare, non può sbagliare come per chi invita, oggi, a "consumare", nonostante la crisi planetaria.
In questo gioco avevano creduto non solo investitori e politici, ma anche professori, riformatori di destra e di sinistra che rilasciavano interviste in attesa della felice era del globale.
Alcuni sociologi hanno scritto l'utopia che gridava al "nuovo universale", dimenticando gli individui, le culturre e le loro "incomunicabilità". E nel fare ciò essi non potevano non riconoscere la "verità" dei mercati finanziari e la promessa di una somiglianza, buona e pacifica, tra i popoli: moneta, scuola, divinità.
Gli uomini venivano invitati, per riuscire, alla interdisciplinarietà dei saperi. Ma l'Antropologia, rifiutata dai poteri, aveva fatto incontrare e interagire proprio i saperi ancora prima scontrandosi con le istituzioni che non volevano la nuova epistemologia.
Parlare di "scontro di civiltà" era blasfemo. L'opera di Samuel Huntington, nei primi anni, veniva evitata, troppo "visionaria"!
La verità che doveva passare era quella dei mercati, delle religioni, della "new age", in altri termini, del "mito" che rinasceva nell'abbraccio planetario della globalizzazione.

mercoledì 12 novembre 2008

Università: i dottori "perduti".

di Nico Carlucci


dedicato a Davide, studente di Chimica a
Perugia e del movimento dell' Onda


Il mondo della scuola e dell'Università protestano. Ma oggi, ha ancora senso parlare di istruzione in Italia? "Istruzione", che brutta parola, che i governi, i pedagogisti e i sindacati di turno hanno reso vuota. Istruzione di chi e di che cosa? Dell'individuo? Della massa? Istruzione per tutti?
So solo che si continua a non cambiare nulla sia sul piano delle discipline che su quello della "molteplicità".
Dicono che il mondo sia plurale e indeterminato. E' giusto. Ma chi è al potere ci crede veramente? Forse no! E il globale dove va? Cos'è questo oscillare tra il "locale" e la pluralità dei significati?
Pensiamo, per esempio, ai nostri titoli accademici.
Nell' era della globalizzazione si vuole la loro equipollenza a quelli stranieri infischiandosene della cultura italiana e della sua "diversità" nella Storia. Equipollenza di che cosa? Magari anche dell' altezza, del taglio dei capelli, dei diplomi, appunto, delle lingue, dei valori? Ma non viviamo nell'unicità di chi è persona? Perchè i poteri cercano di renderci "simili" negando, così, la libertà di ciò che è "altro"?
Da come si sono configurati i nuovi corsi di laurea, di primo e secondo livello, di laurea triennale e specialistica, di dottorati di ricerca è emerso il non aver capito "noi" e gli "altri", l'Italia e il mondo anglosassone a cui si vuole assomigliare a tutti i costi.
Come conseguenza, bisogna prendere atto che non esiste nel "Bel paese" una laurea magistrale o specialistica, per esempio, in Filosofia. Sembra strano, ma è così. Queste ultime si chiamano in modo da ricordare più dei percorsi e delle borse di studio: Storia della filosofia, Scienze filosofiche, Filosofia e studi teorico-critici ecc. Niente di tutto questo in America, vero punto di riferimento della riforma universitaria italiana, come ho già detto.
Negli USA i master e i ph.d in Filosofia sono Master e Ph.D in Filosofia e basta. E' lo studente che una volta ammesso ai relativi corsi, sceglierà un suo campo di studi "originale".
Adesso guardiamo ai dottorati di ricerca che nascono negli anni 80. Ma con le nostre lauree del vecchio ordinamento non eravamo già dottori? Oggi chi è dottore? Tutti, per non offendere nessuno, basta laurearsi nella confusione degli ordini e gradi che vengono "offerti" per la formazione
(gli studenti dell'Onda chiedono giustamente l'abolizione della formula 3+2).
Per restare nell'ambito dei dottorati di ricerca (questa si faceva anche prima con la discussione-"difesa" della tesi) sono stati inventate tante dizioni e "titoli" che non hanno alcuna corrispondenza con quelli esteri. Cerchiamo di essere chiari. In America dopo il master decido di fare, per esempio, un ph.d in Antropologia. Trattasi di un Ph.d in Antropololgia. Qui, in Italia, diventa, invece, un dottorato di ricerca in Antropologia e epistemologia delle società complesse, Antropologia della contemporaneità, ecc. Dov' è l'equipollenza?
In realtà, con queta fioritura di corsi universitari, diplomi, master di primo livello e di secondo livello, di dottorati di ricerca dai nomi più vari e "particolari"si creano, appunto, materie e cattedre per qualcuno tramite la moltiplicazione delle diciture e degli "indirizzi". I poteri e le "baronie" prendono il sopravvento creando titoli autonomi e paradossalmente non "equipollenti".
Nella fabbrica dei diplomi, i dottorati di ricerca e non diventano uno "stile" dei poteri accademici secondo la moda del momento. Più tardi la Storia dirà che quest' ultimo è stato finalmente superato perchè il clima culturale è cambiato e il potere deve rifondare se stesso.


domenica 24 agosto 2008

Dove va l'Europa...

di Nico Carlucci

Beh, sia la destra che la sinistra hanno ratificato il "Trattato di Lisbona". L'idea di fare un referendum per la sua approvazione non è passata minimamente nella mente di chi detiene il Potere che tace di fronte agli Italiani. Possiamo dire lo stesso riguardo alla blanda opposizione del centro-sinistra con tutte le sue "ombre". Chi salverà l'Italia? Prima si parlava di "Costituzione europea" che i francesi e gli olandesi non hanno voluto. Per vincere l'ostacolo la "Costituzione europea" è diventata "Il Trattato di Lisbona" che è stato bocciato, comunque, dagli Irlandesi chiamati giustamente a votarlo.
Di Pietro e la sua battaglia "titanica", il suo referendum contro la lodo-Alfano vengono oscurati da quella che testardemente dice di essere la sinistra (vedi Veltroni)."Sì" al "Trattato di Lisbona" , "No" a Di Pietro fanno parte, forse, della stessa logica culturale che vuole gli Italiani sudditi.

sabato 23 agosto 2008

Il piccolo mondo "antico" e i suoi autogol.

