lunedì 12 dicembre 2011

Gli uomini raccontano le donne, le donne raccontano gli uomini: Win Wenders e Lars von Trier

di Nico Carlucci

L'Antropologia si è spesso occupata della condizione femminile. Credo che l'immagine delle donne sia cambiata anche grazie agli studi "passionali" di questa scienza sociale e al contributo scientifico di molte studiose che ponevano la cultura come conditio sine qua non della ricerca.
Ma a questo punto, con sguardo interrogativo, mi chiedo: "Abbiamo fatto tutto? Cosa possono ancora dire e che cosa viene impedito alla "femmina dell'uomo" nell'azione concreta dell'essere?
Sono domande importanti perché è da qui che si vede veramente il cambiamento di un modello.
Vorrei soffermarmi su due film usciti negli ultimi tempi nelle sale italiane: "Pina" di Win Wenders, "Melancholia" di Lars von Trier. Entrambi belli, tutti e due diretti da registi maschi, ma che vedono come protagoniste le donne. Nel primo vengono proposte in versione 3D alcuni celebri perfarmance della direttrice artistica del Tanztheater Wuppertal, Pina Bausch, che a partire dal 1973, ha rivoluzionato il linguaggio della danza e le tecniche del balletto. Qui si portano in scena scenografie leggendarie nelle quali i corpi, i movimenti, i ritmi sono di rara bellezza.
In "Melancholia" ci sono due  sorelle, Justine e Claire, un tempo unite, ma che ora si stanno allontanando. Justine sposa Michael e piomba in uno stato di malinconia che la rende "calma" mentre un misterioso pianeta, apparso da dietro il sole, è in rotta di collisione con la Terra. Claire, invece, è terrorizzata da questa minaccia che arriva dallo spazio. L'Apocalisse è affrontata in solitudine dalle sorelle con il "loro bambino" quando il pianeta sconosciuto precipita sulla Terra. Michael si era ucciso per non vedere ciò che non si guarda, la morte che arriva dai cieli.
Win Wenders e Lars von Trier sono nomi importanti della cinematografia internazionale che hanno "fatto scuola". Dicevo, due film belli in cui la figura femminile accenna, forse, a sconvolgenti significati: una donna moderna e "antica" in "Pina", archetipo dell'immaginario, quintessenza corporale; un mondo senza "uomini", viceversa, quello di Justine e Claire di "Melancholia" che vedono l'ultimo sole occidentale! In quest'ultimo film sono proprio le donne a incontrare la Morte.
Ma perché "Pina" e "Melancholia sono stati fatti da due registi maschi, Wenders e von Trier? Perché, nononstante il cambiamento della figura femminile di cui ho parlato all'inizio, sono i maschi che dicono delle donne, questa volta, però, senza maschi "protagonisti!?!

Alcune immagini tratte dal film di Win Wenders "Pina"

Immagine precedente
Una scena del film <em>Pina 3D</em> di Wim Wenders. -

sabato 12 novembre 2011

Il profumo della lingua Italiana e Dante

 di Nico Carlucci

La lingua ha seguito il cammino dell'uomo. Essa è frutto di una selezione sicuramente biologica, ma anche e soprattutto culturale. Con la posizione bipede, la nostra specie ha "liberato" il suo cervello, ha dato maggiore spazio all'intelligenza grazie ad un maggior afflusso del sangue. E' proprio A. Leroi-Gourhan che  evidenzia questa liberazione sincrona del cervello, della lingua e della mano che diventa possibile quando l'Homo Sapiens assume la posizione eretta. Così incomincia l'avventura umana con un mondo attraversato da correnti di uralo-altaici, stirpi indoeuropee, africani. L'uomo è in movimento, si sposta, registra, grazie alla lingua, i segni, i fonemi, i simboli. Ed è della lingua degli uomini che dirò in questo piccolo intervento.
Nel suo ultimo lavoro il genetista Cavalli-Sforza scrive: "La lingua ha segnato confini di potere e di conquista con alcuni idiomi che si sono imposti con successo e altri meno"(Geni, Popoli, e Lingue, Adelphi). E' stato così. Ma  pensiamo, ora, all'Italiano, alla nostra lingua. Essa ha "unito" noi, gli Italiani, nonostante le divisioni, nonostante non esistesse uno stato unitario che è venuto solo con il 1861 e di cui celebriamo oggi i suoi 150 anni. Dante aveva capito bene la forza della lingua che per lui era il volgare, in altri termini, l'Italiano nascente. Contemporaneo al Convivio, il De vulgari eloquentia dell'Alighieri  è un trattato scritto in latino tra il 1303 e il 1304  e riguarda, appunto, la lingua, il volgare. L'intenzione di Dante era quello di compiere un'opera costituita da quattro libri, ma non ci riuscì. Alla fine verrà fuori il primo libro intero e 14 capitoli di un successivo lavoro non portato a termine.
Pur affrontando il tema della lingua, il De vulgari eloquentia fu scritto in latino perché gli interlocutori a cui Dante si rivolgeva appartenevano all'élite culturale del tempo. Il poeta si lanciò in un'appassionata difesa del volgare. Esso è illustre, cardinale, aulico, curiale. Dà, a chi lo parla, lustro e aulicità regale; di esso si servono anche le corti ed è adoperato negli atti politici di un sovrano.
Ma quello che qui ci interessa è che il volgare di Dante è cardinale. Intorno ad esso girano i dialetti e le varietà linguistiche dell'Italia di allora. Il poeta sembra un antropologo ante litteram quando parla, del volgare e del suo "popolo". Egli definisce la cultura e cioè quell' insieme complesso di significati, di simboli, di suoni, di valori, di costumi che si intersecano e "circolano" nell' ideterminato. Ma sentiamo Dante: " Come uomini d'Italia, ci sono alcuni semplicissimi tratti di abitudini e di modi di vestire e di lingua, che permettono di soppesare e misurare le azioni degli Italiani. Ma le operazioni più nobili fra quante ne compiono gli Italiani  non sono specifiche di nessuna città d'Italia, bensì comuni a tutte ; e fra queste si può a questo punto individuare quel volgare di cui sopra andavamo in caccia, che fa sentire il suo profumo in ogni città, ma non ha la sua dimora in alcuna".
La lingua italiana e la letteratura italiana hanno fatto, come ho già detto, l'Italia prima dello stato unitario.  In essa lingua hanno poetato i Siciliani, gli Apuli, i Toscani, i  Romagnoli, i Lombardi, le genti della Penisola donandola agli "altri" mediante la  Musica,  l'Arte, la Scienza.

