venerdì 24 ottobre 2014

U2: Songs of Innocence

di Nico Carlucci




L’album "Songs of Innocence" degli U2 è stato registrato a Dublino, Londra, New York e Los Angeles. Esso incrocia le primissime influenze musicali della band dal rock e punk-rock anni ’70 alla prima elettronica e musica ambient anni ’80, offrendo una panoramica su come e perché sono nati gli U2.
L'immagine scelta per la copertina ritrae il batterista Larry Mullen Jr. insieme al figlio Aaron Presley  e riporta direttamente alle radici della band come racconta Bono: “riflette le nuove canzoni e la loro ispirazione ai primi anni degli U2 da adolescenti a Dublino”.

A black and white photo of a man holding another man's torso

lunedì 4 agosto 2014

Charles Robert Darwin e la sua Rivoluzione scientifica

di Nico Carlucci

Una rivoluzione scientifica sconvolge sempre, produce una perdita di idee per dare spazio a un nuovo Mondo. E' quanto è successo con la comparsa di Darwin (1809-1882), dell'evoluzionismo alla fine dell'Ottocento, in piena era vittoriana.
Lo studioso inglese raccoglie un'infinità di dati, compie lunghi viaggi per capire che cosa sono le specie. Prima di tutto, queste ultime non sono immutabili. Nel dire ciò Charles confessa silenziosamente che gli sembra di aver commesso un "omicidio" dato che i suoi contemporanei credono ancora, riguardo alle specie, a "tipi ideali" (vedi John Stuart Mill).
A proposito dell'evoluzione, Darwin ne parla in termini di trasmutazione, di biforcazione, di gradualismo, di speciazione, di selezione naturale. C'è un origine in comune dell'uomo con le scimmie antropomorfe. Dalla trasmutazione, dalla variazione degli organismi, infatti, si passa alla loro biforcazione. La speciazione, invece, è favorita dalla geografia, dal più o meno isolamento delle specie che ad un certo punto diventano "complesse". Il biologo inglese continua scrivendo della selezione naturale vista come espressione dell'ambiente che elimina chi non resiste ad esso.
Non c'è quindi alcun disegno provvidenziale. La selezione naturale fa si che la vita vada avanti.
Sono questi dei punti che Darwin espone nel suo libro Origine delle specie (1859) nel quale sono confluite ipotesi, fatti, osservazioni di molto anni prima e che solo il pudore davanti alla "rivoluzione" impediva al giovane Charles la pubblicazione dei suoi risultati. Più tardi egli unisce a tutto questo la selezione sessuale.

Una libertà "evolutiva"

Questo articolo nasce non per esaurire Darwin e l'Evoluzionismo dato che molti scienziati lo fanno meglio di me per via delle loro maggiori competenze in campo biologico e geologico.
Io voglio, invece, sottolineare il fatto che quanto teorizza Charles è nell'aria, in altri termini, è parte del modello culturale in cui Darwin si forma e respira, giorno dopo giorno, ad un livello dove l'incosapevolezza coincide con la consapevolezza.
E' il motivo per il quale Alfred R.Wallace, negli stessi anni scopriva cose che Darwin aveva pensato prima, ammesso che ci sia un prima e un dopo nel modello culturale di appartenenza. La cultura si sa, è circolare, è un insieme complesso i cui tratti interagiscono in una totalità significativa .
"Questi due signori hanno concepito, ciascuno indipendentemente e senza essere a conoscenza degli studi dell'altro, la medesima e assai ingegnosa teoria per spiegare le comparsa e la varietà e di forme specifiche sul nostro pianeta" E' quanto scrive C. Lyell e J. D. Hooker a J.J. Bennet, segretario della Linnean Society.
Darwin si occupò in modo vivo anche di politica grazie alla sua "fiamma morale". Era contro la shiavitù e il razzismo (A. Desmond, J.Moore La sacra causa di Darwin, Cortina editore, 2012). In Brasile rimase fortemente impressionato dal modo in cui venivano trattati i neri. In America, ricordiamo, si era in piena Guerra Civile (1861-1865). Lincoln nonostante tutto era stato tenero nei confronti dei suddisti che sottomettevano chi oggi chiamiamo Afroamericani.
Darwin e Lincoln nascono lo stesso giorno, il 12 febbraio. Coincidenza? Beh, è la mia la composizione di un puzzle, con i suoi tasselli, per vedere la sua "forma", quella che i filosofi chiamano, in ultima analisi, "gestalt" e che io, invece, dico essere il tessuto della cultura con i suoi fili interrelati.