Il giornalista Francesco Merlo, forse, ha ragione con il suo articolo su "Repubblica" del 23 agosto 2008.
L'Arcigay, Grillini stanno strumentalizzando la morte di Domenico Riso, lo steward italiano, vittima, in questi giorni, dell’incidente aereo di una compagnia low cost spagnola. Dicono che i media non parlano della sua "gayezza", del fatto che stesse viaggiando con il suo "compagno" quando l'angelo della morte lo ha incontrato.Tutto questo è assurdo. Domenico è un uomo che muore solo come tutti gli uomini.Alcuni poteri di sinistra cercano di etichettare, nella tragedia, il suo decesso: usano addiritttura una lingua che ha creato la stessa emarginazione degli omosessuali.
Caro Arcigay, non usate più parole di "sinistra", di quella sinistra che quando era al governo è stata "incapace" di parlare di PACS e di coppie di fatto. Una sinistra che continua ad usare categorie lontane dal modello culturale del "digit" per tornare a sacralizzare termini e temi "passati" come emigrazione, operai (le famose "morti bianche"), questione meridionale, Sicilia "terra atavica".
Non viviamo più nel periodo del Neorealismo. Non capisco perchè questa "nostalgia" italiana per il Neorealismo con tutte le sue vecchie categorie che non parlano più al cuore e alla mente degli uomini "moderni".

venerdì 22 agosto 2008

Fuori e dentro la Follia. Oltre la psichiatria

di Nico Carlucci


Opere scritte anni fa attraverso la propria vita, come succede a molti artisti e scienziati, ritornano a verificare quello che ancora oggi viviamo. Alcune domande vengono a riproporsi prepotentemente in un modello culturale che credevamo di aver esaurito, ma che, viceversa, "disegna" ancora i dubbi, gli interrogativi e il non risolto che lo avevano impregnato vivificandolo ancora.
Franco Basaglia, conosciuto per aver messo in subbuglio la scienza psichiatrica, aveva scritto e agito, negli anni 70, tra mille contraddizioni che seppur non eliminabili, come lui stesso aveva affermato, sono state, in ultima analisi, la forza del suo pensiero.
Allora diventa ancora importante ripercorre, per capire meglio, la formazione di Basaglia e anche la sua teorizzazione (o forse, è meglio dire antiteorizzazione?). Si parte dalla fenomenologia e si arriva all’esistenzialismo , all’incontro con Sartre e l’opera di Foucault. In altri termini, si giunge a tutto ciò che in-forma il pensiero dello psichiatra che si nutre di un contesto di trasformazione strutturale e di contestazione del potere: il 68, l’antipsichiatria di Laing, il marxismo, le rivendicazioni della classe operaia.
L’abolizione del manicomio in Italia con la legge 180 del 1978, è stato solamente l’epifenomeno di quanto preparavano gli anni immediatamente precedenti che vede Basaglia uno dei loro protagonisti.
Nel nuovo millennio molti giornalisti, politici e programmi televisivi, sembrano voler cancellare la definizione di Basaglia che il “folle” sia “un essere nel mondo”, in una “situazione” che vengono date dall’incontro della persona con l’ambiente.
Da outsider, appunto, egli supera il limite del proprio campo di sapere “in un incontro interdisciplinare in cui i sistemi scientifici vengono reciprocamente contestati, per sfuggire al pericolo di ricostruire una nuova ideologia”. E’ quanto una certa antropologia sperimenta da molti anni. E’ proprio questo aver superato i confini che il potere ha tracciato tra le diverse discipline che rende Basaglia, l’uomo Basaglia, lo psichiatra Basaglia, scomodo all’Istituzione: fuori e dentro la follia, oggettivazione e soggettivazione del “malato di mente”, indeterminatezza del delirio, incapacità di cogliere una assolutezza della pazzia.
Come più volte l’antropologia culturale mette in luce, attraverso un’analisi comparativa tra culture, la diagnosi di malattia mentale è intelligibile all’interno del modello culturale in cui nasce. Le allucinazioni “schizofreniche” di un Occidente che ha “inventato” la Psichiatria vengono accettate, per esempio, quando per i siberiani è il loro sciamano a cercarle ed averle, in una “situazione”, appunto, riconosciuta come “normale” dal gruppo.
Qualche anno fa , in Italia, Colucci e Di Vittorio tornarono sul tema dell’antipsichiatria con una biografia proprio su Basaglia. Questi si interrogarono, così, sui folli, in una vera e propria contestazione della psichiatria organicistica che ha isolato l’uomo dalla naturalità della cultura.
La loro opera finalmente metteva in luce alcuni problemi non risolti dallo psichiatra e le contraddizioni “positive” della stessa legge 180 di cui Basaglia era consapevole (la “medicalizzazione” del malato di mente).
Oggi, noi, dobbiamo tornare a smascherare il Potere e le sue decisioni riguardo al futuro degli uomini la cui libertà viene ricodificata, purtroppo, di continuo dalla programmazione, nella certezza dei ruoli prefissati, cari allo psicologo, al sessuologo, al sociologo di turno.