in alto dipinto di E. Delecroix (1798-1863)


giovedì 10 novembre 2011

Leggendo "Gli ItalianiLiberi!"

No! Questo No!

di Ida Magli 

articolo tratto da:www.italianiliberi.it



 

venerdì 7 ottobre 2011

"Siate pazzi, siate affamati": Steve Jobs e il Villaggio globale.

di Nico Carlucci

Muore Steve Jobs, un genio dei nostri tempi "poco moderni". E' stato l'inventore di iPhone, di iPad, di iTunes. Fondatore della Apple, Steve ha rivoluzionato l'industria della tecnologia mondiale trasformando le vite. L'iTunes Store è la libreria on line con tutta la musica e i film della Terra. Con iPhone Jobs entra, invece, nella telefonia mobile: il telefono della "mela" che diventa a schermo tattile. L' iPad riscrive la storia dei reader e dei computer. In ultima analisi, Steve Jobs è il "genio" che compie il salto epistemologico nell'accezione in cui ne aveva parlato l'antropologo  Alfred L. Kroeber e sposta, così, la cultura globale,  il vissuto della specie. E'  "sognatore" dei grandi, la fantasia che è nella Scienza.
Riporto le parole che ha pronunciate nel 2005 ai neo-laureati di Stanford: "La morte è probabilmente la migliore invenzione della vita. E' un agente di cambiamento: spazza via il vecchio per fare largo al nuovo. Il vostro tempo è limitato, allora non buttattelo vivendo la vita di qualcun altro. Non lasciatevi intrappolare dai dogmi, che vuol dire vivere con i risultati dei pensieri degli altri. E non lasciate che il rumore delle opinioni  degli affari affoghi la vostra vita interiore. E, cosa più importante, abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione. In qualche modo loro sanno già cosa voi volete davvero diventare. Tutto il resto è secondario (...) Siate pazzi, siate affamati. Io me lo sono sempre augurato per me stesso."
Ecco il genio: essere poeta e scienziato insieme. Ecco ciò che, spesso, viene non capito: la"follia degli eroi", il "sogno" con il superamento di quanto codificato dagli altri, dai poteri precostituiti.
Grazie Steve

giovedì 8 settembre 2011

Per una storia politica medioevale: la Chiesa, gli Imperatori e altro...

