martedì 11 febbraio 2014

La pietra miliare dell'Antropologia: Franz Boas


di  Nico Carlucci

Franz Boas nasce a Minden, in Germania nel 1858 da una famiglia ebrea. Ebbe una cultura che si nutriva della fisica, della matematica e anche della geografia che lo condusse indirettamente all'antropologia. Ancora giovanissimo partì per una spedizione presso gli eschimesi della Terra di Baffin con l'obiettivo di studiare gli effetti dell'ambiente fisico sulla società locale.
Nel 1887 Franz va a vivere negli Stati Uniti. Qui fonda a New York, alla Columbia University, il dipartimento di Antropologia e diventa maestro di famosi antropologi come Alfred L. Kroeber, Robert Lowie, Edward Sapir, Jean Herskovits, Ruth Benedict, Margareth Mead. Sempre a New York curò l'American Museum of National History.
Boas, però, non farà mai un lavoro di esposizione sistematica del suo modo di intendere l'antropologia. Beh, sicuramente prende le distanze da L.H.Morgan, antropologo evoluzionista che aveva esemplificato troppo parlando di sviluppo indipendente delle culture. Lo studioso tedesco si concentrava, viceversa, sugli scambi tra culture geograficamente vicine, culture con le quali egli aveva avuto un contatto diretto stando proprio "sul campo" cosa che, purtroppo, non avevano fatto gli evoluzionisti.

Il colore dell'acqua del mare

Nella Terra di Baffin, nel freddo Artico Boas scoprì che il gruppo eschimese degli Inuit parlava del colore dell'acqua del mare, delle sue gradazioni cromatiche. Diremmo noi, ma come? l'acqua del mare ha un colore? Boas giunge alla conclusione che gli Inuit riescono perfino ad influenzare le loro percezioni sensoriali, il modo di guardare il mare grazie alla loro cultura come hanno fatto e fanno, diremmo noi, i poeti e i marinai, gli esploratori e gli avventurieri.
I fattori geografici, certo, sono importanti, ma anche i molteplici percorsi storici che non seguono mai una linearità "evolutiva".
Boas raccoglierà, una volta trasferitosi nel Nuovo Continente, una grande quantità di dati e di informazioni utili a proposito della lingua, degli usi e dei costumi dei nativi americani. Sì, come dicevo, non fa un'opera che codifica la sua metodologia, la sua Antropologia. Ma Boas ne aveva veramente bisogno?

La storia arriva all'antropologo

Con Franz Boas arriva in antropologia un approccio detto del "particolarismo storico". Esso si fonda sull'osservazione di un gruppo umano ben localizzato per metterne in luce le strutture sociali a partire dal suo specifico sviluppo storico. E la storia è irripetibile, è la ricchezza dell'umano, della sua cultura, delle sue culture. E' il motivo per il quale gli stadi di sviluppo comuni non esistono come al contrario affermavano gli evoluzionisti, Morgan, Tylor ed altri.
Boas non ricerca, infatti, leggi universali. Distingue le "scienze naturali" dalle "scienze dello spirito" che si concentrano, al contrario delle prime, proprio sulla irripetibilità di ogni evento storico.

Evoluzionismo, no: limiti del metodo comparativo in Antropologia

Con Boas finalmente c'è il superamento dell'Antropologia evoluzionista e quindi di Tylor, di Morgan ai quali ho già accennato. Essi  proponevano uno sviluppo delle culture per stadi. Da qui il progresso delle civiltà, il loro passare da un momento "primitivo" a quello più civile. Ciò significava, però, non considerare la storia delle culture, le particolarità, i momenti unici e irripetibili di quanto vivono i diversi gruppi umani.
Boas arriva a certi risultati dopo aver studiato i linguaggi dei nativi del Nord America le cui forme e le cui logiche possono essere più complesse di quelle dell'Occidente (il latino, l'inglese moderno).
Egli smonta anche l'unità psichica che spiegherebbe le costanti, i tratti culturali simili di popoli lontani tra loro.
In realtà, per lo studioso sono importanti una geografia vicina, un contatto diretto tra gli uomini che solo rende possibile la presenza di elementi "uguali" tra i gruppi. E qui torna la storia, i contatti storici tra le culture. Ma elementi simili possono anche avere un origine indipendenti e non per via dello sviluppo in stadi della civiltà, dell'unità psichica di cui dicevo prima.
In tutto questo l'antropologo parla di relativismo culturale, la pietra miliare dell'Antropologia culturale diventata oggi, credo, un ostacolo riguardo a questioni etiche ed epistemologiche. 

Il concetto di cultura

Boas è per il  "particolarismo storico", ma l'antropologo fa veramente storia? Lo studioso ne La mente dell'uomo primitivo elabora anche la sua definizione di cultura. Boas  ricorda Tylor anche se da quest'ultimo si distanzia proprio riguardo all'evoluzionismo. Nell'opera su menzionata la cultura è:  "la totalità delle reazioni e delle attività intellettuali e fisiche che caratterizzano il comportamento degli individui che compongono un gruppo sociale in relazione al loro ambiente naturale, ad altri gruppi umani, ai membri del gruppo stesso, nonché quello di ogni individuo rispetto a se stesso" . E' presente qui l'idea di un "insieme complesso" della cultura come in Tylor e cioè una totalità di tratti che non sono indipendenti, ma che possiedono, in ultima analisi, una struttura. Importante in Boas, tuttavia, è l'individuo che nella cultura è capace di
"attività" e di "reazioni".
      Franz Boas