Telemaco Signorini : "La sala delle agitate"
Sala delle Agitate

giovedì 14 agosto 2008

Un'altra pietra nel Muro: antropologia e fenomenologia

di Nico Carlucci

Eccomi fare, alcuni anni fa, l’antropologo “sul campo” in America, vivere e toccare con mano la potenza come è stata studiata dai fenomenologi delle religioni a proposito delle culture “altre”(Gerardus van der Leeuw, Fenomenologia della religione, Bollati Boringhieri 2002, tit. or. Phanomenologie der Religion, Tubingen, 1956).
Si, l’America, dove credo che la potenza venga vissuta col giurameto, con la bandiera a stelle e strisce, col dollaro che recita “In God We Trust”.
Quell' anno, a metà novembre, Bryant Park, in Mid Manhattan, dopo il "Fashion Show", ospitò “The Wall that Heals” (Il Muro che Guarisce) come recitava il manifesto e il programma dell’evento. Questo è la replica esatta , in scala ridotta, del Vietnam Memorial di Washington, DC. Su di esso, conforme all’originale, sono riprodotti 58202 nomi di uomini e donne morti durante la guerra del Vietnam.
Quello di Bryant Park è un muro di alluminio nero che ha la caratteristica di essere “itinerante” e “interattivo”. Tuttora, con esso, dicono gli sponsor, si vuole dare la possibilità a chi non può recarsi nella capitale americana, di ricevere conforto leggendovi il nome di un figlio, di un fratello, di un marito, persi durante la guerra.
Come è evidente, nel “Muro che Guarisce” sono presenti tutte le strutture del Sacro: è oggetto potente, che emana poteri miracolosi e in più attraversa l’America consacrandone il territorio.
Gli Statunitensi sono chiamati a riconoscersi intorno a esso per lenire ferite concrete e simboliche, individuali e collettive. Domani il Muro verrà trasportato in altre metropoli, città, verso altre latitudini, altri climi. Il suo potere taumaturgico non è diverso da quello delle tante immagini o delle tante Madonne in giro per l’Italia a cui i credenti chiedono intercessioni e guarigioni.
Nella storia l’oggetto-muro ha sempre avuto un significato di potenza. Ricordiamo il muro del pianto degli ebrei a Gerusalemme, quello delle città e dei monasteri medioevali, il Muro di Berlino, la Grande muraglia cinese, il Vallo di Adriano.
Il muro segnala il perimetro, il confine che separa e che non si deve oltrepassare. Vivere all’interno delle stesse mura significa appartenere al gruppo che le ha costruite, al gruppo che vi si è rinchiuso dentro riconoscendosi negli stessi valori e partecipando della stessa essenza.
Al muro si richiede si essere forte, impenetrabile, inviolabile affinché possa difenderci dai nemici.
Per il monaco del Medioevo le mura sono simbolicamente e concretamente la fondazione di uno spazio e di un tempo "nuovi" che diventano liturgia. Questa scandisce la giornata del monaco, il suo lavoro e la sua preghiera, lo separa dal profano e lo consegna al "sacro". Nella sua "solità il monaco può, così, finalmente gridare: “Oh beata solitudine, oh sola beatitudine”.
Perfino nella mariologia è possibile trovare la simbologia trascendente del muro. Tra gli appellativi della Madonna ricordiamo, infatti, quelli di “muro inespugnabile”, di “rocca sicura”per mezzo dei quali si allude alla sua verginità.
“The Wall that Heals” rappresenta questa potenza trascendente imperitura, come tutti gli obelischi, tutti i ceppi, tutti i monumenti (si pensi a quelli eretti in onore al milite ignoto).
Il Muro che Guarisce “dice” di quel confine tra la vita e la morte, crea il mondo dell’al di là, l’eternità a cui tutti quei nomi incisi su di esso appartengono. Nomi di uomini e donne sacrificati dalla guerra in nome della Patria, di Dio come ricordano anche i bigliettini lasciati come ex-voto.
Il mese di novembre rafforza con il suo grigiore questi significati “funesti”, di morte insieme alla festa dei santi-morti e alla notte di Halloween che l’ha preceduta.
Gli uomini, nel nostro caso, gli americani, tornano a fare i conti con la morte che si crede possa essere manipolata e vinta attraverso determinate formule, preghiere, facendo uso di talismani e perché no anche di un muro interattivo, simbolico-conceto, sostitutivo di quello di Washington come quello che ci ha fatto visita a New York durante la settimana del Veteran’s day tra le foglie di un autunno inoltrato nella città avvolta, per l’occasione, da un silenzio solenne.

sabato 2 agosto 2008

E tieni asciutta la tua polvere da sparo: Antropologia culturale in America

di Nico Carlucci

Credo che bisogna tornare a leggere alcuni dei classici del pensiero antropologico visto che vengono tuttora dimenticati nei posti deputati al sapere. In Italia, poi, per via della forte influenza del marxismo sono stati rimossi quegli autori fondanti dell’ Antropologia perché appartenenti all’America “cattiva e capitalista”. Non è un caso, infatti, se viene pubblicato, in italiano, solo adesso, nel 2008, un libro di Margareth Mead: America allo specchio: lo sguardo di un’antropologa, uscito per la prima volta negli States nel 1944 (titolo originale: And Keep your powder dry; an anthropologist looks at America).Il Muro di Berlino non sembra essere caduto nel nostro Paese riguardo i Grandi delle scienze sociali, relegati al silenzio per mezzo di un atteggiamento che appare come una vera e propria “malafede” . Da noi le scienze sociali non vengono, del resto, valorizzate dal Potere che continua a chiamarle “sapere umanistico”come succede per la Storia data l' inconsapevole, anacronistica influenza del Positivismo. Non è così in tutto l' Occidente.
E che dire di nomi come quello di Franz Boas, di Alfred L. Kroeber ignorati dalle università italiane, dai loro percorsi di studio, dalle loro lauree di "primo" e di "secondo" livello?
Franz Boas ha fondato, alla Columbia University di New York, il primo dipartimento di Antropologia in USA . Lo studioso ha vissuto in America per cinquantacinque anni.
Kroeber è stato, invece, uno monumento della culturologia durante la prima metà del Ventesimo secolo e oltre.
In Italia, niente di tutto questo, né prima del Muro, né dopo il Muro. Boas e Kroeber continuano a non essere letti, citati dall’accademia nonostante il loro rigore e il fatto che siano dei giganti del sapere tout court.