di Nico Carlucci

I poteri temporali e spirituali rivendicano da sempre, silenziosamente, la propria sacralità. Ciò viene da lontano, dalla storia che cercherò qui di raccontare. Storia occidentale, si intende. In Oriente, con il Cesaropapismo, i poteri temporali hanno avuto la meglio rispetto a quelli che si occupavano del mondo della spirito. E' questo il motivo per il quale non c'è stato, quasi mai, lo scontro, come da noi, tra sovrani e patriarchi.
In Italia e in Europa, invece, ci si chiedeva: “E' più potente il Papa o chi governa le genti?” Spesso, a queste domande si è data una risposta proprio nella nostra Penisola dove si è piantato uno stato “straniero”, il Vaticano, che ha goduto di notevoli privilegi.
E' proprio di questi anni la crisi globale delle borse e dei titoli. I cittadini italiani vengono chiamati a nuovi sacrifici: tasse e tagli della spesa pubblica.
Su Facebook impazza, intanto, l'invito degli Italiani al Vaticano a pagare la finanziaria. La Chiesa, infatti, mette il suo naso dapertutto, negli affari degli Italiani, senza dare neanche un centesimo a quel popolo che pure viene chiamato  a donarle l 'otto per mille quando è il tempo della dichiarazion dei redditi
Già con il De Civitate Dei (412 d.C.) di Agostino d'Ippona viene a delinearsi la sacralità del mondo degli ecclesiastici. Quest'opera influenza i maggiori teorici della politica nell'arco dell'intero Medioevo. Da essa nasce l'dea che i governi temporali siano sorti per tenere a bada gli istinti antisociali dovuti al peccato originale. Solo la “città celeste”, in ultima analisi, è dotata, per Agostino, di vera giustizia
E così i papi accresceranno il loro potere a incominciare da Leone I, il primo papa.
Calo Magno fu, invece, un leader riconosciuto nella cristianità occidentale per investitua divina, ma che necessitava, comunque, dell' approvazione del pontefice. Nella notte di Natale dell' 800 fu, infatti, incoronato dal papa Leone III come imperatore del Sacro Romano Impero. E' vero, tuttavia, che la Francia merita una trattazione a parte in questo” tempo del sacro” che sto raccontando, ma non è questa la sede. Nei secoli la patria di Giovanna d'Arco ha sempre cercato di non allinearsi alla Chiesa di Roma, pur rimanendo profondamente cattolica. In proposito, potremmo ricordare le vidende della Chiesa gallicana. Ma in modo particolare, ci si potrebbe soffermare sul potere di “guarigione dei suoi sovrani” di cui ha scritto Marc Bloch nel suo saggio: I Re Taumaturghi. Questi guarivano dalle scrofole grazie all'intercessione di Dio, quindi erano potenti e “indipendenti”.
Più tardi, se ci spostiamo nel mondo tedesco, vediamo come Ottone I di Sassonia (X sec.) ricorre ad un un numero crescente di vescovi e di abati scelti dalle piu potenti famiglie nobiliari per la loro “investitura”.
Ma la lotta tra i potenti dei beni spirituali e i potenti dei beni mondani prosegue.
Gregorio VII (Idelbrando di Soana) scrive il “Dictatus Papae” (1075) dando con esso una pienezza al potere pontificio. Egli si scontrò con l'imperatore Enrico IV che scomunicato conobbe l'umiliazione quando si recò a Canossa, presso la contessa Matilde dove si trovava il papa come ospite, per chiedere a quest'ultimo perdono. Senza l'approvazione della chiesa, Enrico IV non poteva vantare alcun diritto al trono.
Un storia diversa la incontriamo nell'Europa nel nord, una storia che porta, più tardi, alla Riforma. Forse, fa eccezione, riguardo all'Italia, l'opera di Marsilio da Padova con il suo Defensor pacis (1324)che cerca di smascherare l'infondatezza delle pretese assolutistiche del papa.
Ma torniamo al nord Europa o meglio all' Inghilterra.
Guglielmo d' Ockham (1285 ca.-1349 ca.) frate francescano inglese, prende la difesa dell'ideale della povertà assoluta. Con lui si teorizza l' autonomia fra potere temporale e potere ecclesiastico, i cui titolari, però, sono leggittimati, in casi eccezionali, a intromettersi reciprocamente nella sfera di competenza altrui. Comunque, è il ruolo determinante del popolo quello che conta nel conferimento del potere a chi governa. Ogni potere proviene da Dio attraverso gli uomini che ha un ruolo, quindi, straordinario.
Un altro grande teorico politico, teologo e filosofo inglese del Trecento, fu Giovanni Wyclif. Per lui chi si trova in uno stato di grazia riceve da Dio una signoria su tutti i beni della terra. Parla anche di un "dominio evangelico" che è l'unico che si può esercitare in comune. E continua con la necessità di colpire i membri del clero che pretendono di esercitare un dominio "civile": re e signori secolari sono lo strumento di cui Dio si serve per ricondurre gli ecclesiastici alla purezza delle origini apostoliche.
La chiusa di questo intervento verrà scritta dai lettori.

CARLO MAGNO

 
 

domenica 24 luglio 2011

Gli angeli del Rock: Amy Winehouse

di Nico Carlucci

Ieri moriva la cantante Amy Winehouse, a ventisette anni. E' la stessa età in cui sono andati via i nomi della musica come Jimmy Hendrix, Curt Cobain, Jim Morrison, Janis Joplin. Spiegare le morti di questi giovani per via dell' uso delle droghe non è sufficiente. Le solitudini degli uomini, forse, sono non spiegabili. Amy Winehouse ha il merito di aver ridato, però, speranza ad un canto delle "donne", questa volta, sì, universale. Ha fatto musica pop, rock, mescolata con i ritmi della Giamaica e con il soul. La Winehouse sperimentava, così, anche il jazz con una voce a cui stanno attingendo le nuove generazioni. Pochi sono i cd compiuti dalla cantante inglese tra cui ricordiamo Back to black, ma non importa. Essi sono già parte della nostra storia "moderna". E se oggi riusciamo a dire questo è perchè la musica dei "giovani", alternative, indie, punk, grunge, "parlano" ancora dell'arte, di tutto quanto non riusciamo a incapsulare in formule precise. Non dimentichiamo come in passato essa è stata bistrattata e continua ad esserlo, silenziosamente e nessuno lo sa. E allora tornano, per esempio, le canzoni di Hair , la rivoluzione e le chiome di fanciulle nell'arcobaleno.
Da più parti c'è il tentativo di ricodificare ciò che decodifica, con i suoi temi e le sue strutture, un modello culturale. Lo si è fatto, lo si fa anche con la musica dei "giovani", degli angeli del rock. E' un gioco ingiusto, non capire un "eversione", nel nostro caso la musica di Amy. Qualcuno "coglierà" la profondità del suono e di voci, sì, qualcuno lontano dai canali mediatici che travolgono la purezza dell'arte. Ed è da qui che si ricomincia...

domenica 10 luglio 2011

Morte a Regina Coeli: Stefano Cucchi

di Nico Carlucci

Avrei voluto parlare, a distanza di un pò di tempo, della fine di Stefano Cucchi. Pensavo di analizzare le connessioni che esistono tra morte di Stefano e il sistema del potere. Mi sarei soffermato anche su quei fili inestricalili che uniscono corpo, sessualità e morte e che continuano ad agire nel nostro modello culturale. Tornano alla mente, così, le stimmate del Cristo, delle piaghe della vittima del sacrificio. Non ce l'ho fatta. Dopo aver guardato le foto di Stefano che la sua famiglia ha voluto che fossero "pubbliche", mi sono chiuso nel silenzio angoscioso.
Cosa siamo? Il gruppo ancora ricalca le strade di un inconsapevole che non ammette deroghe?. Ma non avevamo parlato, in Occidente, del cambiamento? Perchè l'infierire su Stefano, sul suo corpo da parte proprio di chi rappresenta le istituzioni? Ci domandiamo sgomenti chi abbia ucciso questo ragazzo di trentun anni fermato il 15 ottobre del 2010 per droga al Parco degli Acquedotti di Roma? Stefano muore il 22 ottobre all'Ospedale Sandro Pertini della capitale dopo essere passato per gli ambulatori del carcere di Regina Coeli e dell'Ospedale Fatebenefratelli senza la possibilità di essere visitato dai suoi parenti. Le foto che testimonano di ciò che è stato fatto del corpo del giovane fanno troppo male. Certo, in passato le foto documentavano anche la santità, il martirio della vittima prescelta dal gruppo per comunicare con la divinità. Ma quelle di Stefano hanno poco di "ideale", mancano di qualsiasi "profumo" o ardore passionale. E' un corpo con il volto tumefatto, un occhio rientrato, la mascella fratturata, la dentatura rovinata. Le istituzioni dicono che Stefano sia morto in carcere per una caduta. Arrestato dai carabiniere il 15 dicembre, trascorre la notte in caserma. L'indomani è al processo per direttissima. A questo punto credo che torni utile rileggere Sorvegliare e punire (1975) di Michel Foucault opera importante per capire i significati storici e culturali relativi alle punizioni e alle prigioni. Stefano picchiato in carcere? Che cos'è successo nei sotteranei dei tribunali? Stefano è stato pestato a Piazzale Clodio secondo quanto ci viene raccontato? Di, sicuro lo Stato deve rispondere ai familiari del ragazzo, alla sorella che mette in evidenza le contraddizioni, i silenzi. Stefano sa che sta morendo; la violenza verso di lui è incomprensibile e "feroce"; avrà ancora respiro quando chiede la Bibbia nel momento della solitudine estrema.