THE UNIVERSITY IN EXILE
E’ proprio con Franz Boas (1858-1942) che l’Antropologia si sviluppa nel suo significato moderno. Egli nasce a Minden, in Germania, ma vive quasi tutta la sua vita nel Nuovo Continente. Si laurea con una tesi sul colore dell’acqua del mare. Il suo interesse per la Geografia lo portò all’Antropologia.
In questa sede presento, in sintesi, alcuni punti del lavoro di Boas.
Prima di tutto bisogna dire che le ricerche dello studioso tendono a dimostrare il superamento delle tesi evoluzionistiche che parlano di sviluppo delle culture per “stadi”. Ciò fu percepito dai contemporanei come qualcosa di veramente nuovo.
Boas, inoltre, dimostra, contro le convinzioni della sua epoca, che le razze non influenzano le culture, che tratti culturali simili vengono ri-modellati in modo originali e diversi dal “pattern” che li riceve.
Le culture si incontrano direttamente, storicamente (alcuni dei loro elementi, comunque, possono anche avere una nascita autonoma).
Vorrei che il lettore percepisse la forza di quanto Boas andava dicendo. Molte sue posizioni, oggi, sono ben codificate e quasi "ovvie". Ma con Franz crollavano, a livello di metodo, veramente le mura di Gerico!
Rielaborazione dei tratti culturali, contatto storico tra i gruppi , per l'antropologo, naturalizzato americano, diventava sempre più importante mettersi dal punto di “vista dell’indigeno” per capire i popoli. Da qui viene fuori il relativismo che fa di ogni cultura un “unicum”, di difficile comprensione, per via della sua “storia” particolare.
In questo contesto definisce gli evoluzionisti dell’Ottocento degli “etnologi da camera” in quanto si servono di materiali di seconda di mano mentre il suo motto è : “Tutti sul campo”.
E Boas fu più volte “sul campo”: tra gli indiani e gli abitanti delle zone artiche, affascinato dagli eschimesi, dai mille modi di questi ultimi di “chiamare la neve”.

ALFRED L. KROEBER

Allievo di Boas fu Alfred L. Kroeber che nacque ad Hoboken, New Jersey, nel 1876 .
Egli intuisce subito l’importanza della storia in Antropologia essendo il processo di sviluppo della cultura di tipo accumulativo.
L’uomo, al contrario delle altre specie animali, ha la capacità di creare i simboli e soprattutto di rendere partecipe delle sue invenzioni, scoperte, anche generazioni precedenti.
Nel saggio il “Superorganico” (1917) ci sono molti argomenti illuminanti al riguardo.
L’uccello, per esempio, riesce a volare grazie alle ali che sono di origine organica. Antenato dell’uccello è il rettile che non ha le ali. Nel momento in cui la vita sulla terra incomincia ad essere difficile, ecco che il rettile in questione trasforma le sue scaglie in piume e un paio delle sue zampe in ali. Tuttavia, l’uccello, come è evidente, ha dovuto rinunciare a qualcosa per volare. L’uomo, viceversa, è capace di volare grazie all’aereo, ad una tecnica. Le sue ali sono extra organiche, non ereditarie come nel caso degli uccelli. Al volo dell’aereo partecipano coloro che ne sono stati gli artefici, gli uomini, e anche i loro predecessori (gli altri uomini). Ecco la cultura. Ecco l’accumulazione delle tecniche, dei simbolismi e dei significati accompagnano sempre le invenzioni.
L’ Homo Sapiens trascende il biologico, come abbiamo visto nell'esempio riportato a proposito del volo; questi è definito dalla cultura che diventa la sua vera natura.
La cultura è autonoma dall’organico anche se dall'organico si muove (vedi la lingua che ha bisogno degli organi della fonazione e di un modello che la strutturi allo stesso tempo). L'interazione tra uomo e ambiente diventa conditio sine qua non della nostra specie.
Kroeber continua, poi, approfondendo la sua analisi scientifica: parla di quattro livelli nei quali è possibile far rientrare tutti i fenomeni che ci circondono. Abbiamo il livello dell’inorganico, dell’organico, appunto, dello psichico, del socioculturale. Tra essi viene ad istaurarsi una gerarchia: i fenomeni di un livello superiore possono essere spiegati in termini di fattori del livello o dei livelli inferiori e non viceversa. Ovviamente, l’antropologo americano nega qualsiasi principio di autonomia ontologica dei livelli di cui si sta parlando.
Nessun misticismo, quindi, a proposito della cultura. Il "socioculturale, la cultura, appunto, è puro prolungamento encefalico del tutto "libero".

Alfred Kroeber Alfred Louis Kroeber

lunedì 14 luglio 2008

Sigur Ros: ancora Dio che suona lacrime d'oro in Paradiso

di Nico Carlucci


Ieri a Milano, all'Arena Civica, c'è stato il concerto dei Sigur Ros.
Il gruppo islandese, con la sua musica, ha ri-creato un' atmosfera onirica e sognante, di aurore sublimi e di poesia.
Jonsi, il solista della band, ha una voce alta e bellissima, da incantatore degli umani.
La batteria pulsava tempesta nella notte liquida milanese che rispettava il sogno dei presenti, venuti da mondi lontani, per ascoltare l' incanto e chi aveva in testa la corona del Re della fiaba.
Insieme ai Sigur Ros si sono uniti i violini di fanciulle eteree i cui capelli al vento hanno fatto rivivere le saghe nordiche dell'Islanda. A queste si sono fusi uomini in bianco con bombette bianche che suonavano le trombe nella vertigine dell'anima buia e misteriosa.
I Sigur Ros hanno proposto musiche "emotive", liriche in un "festival" di note boreali.
La pioggia cessava su Milano e dava spazio, così, al loro concerto, alla magia silente della neve e delle sfere illuminate degli uragani della scenografia del palco.

martedì 10 giugno 2008

Appunti di antropologia

di Nico Carlucci

Milano, 20 giugno 2008

La lirica di Eugenio Montale data alla maturità di quest'anno è dedicata a un uomo non ad una donna: "Ripenso il tuo sorriso, ed è per me acqua limpida".
Ma la traccia del Ministero che accompagnava il testo poetico in questione diceva, invece, che il poeta stesse parlando di una donna. L'errore è stato grande. Lo hanno sottolineato molti giornali.
Per capire veramente bisognava ripercorrere la storia dell'Occidente e il ruolo della "mascolinità femminea"in Occidente.
L' "acqua limpida" con cui inizia la poesia di Montale, spesso, è associata, in maniera ovvia, alla femminilità. Ma è veramante così? Qui"acqua limpida" , senza ombra di dubbio, è un ballerino russo, Boris Kniaseff.
Ciò viene rafforzato anche dalla "giovinetta palma" con cui si chiude la lirica del poeta genovese che è simbolo maschile, come ben sapeva Oscar Wilde.
E' un errore non nuovo nella "letteratura" quello di scambiare un uomo con una donna, la bellezza dell'efebo con la "donna ideale"!
Gli storici francesi, del resto, hanno anche detto che la fanciulla dell'amor cortese nascondeva un volto virile. E che dire di Michelangelo che dipingeva le sue madonne servendosi di modelli maschili?
Forse, viene riconfermato nell' inconsapevole culturale dell'esame di maturità di quest'anno che la donna "ideale" cantata dai poeti, rappresentata nell'arte sia veramente un Uomo! Anche oggi!