sabato 16 aprile 2011

L'Italia al tempo dei migranti

di Nico Carlucci

Le statistiche dicono che le femmine sono più brave dei maschi a scuola e che il loro numero supera quello del “sesso forte” anche in molte facoltà universitarie. Allora c’è da chiedersi se le donne siano più intelligenti degli uomini, se il modello culturale sia cambiato davvero, se il rapporto tra i generi conosce una nuova “primavera”. Se ciò fosse vero, quante di queste ragazze "brave" rinunceranno ad essere “mogli di”? Torna il grido della docente del film “MonnaLisa smile”interpretato da Julia Roberts che vuole che le sue allieve diventino "soggetto" della società americana e non solo, appunto, "mogli e madri".
In realtà, credo che il maschio abbia abbandonato la scuola perché questa non gli serviva più per capire il mondo. C’è da aggiungere poi il disagio che i ragazzi vivono, giorno dopo giorno, all’interno di uno spazio, quelle delle istituzioni scolastiche, fatto da maestre e professoresse che lo agiscono e lo teorizzano secondo i valori della “femminilità”: bisogni, accoglienza, recuperi ecc.
Il Pene, il suo primato, è messo in crisi dalle donne che “studiano”? Dove sono le erezioni, la tensione della sfida e del dominio che hanno accompagnato il Pene nel lungo itinerario della storia “globale” della specie Homo sapiens-sapiens?
In Occidente un maschio de-virilizzato diventa un modello "perfetto" per le donne! Da indagini e interviste varie sembra proprio di no. Provate a chiedere anche voi: “Come deve essere un maschio in amore e quando fa sesso? Attendete la risposta. Poi fatevi raccontare dai gay come è stato quando sono stati “abbandonati” dalle loro numerose "amiche" appena queste si sposavano.
La donna, in qualche modo, vuole ancora sentirsi protetta e “dominata” e il maschio che ha voluto la “parità”, così, si trova allo sbando.
Trasferiamo tutto questo agli ultimi avvenimenti socio culturali. Oggi l’Italia mostra una “femminilità” quando è incapace di difendere i suoi confini e si lascia invadere dagli immigrati. Non ultimo quello che sta succedendo con l’arrivo dei tunisini che sbarcano a Lampedusa, aggressione, questa volta, si, tutta maschile, di una Italia “femminile”. Arrivano dalla Tunisia solo maschi giovani , la cui età media è di venticinque anni, maschi senza le donne. Facile immaginare il corto circuito sessuale che ciò provocherà. In Italia sono stati etichettati come clandestini, ma con il permesso di soggiorno temporaneo voluto da Maroni molti di loro ora sono "ex-clandestini"; il tentativo di ridefinirli nella Penisola cambia in modo ambiguo. Di ciò sono responsabili non solo i politici di destra e di sinistra che parlano in termini di “accoglienza” o di "respingimento", ma anche i giornalisti che scrivono di tsunami e di caso “umanitario”. Ma ci rendiamo conto che sono tutti maschi, questi tunisini, che sbarcano sulle coste di una Italia i cui politici hanno psicologicamente la parvenza della “femminilità”? La Chiesa, ovviamente le dà forza guardandosi bene da un suo reale intervento (solo prediche ma nessun "ricovero" concreto degli extracomunitari).
I maschi musulmani, nel nostro caso i giovani tunisini di cui sto parlando, hanno il Pene circonciso e riaffermano, in questo modo, la loro assoluta mascolinità vincente. Del resto, è quello che hanno fatto gli ebrei e gli americani. Ma ciò non viene mai affrontato: il politico non sa cosa farsene dell’antropologo che studia i sistemi culturali, le “personalità di base” (Kardiner), in altri temini, i popoli e i loro modelli.
Non era così in America quando, per esempio, la Commissione del Servizio Informazioni Militare dava a Ruth Beneditct, durante gli anni della Seconda guerra mondiale, il compito di studiare la mentalità dei giapponesi che gli USA in quel periodo combattevano. Venne, allora, fuori il tema dello “shame culture” (cultura della vergogna). Benedict se ne occupò in un’opera dal titolo Il crisantemo e la spada” (1946) divenuta poi un classico dell’Antropologia.
Ma se le donne hanno un primato a scuola, come ho detto, sono paradosalmente più “forti”, perché la guerra continuano a farla i maschi? Perché i conflitti bellici vedono protagonisti e vengono decisi ancora da politici maschi? Al riguardo, pensiamo all’intervento della NATO in Libia.
La specie Homo sapiens-sapiens è sicuramente influenzata dalla cultura, ma forse, per la prima volta, sorge l’ipotesi che nel rapporto tra i sessi e quindi nella dinamica culturale conti anche la forza fisica dei maschi, un’ aggressività “naturale” da cui è difficile sfuggire.
In Occidente dopo il femminismo, la parità tra i sessi, le quote rose, il maschio esce indebolito. Ma alla donna europea piace veramente un uomo che non comandi, che non penetri, che non sia un “capo”? Cerco una risposta, ma questa volta “non soffia nel vento”.
Uomini sportivi
 

mercoledì 16 marzo 2011

Dialogo con Platone

di Nico Carlucci

Preambolo

L’ Uno è negazione della molteplicità? Ma quando si predica il concetto di uno lo si moltiplica: se non si predicasse affatto sarebbe uno, se ne parlo è già più di uno, è già due. Gli si aggiunge, così, il concetto di essere. L’ultimo Platone: l’Uno è essere proprio perché lo predico: nego e affermo nello stesso tempo. Le idee non sono l’una accanto all’altra, ma se le accosto dialogano e si scontrano. Questo è il nuovo significato di dialettica, che non designa più solo un metodo di indagine: diventa anche la struttura della realtà

Il Mito è “l’altro”

E ora guardiamo ad alcuni dialoghi di Platone in cui compaiono personaggi e tempi “altri” intorno ai quali l’antropologo si interroga: Diotima, la sacerdotessa di Mantinea, Er e il suo mito, lo Straniero di Elea di cui il pensatore parla nel Politico. Sono tutte tracce dell’uomo che interroga l’uomo che “supera” quanto il modello culturale di appartenenza mette a disposizione: codificatore di un mondo e suo decodificatore. In esso modello è presente il vissuto del filosofo ateniese e quindi la cultura e la storia. Al riguardo, sarebbe interessante capire da dove venga a Platone la dottrina delle idee. Il livello di analisi dell’antropologo è diverso, lo so, da quello del filosofo, ma essi possono interagire per capire meglio la storia del pensiero occidentale. Franco Trabattoni propone una lettura non evoluzionistica dell’opera dell'ateniese. I dialoghi della maturità , Repubblica e Fedone, per esempio, non vanno visti in contrapposizione con quanto il filosofo scrive nel periodo della vecchiaia. La dottrina delle Idee è, in ultima analisi, una provocazione della dialettica tra mondo lunare e quello sub lunare. Ciò che conta è la dialettica, appunto, di cui Trabattoni scrive proprio a proposito della seconda navigazione nel Fedone, i logoi e cioè i discorsi nella libertà di chi si definisce, dialoga e fa, così, la scienza nell’Antichità

Andiamo per ordine

Diotima è la sacerdotessa che istruisce Socrate alle cose d’amore.E’ quanto vediamo nel Simposio in cui si parla di Eros. Qui Diotima dice che amore è desiderio di bellezza. Dal padre Porros, Eros eredita la tensione verso il bello e la volontà di possederlo, mentre dalla madre Poenia prende la mancanza, il suo essere scalzo. Eros si abbandona e dorme senza dimora, è un demone che fa l’ uomo filosofo. Diotima delinea un itinerario iniziatico: la Bellezza di un corpo singolo per assurgere alla bellezza di tutti i corpi belli e infine alI'idea del Bello.

Dov’è la Patria?

Lo straniero di Elea ha la patria altrove, è traccia di un’origine, ma non più raggiungibile. Lo Straniero distrugge Elea, la patria e si situa sull’orlo di un nuovo mondo da lui stesso portato alla luce. Per tutta la vita appartiene ad Elea, è lo straniero di Elea che non c’è più.

Interpretazione del mito di Er

Il mito di Er compare alla fine della Repubblica. Qui Platone mette in luce che la metempsicosi rende quasi tutte le sentenze temporanee: le anime, dopo mille anni di espiazione o di ricompensa nel mondo ultraterreno, ritornano a vivere e hanno la possibilità di “saggiarsi” indefinitamente. Er è tornato dai morti per riferirci il suo racconto. Il dàimon non capita in sorte, ma è oggetto di una scelta. La libertà di scelta rende le anime libere. Non era così nella morale tradizionale, ove questa era appannaggio di un potere costituito. La metempsicosi, in Platone, è un elemento assieme responsabilizzante; il caso che determina l’ordine della scelta non è decisivo, perché i paradigmi di vita sono più numerosi delle anime. Il ritorno di Er dal regno dei morti è un’immagine forte: la realtà esiste solo nella misura in cui è viva e in tensione verso il meglio. Noi esistiamo in maniera piena solo se sappiamo fare le nostre scelte.

Epilogo

Abbiamo incontrato la Patria con Er, il suo mito che è ancora nostalgia e spazio perduto. E poi, il desiderio di bellezza,l'amore e la tensione di chi li sperimenta grazie alla “straniera” di Mantinea, Diotima. Si è continuato con Er, il mondo dei morti, ma anche della “resurrezione”. L’Uomo vuole essere libero, Platone lo dice servendosi dei dialoghi e dei miti inventati da lui stesso. L’umano rimane pienamente umano: obiettivo “la vita buona”.

Platone

Platone

mercoledì 16 febbraio 2011

Un occhio sull'Universo: l'Antropologia culturale

di Nico Carlucci



L’Antropologia ha origine verso la fine del XIX secolo. Edward. B. Tylor, britannico, dà nel 1871 una delle prime definizioni di cultura che è, prima di tutto: “…insieme complesso che include il sapere, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e ogni altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo in quanto membro della società”. E’, quella di Tylor, una definizione che non sempre, nei tempi, è stata percepita nella sua profondità o nella sua rivoluzione in ambito scientifico. Basti pensare che Primitive culture, opera da cui è tratta la suddetta definizione, ha fatto fatica a trovare una sua traduzione dall’inglese all’italiano. Come abbiamo visto nel precedente articolo da me scritto per questo blog “indie” , anche James Frazer appartiene a questo modello del positivismo antropologico proprio della fine dell’Ottocento. Ma sia lui che Tylor sono stati scienziati che hanno usato materiali raccolti da altri, di solito missionari, esploratori, ufficiali coloniali, motivo per il quale sono stati chiamati “antropologi da poltrona”. Questi studiosi erano interessati a capire perché i popoli che vivevano in diverse parti del globo avessero tratti culturali simili. Lewis. H. Morgan, dal canto suo, ipotizzava come i suoi colleghi che le somiglianze delle culture indicassero che i differenti gruppi fossero passati attraverso i medesimi stadi di sviluppo


Un mito non si inventa subito

All'inizio alcuni antropologi ebbero come loro metodo quello dell' "osservazione partecipante". Trattasi di uno studio delle culture che fa dell’antropologo colui che “partecipa” al vissuto dei popoli nel momento in cui ne parla: Bronislaw Malinwoski svolge, così, il suo “lavoro sul campo” nelle isole Trobriand mentre Franz Boas nelle isole Baffin. Verso la fine del XIX secolo nasce anche il diffusionismo. Esso serve per spiegare la somiglianza tra le culture grazie ai contatti geografici tra i gruppi. Prendo dall'altro quello che è più difficile inventare in proprio: il mito, il rito, l’ arte, la tecnica. Gli antropologi che se ne occuparono facevano, tuttavia, notare che tali somiglianze erano, spesso, superficiali: i tratti culturali che subivano un processo di diffusione, spesso, cambiavano di significato e di funzione nel trasferimento da una società all'altra. Di conseguenza, molti erano coloro che si preoccupavano di comprendere le culture particolari. Essi promossero, allora, la concezione che le credenze e i comportamenti di una persona potessero essere compresi solo nel contesto della cultura in cui viveva.