Milano, 19 giugno 2008

Ieri, il bellissimo concerto dei Radiohead a Milano.


Milano, 14 marzo 2008

Leggo queste parole di C. Levi Strauss del 1985 riportate sul "Corriere della sera" ( 13-03-2008): " Ho cominciato a riflettere in un' epoca in cui la nostra cultura aggrediva altre culture- e a quel tempo mi sono eretto a loro difensore e testimone. Oggi ho l'impressione che il motivo si sia invertito e che la nostra cultura sia finita sulla difensiva di fronte a minacce esterne, fra le quali figura probabilmente l'esplosione islamica. E di colpo mi sono ritrovato a essere un difensore etnologico e fermamente deciso della mia stessa cultura".
Si, forse, scompariremo. Non so.
Qualcuno dice: "Italia, delenda est". Comunque, oggi è una bella giornata e il sole "splende".


Milano, 6 marzo 2008

Sono stanco di una Italia comunista, di una Italia che "celebra" le morti "bianche", il sacrificio degli operai che diventa "bianco", trascendente. Mi dispiace, ovviamante, per queste morti, ma il Potere se ne serve, il Potere, sacro e laico: i media, i giornali, l'ultima campagna elettorale.
Io piango la morte dell'uomo in quanto tale, dell' individuo.
E mi chiedo: all'interno della logica della "morte bianca" i contadini dove sono? I comunisti non parlano di loro, del contadino che muore investito dal "trattore"! Stalin, del resto, aveva stremato i Kulaki. La storia si ripete. Dove è la morte degli insegnanti, di chi è nel terziario? Quali sono i loro colori?
Nell'era del globale, della "bomba informatica" è anacrostinistico ritornare a santificare in Italia gli "operai"!

Milano, 24 gennaio 2008

Cara Ida Magli, un altro giovane attore è morto: Heath Leadger, 28 anni, interprete del bellissimo film di Ang Lee Brokeback Mountain. E come lui morì, anni fa, River Phoenix, protagonista del film di Gus Vant Sun: My own private Idhao. Entrambi giovanissimi, entrambi morti, forse, di overdose, di disperazioni che la loro vita-morte è riuscita, solo in parte, a rappresentare. Due ragazzi "etero" che nel cinema diventano "gay" (cowboy, nel primo caso, marchetta, nel secondo caso) e la cui bellezza "celestiale" strugge il mio cuore.
Ecco, volevo comunicarle questo.
Con grande affetto, Nico

sabato 3 maggio 2008

New York: per un'antropologia urbana

di Nico Carlucci


Andare a New York è ancora un viaggio verso un futuro-presente. Accendi la tv americana: vieni messo al centro di avvenimenti i cui fatti ti rendono parte di una storia, la tua storia "pop". Un good morning che è un orrizzonte che dà senso a quello che stai per vivere quando già apri l'acqua del rubinetto, quando ti metti sull'autostrada. Un quotidiano-avvenimento annunciato dal tempo, da vento o sole , neve o piogge che sfidi potente. Epifanie "laiche", come "laiche" sono il crogiolo delle razze, della musiche rock, soul, jazz.

"I love New York", canta Madonna colei che ha fatto classico il genere "pop" in musica come, del resto, aveva fatto Andy Warhol, nell'Arte, molti anni prima. Una New York che si fa "musical", beat.
New York che, forse, ha creato il "sacro umano". E' proprio questo il suo esperimento vincente: un laboratorio del "sacro umano" che parte da lontano, dall' America protestante che ha "inventato " i diritti civili, i gender studies, il political correct

Si, "I Love New York", scritto sulle magliette, sui treni della metropolitana, tramite un'arte di strada, di graffiti, di rap simbolici e concreti. Questi ti accompagnano nei grandi magazzini, con prodotti del commercio che paradossalmente "individuano" in una apparente indistinzione mediatica.
Gli happening di Central Park, dei suoi caffè e negozi di libri, dove i campus, prima, e le strade, poi, celebrano insieme riti individuali e collettivi insieme ai rumori, agli odori della Grande Mela.
New York, architetture volte all'immaterialità, quartieri variopinti, dove abitano ancora "underground" e modernità, istituzioni WASP e murales, "strutture interrogative" di un divenire presente.
Succede, qualcosa sta per succedere, è già successo: annunciato da sirene, pompieri, Twin Tower che crollano, vecchi quartieri smembrati, locali e teatri che chiudono i battenti, calvinismi e liberazioni sessuali.
E dici: "Siamo ancora sicuri del MOMA e dell' Apollo Theatre di Harlem"!
Leggende che sono miti che vivono, ancora "vita", parte di un immaginario dove attori, cantanti, pubblico, visitatori vengono rimescolati in un gioco continuo delle parti.

sabato 15 marzo 2008

Un piccolo Principe dell' Amore.

di Nico Carlucci
Ci si ricade sempre, e ogni volta con la solita testardaggine. Un viaggio senza ritorno sia che vada  o non vada bene. Vale la pena di viverlo, dà senso alle tue cose anche se diventa sofferenza, forse, esprimibile attraverso la sola scrittura. E continuando mi riapproprio di qualche lettura,  ritrovo i “non luoghi”, forse, la possibilità di inventare un’arte attraverso di essi. Si, un’arte, quella di una utopia virtuale che cerca la sua direzione.
Tu dove sei, in quale angolo ti sei rifugiato, angolo  che nasconde amori clandestini. Ti ho incontrato su questa “terra”, sei parte della mia situazione: essere venuto da chi sa dove, dai colori ardenti dell’equatore.
Leggo qualche verso di Rilke : l’essere va verso il suo superamento per mezzo di una volontà che lo mette in un rischio continuo; dialoga con il nulla che paradossalmente gli dà un senso e si trascende nel suo progetto che, nel mio caso, è un progetto d’amore.
Baci rubati nel metrò e lungo i Navigli, sapori che venivano da un lontano-vicino fatto di carne e odori alacri.
Si parte per un avvenire che non si completa e rimane tale, spalanca gli abissi.
La malinconia torna a visitarti, ma le direzioni dei nuovi mondi non si sa neppure quali siano, se ci sono, se verranno.
Una canzone esistenziale suona familiare: le note di una filosofia che libera l’anima.
 

lunedì 18 febbraio 2008

Le donne si vestono.Simbolismo dell'abito monastico femminile

di Nico Carlucci

“Perfetta vita e alto merto inciela
donna più su” mi disse, “a la cui norma
nel vostro mondo giù si veste e vela,
perché fino al morir si vegghi e dorma
con quello sposo ch’ogne voto accetta
che caritate a suo piacer conforma.