Momenti di gloria dell’Antropologia

Nei primi decenni del Novecento uno dei più grandi antropologi. A. Kroeber, allievo di Boas, riconosceva il carattere autonomo della cultura. E’ il motivo per il quale egli elaborava criteri metodologici per studiarla. Viene fuori, così, il “Superorgarnico” che metteva in luce i modelli o meglio le “configurazioni” o “pattern” delle diverse culture. Kroeber, purtroppo, è stato così poco citato dalla maggior parte degli studiosi italiani che diventa, ora, possibile parlare di una loro “malafede” nell’ambito della Scienza. Boas fu il maestro di numerosi e grandi antropologi che nella prima metà del Novecento contribuirono allo sviluppo della disciplina; ricordiamo solo alcuni dei nomi più significativi: A. Kroeber, appunto, R. Lowie, E. Sapir, M. Herskovits, A. Goldenweiser, C. Wissler, R. Benedict, M. Mead, A. Montagu. Di E. Sapir, bisogna sottolineare che contribuì, nel 1921, a porre i fondamenti della linguistica e dei rapporti tra personalità, pensiero e cultura. Nel 1957 Kluckhohn, invece, si dedica ad una prima rassegna dei contributi che si erano avuti nella ricerca degli «universali della cultura». J. Steward scriveva di una pluralità di linee del cambiamento culturale. Abbiamo, poi, altre correnti. La linea marxista (Z. Baumann, 1973) o paramarxista (M. Harris, 1968), quella funzionalistica (funzionalismo), che ha dato luogo all'odierna antropologia sociale inglese (B. Malinowski, A.R. Radcliffe-Brown, E.E. Evans-Pritchard), quella psicologica, rappresentata da A. Kardiner, quella psicanalitica, con il rumeno G. Roheim. M. Harris e C. Geertz godono di notevole prestigio, ma le loro proposte non sempre corrispondono a teorizzazioni formalmente elaborate. Da questi pochi fili possiamo, prima di tutto, riconoscere che l’Antropologia culturale è americana. Essa ha assunto in Europa una frammentazione con le sue diverse denominazioni: antropologia sociale, storica, medica, antropologia della complessità, della contemporaneità, delle religioni, ecc. Si è assistito, così, alla sua spezzettatura finendo con il dissolversi nelle università. E questo, credo, perché è mancata la sistematicità e il rigore che una scienza necessariamente richiede. Ma l’ America guarda all’ Antropologia culturale con un occhio che fa prevalere l’ “etnografia”. In passato ciò permette di parlare di culture “locali”. Ai nostri giorni gli antropologi statunitensi ritengono che non sia possibile capire i modi di vita dei gruppi umani senza integrare al localismo anche con le relazioni politiche ed economiche globali. Si possono, in proposito, ricordare: James Clifford, Michael Taussing, Joan Vincent. Gli ultimi due lavorano alla Columbia Unversity di New York, nell'università della gloria antropologica, la Ivy League che negli anni Novanta, però, ha visto attonita la defezione dei grandi pensatori. Perchè?

E in Italia?


Negli ultimi decenni, nel Belpaese, alcuni antropologi hanno “tradito” paradossalmente l’Antropologia. Essi hanno sottolineato il carattere astratto e “ costruito" non solo dell'etnia e del gruppo, ma addirittura anche dello stesso concetto di cultura. Quest’ultimo dicono che sia “non fondato”. La cultura è accusata di aver contribuito alla creazione di identità “forti” utilizzate soprattutto nell’ambito dei contrasti politici. Al riguardo, rimando ai libri di Ugo Fabietti. Spesso, gli antropologi del “tradimento” appartengono all’area marxista che “colonizza” i popoli già colonizzati nel passato, con i “valori” di Marx. E ora li relega e ci relega nel mare dell’indistinto e dell’astensione disumana dal “giudizio”. Assistiamo, sgomenti, ad una “libido moriendi” che porta, per esempio, la Commissione europea ad omettere dal suo calendario da distribuire nelle scuole superiori di secondo grado, le feste più importanti della tradizione cristiana a vantaggio di quelle che appartengono ad altre culture. Sono stati prodotti, infatti, più di tre milioni di copie di questo diario nel quale scompare il Natale per includere le festività ebraiche, indù, sikh e mussulmane.
Ida Magli è una antropologa poco amata dall’accademia italiana, forse, perché ha fatto uscire la scienza della cultura dal provincialismo dello studio nostrano delle tradizione popolari e folkloriche. Pur avendo teorizzato, sofferto per le scoperte che i suoi studi portavano alla luce, la Magli è rimasta sola, ma continua con testardaggine a scrivere e pubblicare su tutto ciò che ha a che fare con l’ovvietà dei modelli culturali. Non ultimo, la falsità del Trattato di Maastricht che calpesta le identità delle nazioni del Vecchio continente.
Alla fine di questo breve excursus della storia e dei problemi dell’Antropologia, mi domando: “Il mondo dove va? Forse, il mondo va verso una globalizzazione “voluta” che, di conseguenza, non poteva non portare al “political correnct”, al calendario della Commisione europea di cui parlavo prima. L’Occidente, la nostra cultura scompariranno? Cosa rimane? Restano le scoperte dell’Antropologia, la ricchezza di sapere che ha dato alla biologia, alla psichiatria, alla storia. La speranza si riverbera e continua a bussare con la ricerca e la scienza le cui porte rimangono disperatamente aperte.