Dante, Canto III, "Il Paradiso", Divina Commedia
Sul modo di vestirsi dei religiosi e in modo particolare delle monache, non esiste ancora una riflessione di carattere storico-antropologica che tenga conto del vissuto e del modo in cui le donne si sono percepite indossando quanto era stato deciso dai consacrati maschi (velo, tunica, sandali, cintura, cilicio, rosario). A questo scopo, credo che il concetto di cultura possa essere utile per una ricostruzione dei significati profondi che accompagna la donna e la sua “rappresentazione,” attraverso il suo corpo, nella storia.
Per cultura intendo un “insieme complesso” di funzioni, norme, tecniche, miti, abitudini, tradizioni, tratti che si integrano in una struttura cui diamo il nome di modello (Alfred L. Krober, The nature of Culture, [Chicago], University Chicago Press, [1952].
Isolare questi fattori, nel nostro caso i diversi capi dell’abito monastico femminile, e rimetterli insieme, significa ripercorrere la lunga durata storica dai quali nascono, il tessuto, interiore e sociale delle donne nella vita quotidiana; ma anche quanto gli uomini-maschi, soggetti agenti della cultura, hanno creato, teorizzato, proiettato nell’ambito nel simbolismo femminile.
Sono stati, infatti, i monaci, i teologi, i vescovi, i papi che hanno “pensato l’umanità” (Jacques Dalarun, “La donna vista dai chierici, in Storia delle donne, Bari, Laterza, 1990, tomo II, pp.24-43). In altre parole, gli uomini di chiesa hanno creato, nel periodo della fioritura degli ordini religiosi, delle abbazie, delle cattedrali, della donna angelicata quel modello culturale di cui vorrei ridisegnare la trama per coglierne lo “stile”, quel modello in cui proprio il costume religioso, maschile e femminile, hanno una funzione pregnante, se non assoluta (mi riferisco al Medioevo cristiano anche se la mia ricostruzione, di lunga durata, appunto, non potrebbe fare a meno di altre epoche, di altri modelli).
Sicuramente, come è stato evidenziato da alcuni studiosi, l’abito femminile presuppone che le forme del corpo siano il più possibile dissimulate, per ragioni di riserbo sessuale. E’ anche vero che le vesti delle monache, spose di Dio, secondo la teologia cattolica, danno una dignità trascendente a chi le indossa, oltre che segnalare l’appartenenza a un certo ordine o congregazione (AA. VV., “Costumi dei monaci e dei religiosi” in Dizionario degli Istituti di Perfezione, III, cc. 204-40 [Roma], Paoline).
Tuttavia, il mio discorso vorrebbe concentrarsi in modo particolare, attraverso vergini consacrate a Dio, le monache, appunto, sull’esperienza che queste fanno del proprio corpo che è diversa da quella dei religiosi maschi. Ma anche sul messaggio culturale che gli “altri” percepiscono del corpo femminile quando è abbigliato in un modo piuttosto che in un altro.


SOGLIA DEL PARADISO

Per prima cosa bisogna riconoscere che nella storia culturale dell’Occidente, dove il monachesimo è nato sviluppando una civiltà altissima (nell’arte, nell’architettura, nella letteratura ecc.), i maschi, i monaci-maschi, hanno rifiutato, negato il corpo femminile.
Gli studi antropologici hanno evidenziato abbondantemente che questo rifiuto nasceva da timore che questi provavano per l’apertura del corpo femminile.
La donna è aperta al trascendente, alla morte che per gli uomini è “luminosa e tremenda”. Da qui la tabuizzazione presso tutte le popolazioni che conosciamo delle mestruazioni, della gravidanza, del parto, del puerperio e cioè di tutti quei momenti in cui la donna è "aperta", appunto, all’impurità della morte che contamina e annienta, con il suo disordine, il regno dei vivi (si veda al riguardo: Ida Magli, La donna: un problema aperto, Firenze, Valecchi, 1974. Tutta la serie mitologica di C. Levi-Strauss ci dà informazioni utilissime per la verifica del nostro discorso)
Per Tertulliano la donna è “porta del Demonio” (PL I, col.1305). I teologi usano, riferendosi alla Madonna, appellativi come soglia, canale, acquedotto. Oddone di Cluny scrive in forma esplicita il ribrezzo per una fisicità “altra” quale quella femminile: “ La bellezza del corpo sta solo nella sua pelle. In realtà se gli uomini potessero vedere ciò che è sotto la pelle, la vista delle donne darebbe la nausea. Mentre non sopportiamo di toccare uno sputo o un escremento nemmeno con la punta delle dita, come possiamo desiderare questo sacco di escrementi? ( PL 133, coll. 556 e 648).
Sull’evitazione delle donne hanno scritto etnologi, antropologi, storici delle religioni. Oggi è lo storico che ripensa, con le categorie dell’antropologia, l’evitazione femminile.
Se presso popolazioni “selvagge” troviamo la capanna delle mestruanti come prova concreta dell’evitazione, da noi le donne, laiche e religiose, hanno conosciuto evitazioni, altrettanto concrete (vedi la clausura o il non dover uscire da casa, oppure, a proposito della chiusura del suo corpo “aperto”, l’obbligo della verginità).
I monaci, inventori della regola e degli abiti che le donne indossano, hanno, così, deciso di vivere separati, solamente tra loro, tra maschi, eliminando del tutto le donne dalla loro “società” (Ida Magli, La sessualità maschile, Milano, Mondadori, 1989). Di conseguenza, essi erano del tutto privi di sensibilità nei confronti dei bisogni femminili avendone negato la fisicità.
Tunica, mantello, sandali, cintura, tonsura, sono stati inventati dai monaci di sesso maschile per se stessi e estesi alle donne con qualche elemento in più come, per esempio, il velo.
Eloisa, fondatrice del Paracleto, in una lettera ad Abelardo, si lamenta scrivendogli le sue riflessioni sulla regola benedettina, della tunica di lana che questa prescrive, in quanto non adatta alle donne perché si sporca di sangue con le mestruazioni: “E’ evidente – dice Eloisa- che la Regola fu scritta per gli uomini. Che senso ha per le donne quella che in lei si dice riguardo ai cappucci, alla gambiera e agli scapolari? Che cosa interessa a noi donne portare sulla pelle nuda dal momento che noi, a causa delle mestruazioni, non possiamo affatto indossarli”. Storia delle mie disgrazie. Lettere di Abelardo e Eloisa, a cura di F. Roncoroni, Garzanti, Milano, 1974).
L’abito monastico della sposa presuppone che tutto di lei debba essere coperto. Il coprire nega la femminilità, l’attrattiva della femminilità, anche essa costruzione maschile, nel suo messaggio sessuale e di “bellezza”. Gli occhi, le mani, e qualche volta i piedi, sono le uniche parti della consacrata ad essere risparmiati dalla copertura.
In questa sede prenderò in considerazione solamente due capi d’abbigliamento della sposa di Dio: il velo e i sandali.

RITRATTI DI DONNE VELATE

Il velo è un capo dell’abbigliamento femminile che ritroviamo nell’ebraismo, nell’islamismo (l’analisi comparativa con culture diverse dalla nostra aiuta moltissimo a comprendere “noi”).
Dire velo significa dire testa-capelli delle donne che si possono correlare ai significati della sessualità-verginità-possesso relativi all’uso che ne fanno i maschi.
I capelli femminili hanno una valenza di bellezza nel vissuto quotidiano delle donne. Quando sono lunghi e sciolti rappresentano la bellezza della giovinezza, dell’attrattiva sessuale, la pienezza della verginità che poeti cantano nella poesia, raffigurano nell’arte.
Il loro taglio testimonia l’avvenuta deflorazione della donna da parte del marito-uomo o del marito-Dio. A proposito, ricordiamo, che non è molto lontano nel tempo il costume delle donne europee di tagliarsi i capelli dopo il matrimonio.
Il velo assolve alla funzione di coprire, nascondere la tonsura femminile.
Testa, capelli-tagliati, deflorazione non hanno il loro corrispettivo maschile.
Nella tonsura del monaco la testa rimane scoperta per segnalare la virilità di quest’ultimo. Egli affronta il mondo a “testa alta”, scoperta; la donna, umile e devota, si china davanti alla divinità con il velo.
Fu San Paolo a volere le femminine cristiane velate (lettera ai Corinzi 11,6).
Il velo rimanda a significati di potenza trascendente. La testa velata, infatti, implica un rapporto con la luminosità della morte presso moltissime popolazioni. Alcuni esempi li troviamo proprio nell’antica Roma: il sacerdote che sacrifica agli dèi colui che si getta nel Tevere autoimolandosi.
Cesare morente, si coprono la testa, una testa, però, con capelli senza “trascendenza”.
E le donne? Non abbiamo detto che i capelli lunghi delle donne sono la loro bellezza che ornano con perle, nastri, corone di fiori, tutte cose analoghe e alle donne, alla loro bellezza?
Quanto hanno dovuto soffrire, le donne, quando rituali o punizioni pubbliche hanno imposto loro la rasatura? (durante la II guerra mondiale ad una donna che tradiva andando a letto con il nemico si “rapava”).
Alessandro Manzoni nel narrare la storia della monaca di Monza descrive la sofferenza che questa ha provato nel dover aderire al ruolo assegnatole dall’ordine di appartenenza e quindi anche dall’abito religioso prescritto: “ Nel vestire stesso c’era qua e là qualcosa di studiato o di negletto, che annunziava una monaca singolare: la vita era attillata, e dalla benda,usciva su una tempia una ciotola di capelli neri, cosa che dimostrava o dimenticanza o disprezzo della regola che prescriveva di tenerli corti, da quando erano stati tagliati nella cerimonia del vestimento (I promessi sposi, a cura di Piero Nardi, Milano, Mondadori, [1970], p. 235).

PERCHE’ NON POSSO LIBRARMI NELL’ARIA?


I sandali sono un altro tratto che vorrei isolare. Dire sandali vuol dire piedi e cioè ancora una volta differenza di significati tra uomini e donne.
Andare scalzo è stato sempre interpretato come segno di umiltà. I sandali alludono alla nudità del piede, ma per motivi concreti, per esempio, la rigidità del clima in inverno, eremiti, monaci, sono stati costretti a calzare i sandali che, comunque, rimandavano al piede nudo e penitente.
Già con la regola di Cassiano (400 d. C.) si parla dell’uso dei sandali da parte dei monaci.
La differenza fra piedi nudi degli uomini e piedi nudi delle donne anche nei sandali è enorme.
Con i piedi i maschi “calpestano” la terra, stanno con i piedi per terra, appunto, che è loro, mentre le femminine, attraverso questa parte del loro corpo, si librano nell’aria. Al riguardo, sarebbe interessante ripercorrere il cambiamento nella storia della calzatura femminile. Ne verrebbe fuori un quadro in cui i significati di eroticità, leggerezza, eleganza, purezza, trascendenza si mescolano con i suoi piedi.
Questi significati sono riassunti in forma gestaltica nel balletto classico (le scarpette rosse delle Ninfe e delle Silfidi), nella fiaba (la scarpetta di cristallo di Cenerentola), nei film (penso soprattutto a “Amore pedestre” di Marcel Fabre, 1914).
I significati di leggerezza trascendente dei piedi interrelati a quelli di bellezza-verginità-giovinezza dei capelli riassumono e sintetizzano l’immagine ideale femminile creata dal sogno maschile.
L’abito religioso delle monache vuole, al contrario, piedi nudi nei sandali, calze pesanti, grosse scarpe nere. A volte le monache vi si adeguano in silenzio, obbediscono alla regola. Altre volte si ribellano. E’ a queste voci che bisogna dare spazio.