mercoledì 19 gennaio 2011

La Sibilla consigliò a Enea di procurarsi il Ramo d'Oro: James G. Frazer

di Nico Carlucci

Soffermiamoci su un classico dell’Antropologia, Il ramo d’oro di James Frazer visto che si dà sempre meno spazio a quella “letteratura” relativa alla scienza della cultura. Sì, cerchiamo di rileggere, di tanto in tanto, in questo blog “indie”, alcune delle opere più prestigiose dell’Antropologia e non importa se sono più o meno “superate”. Il mio vuole essere un tentativo di ridisegnare uno spicchio “minimo” di questa storia mediante uno dei suoi libri che più si ricordano; lo faccio senza ipocrisie di sorta. Incomincio proprio con Il Ramo d’oro di Frazer che fu pubblicato nel 1890 e poi ampliato fino alla sua stesura definitiva del 1915. In esso l’antropologo si occupa delle cosiddette culture primitive in base alla teoria evoluzionistica molto in voga verso la fine dell’Ottocento: “…quale colore avrà la ragnatela che il fato sta ora intrecciando sul telaio del tempo? Sarà bianca o rossa? Non lo sappiamo. Una pallida, tremante luce illumina le parti già ordite. Il resto è avvolto nell’oscurità, nella nebbia”. Il titolo dell’opera deriva da due narrazioni molto diverse tra loro: l'episodio della Sibilla che consigliò ad Enea di procurarsi un ramo d'oro, prima di discendere nell'Ade per consentirgli di ritornare dagli Inferi; il rito dell'uccisione dei re nel bosco di Nemi. Frazer analizza, ne Il ramo d’oro le origini degli usi, dei costumi, dei riti, considerando anche le pratiche religiose e magiche, le superstizioni, i miti attuali e antichi presenti nelle diverse parti del mondo. L’opera si può suddividere in due principali sezioni: la prima ha come titolo "Re maghi e dei morituri”. Qui lo studioso descrive le varie vicende di re sacri, eliminati per mezzo di riti sacrificali. Egli propone anche una teoria sulla struttura della magia, sul culto della natura e degli alberi, sull'origine e diffusione dei tabù, oltre alla riscoperta di numerosi personaggi classici, quali Osiride, Adone, Demetra, Dionisio. La seconda parte del volume, presenta, invece, un maggior numero di tematiche folkloriche. Frazer, appunto,approfondisce le caratteristiche ed il senso dei riti sacrificali, dell'espulsione del male e del capro espiatorio, a cui dedica, oggi, molte pagine dei suoi studi René Ginard. L’antropologo utilizza il metodo del comparativismo servendosi anche di informazioni ottenute di seconda mano dai viaggiatori, cosa questa contestata da Franz Boas che cercava, viceversa, di combatterla con il suo celeberrimo motto: “tutti sul campo”. Certo alcuni limiti de Il ramo d’oro sono evidenti. Non sono sicuramente io il primo a scriverlo. L’Antropologia ha camminato parecchio e ha superato molte delle cose nelle quali Frazer credeva: l’evoluzionismo, prima di tutto, che ispirava la sua produzione scientifica e che parlava di stadi di sviluppo delle culture, quelle primitive (ferme al primo stadio) e quelle “complesse” . Ma i classici vanno riletti per continuare ad interrogarli e fare la storia dell’Antropologia. Frazer elabora anche un modello di spiegazione dei principi della magia, retto da alcune leggi fondamentali, come quella della similarità e del contagio. La prima si basa sul concetto del simile che genera il simile; invece, la magia “contagiosa” è basata sulla legge di contatto che prevede il proseguimento degli effetti scatenati da un contatto, anche ad una certa distanza. Entrambe le correnti magiche appartengono alla grande categoria della magia simpatica, poiché presuppongono un’interazione a distanza. Ma l’Antropologia contemporanea critica lo stesso concetto di magia che di per sé non dice nulla; al contrario, sarebbe opportuno far rientrare il tutto, magia compresa, nell’ambito della fenomenologia del Sacro a cui si sono dedicati diversi storici delle religioni. Alcuni studiosi potrebbero occuparsi proprio di questa conciliazione impropria che Frazer fa tra magia e religione. E da qui ripensare, in chiave nuova, i fenomeni atmosferici, la pioggia, il vento, la siccità, l'alternanza delle stagioni, le fasi della luna, il cammino quotidiano e periodico del sole. Finalmente toccare “ l’anima”, come fa l'autore nell’ultima parte del volume, l’anima intesa come entità concreta, conservabile all'interno di un “recipiente” e capace di garantire, quindi, la salute e la vita dell'essere umano che la ospita. Il campo è aperto.


Enea