Teresa di Lisieux, monaca carmelitana


lunedì 28 gennaio 2008

Dedicato a Jacques Derrida

di Nico Carlucci

Individuare i confini, tracciarli, scoprirli lì dove incomincia il mondo, finisce il mondo. E perdersi al di qua, al di là di una linea che li delimita, che si cerca di oltre-passare, di superare.
L’altro mi “limita”, pone dei termini tra me e lui; mi concilia, allo stesso tempo, nella scoperta del mio essere come "solità"; l’altro mi disperde in una ricerca indeterminata che non mi permette di raggiungerlo e di oltrepassarlo perché fatto da una linea incompiuta. L’altro che appartiene ad un mondo culturale diverso dal mio, la cui lingua, le cui usanze, i cui costumi hanno una loro direzione di senso e ruotano intorno ad un focus concluso, finito, fa rimbalzare, di ri-flesso, il mio modello.
L’altro, di volta in volta, straniero, clandestino, ospite catapultato in uno spazio che si fa globale, mi conquista possedendomi.
Sentieri interrotti, aporia dell’essere che, sperimenta, in ultima analisi, il non passaggio, il non ritorno di un viaggio.
Deridda tratta proprio questo nel libro “Aporie: morire – Attendersi ai “limiti della verità” (Ediotions Galilée, 1996).
Con il metodo del decostruzionismo cerca di capire la “verità” di ciò che non può essere oltrepassato. Partendo dalla filosofia del Dasein di Heidegger, si sofferma sulla morte intesa come limite, come finis, come confine, appunto. Afferma che, spesso, le scienze etnologiche, storiche sono lontane da una analitica del Dasein e quindi da una comprensione della "solità" dell’essere.
Di solito rappresentata come un confine, un limite, un passaggio, la morte è quella linea dove ci si “attende”.

mercoledì 2 gennaio 2008

La guerra quando il tempo si fa "reale"

di Nico Carlucci


“Dopo i gravi e gli acuti dell’alta fedeltà stereofonica,
è dunque il tempo di una stereoscopia in cui l’attuale e il virtuale
sostituiscono la sinistra e la destra, l’alto e il basso”
( Paul Virilio, L’arte dell’accecamento, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2007)


L’ 11 settembre ha segnato l’ inizio, nella storia, di una violenza globale della quale i media hanno fatto una imponente rappresentazione. Veniva, così, superata la guerra tra i popoli, circoscritti dal luogo e dalla cultura di appartenenza, per dare sfogo ad un avvenimento di guerra “totale”, quella non assimilabile agli ultimi conflitti mondiali. Dei conflitti che hanno visto (vedono) partecipi i loro diretti protagonisti e i telespettatori e che, in ultima analisi, hanno come metafora proprio il mondo della rete, un “non luogo” nel quale tutti ci muoviamo senza seguirne, capirne la direzione. Persi nei “non confini” e spesso anche nell’ incapacità a riconoscere i nomi dei posti che si attraversano, ci troviamo davanti a nuovi modi di intendere la stessa violenza, gli episodi che la rivelano, gli uomini che la vivono da sacrificatori e da vittime ad un tempo.
Con l’attentato alle torri gemelle, New York si fa “città mondo” e gli autori del terrorismo inaugurano un modo “originale” di combattere sfruttando al meglio le più moderne tecnologie.
Non era così prima. Nell’ Ottocento si combatteva per difendere la Patria. Il concetto di territorio sacro, la categoria dello spazio hanno fatto in modo che si andasse alla guerra per difendere anche la patria degli altri, il territorio degli altri. Byron, poeta inglese, muore in Grecia combattendo per la libertà di questa terra.
Le guerre passate sono state giustificate in base e “alti” principi. Ma ora che non ci sono più territori delimitati (Schengen), dove il “nemico” è da “nessuna parte e dovunque”, dove lo sguardo di un mondo telecratico si fa ossessivo nella dimensione pubblica planetaria come luogo che dissolve tutti gli altri, la globalizzazione può configurarsi come “una promessa di violenza”.
Il filosofo Paul Virilio spiega questo: il mondo sensibile ha ceduto il passo a quello fotosensibile, mentre l’oggettività è stata sostituita dalla teleobbietività.
Al riguardo, ricordiamo i giorni che precedono la guerra in Iraq, quando assistiamo come i media hanno voluto che il conflitto incominciasse: “La guerra si farà entro tre mesi e gli USA la vinceranno. Ci accomodiamo davanti alla TV per assistere a questo straordinario programma, vedremo gli aerei all’attacco, i palazzi che saltano in aria: da un punto di vista mediatico sarà un grande spettacolo”(J. Grisham, “La Repubblica”, 12-12-2002).
La sovrapposizione mass mediatica è straordinaria e ha reso lo stato di panico un fatto “sociale totale”che continua.

EPILOGO

Quello che sembra un solo tassello della cultura contemporanea, il sensibile che viene sostituito dal fotosensibile, l' oggettivo che è rimpiazzato dalla teleobbietività, coincide con un insieme di tratti che “creano” la globalizzazione propriamente detta.
Solo così, all'interno di questo nuovo sistema-non sistema, che capiamo il perché della crisi che l'Occidente vive in molti settori, soprattutto nell'ambito dell'Immaginario. E' l' Immagimario, sì, dell' arte e della scienza che sono in crisi. In una dimensione in cui il "vedere" perde di significato, entrano in uno stato "moriendi", per esempio, il Teatro, la Danza, i “Musei”.
Lo spazio come luogo di fantasia non c’è più con l’avvento del virtuale e del “tempo reale”. E così anche le religioni che danno il passo al computer diventato Dio.
Eccoci, allora, davanti alla “traiettoria”, al movimento, dunque, all'“arte grafica”.
Andiamo verso la de-materializzazione delle architetture, delle forme, della materia per viaggiare, questa volta, con l’accelerazione e i suoi fasci di luce (vedi quelli del “Ground Zero). L’attrazione per il digitale sostituisce la linea come superfice del suolo, appunto, della prospettiva a favore di una fuga infinita allo Zenit.