"Io sarò l'amore"

Nello stesso periodo importante  è il dibattito su Dio, sulla sua esistenza. Da una parte c'è l'ateo di "professione" dall'altra chi è ebbro di trascendenza. Per il matematico-filosofo William Clifford (1845-1879), per esempio, il "Grande Compagno è morto" riferendosi nel suo libro Etica, scienza e fede proprio all'ateismo dello scienziato, anticipando, si fa per dire, F. Nietzsche e al più esplicito "Dio è morto". E' il tempo di Teresa di Lisieux (1873-1897), monaca di clausura in Normandia canonizzata dalla Chiesa con un "Uragano di Gloria" nel 1925.
Clifford e Teresa respirano l'atmosfera dello stesso modello culturale. Entrambi muoiono giovani: Teresa a 24 anni, Clifford a 34. Tutti e due lasciano la vita perché affetti da tubercolosi detta anche il "mal sottile". E' una malattia intorno alla quale tanto si è detto anche al livello dei suoi significati simbolico-concreti. Il Romanticismo impone le sue regole. Clifford parla di geometrie non euclidee e allo stesso tempo come un poeta ha il suo sguardo sul sole della primavera che splende, ora, in un cielo vuoto. Nella sua autobiografia Storia di un'anima la piccola Teresa canta le lacrime dei poeti e grida che il Cielo è chiuso.
Darwin sceglie di non affrontare, invece, il problema delle religioni molto dibattuto come ho già precisato. Il biologo Thomas Huxley conia per Charles il termine di agnostico per dire, appunto, che Dio, sì, può anche esistere, ma non è oggetto dell'indagine scientifica.






venerdì 4 luglio 2014

La finzione sacrale dell'operazione "Mare Nostrum" e gli infiniti sbarchi

di Nico Carlucci


L'Operazione "Mare Nostrum" è un tradimento della Storia. Perché usare un'espressione che per i Romani aveva tutt'altro significato? Ma i politici, coloro che ci rappresentano conoscono veramente le Scienze storiche, l'Antropologia culturale, le Neuroscienze? Credo di no, altrimenti non permetterebbero quella che è diventata una vera e propria invasione della nostra Penisola da parte di gente che non fugge sempre dalla guerra come gli Egiziani, i Marocchini, i Tunisini, ecc.
Per i Romani chiamare il Mediterraneo "Mare Nostrum" aveva un significato attivo e di "dominio" non di accoglienza come allude oggi, viceversa, la Santa Madre Chiesa che nasceva proprio dopo il crollo dell'Impero romano.
Il tradimento viene compiuto in modo continuo non solo dai potenti che non vivono il quotidiano degli uomini comuni, ma anche dai media che costruiscono i loro servizi relativi agli sbarchi cavalcando l'onda emotiva degli Italiani.
Sono servizi "femminili", di giornaliste di sesso femminile, ma anche di qualche giornalista "maschio" in linea con il gossip globale. E allora tutti puntano dando la notizia sui poveri bambini da salvare, sui minori, sulle donne senza dire che, in realtà, i clandestini che arrivano sono in maggioranza maschi circoncisi perché di religione islamica. Spesso il governo rassicura il Paese dicendo che gli illegali non vogliono restare in Italia per scaricarli in modo vile sugli altri stati dell'Unione europea. Quest'ultima si guarda bene dai vari Matteo Renzi di turno come è successo ieri quando i nostri politici si sono insediati  per il semestre italiano di presidenza europea a Strasburgo. La Germania ha ricordato a Matteo che continua a "non avere l'età", che i debiti non creano futuro, anzi lo distruggono. E' quanto ha detto Manfred Weber capogruppo del Ppe aggiungendo che l'Italia ha il 130% del debito pubblico! Dove prenderà, allora, i soldi? Altro che flessibilità invocata da Renzi. La Germania riporta il Governo italiano a come stanno le cose. Intanto, la disoccupazione degli Italiani galoppa.

Giochi senza frontiere

Ma chi è che occupa il suolo dell'Italia? Gli uomini e le donne (poche) dei barconi che arrivano in Sicilia, in Calabria e che non appartengono alla stessa etnia, né alla stessa cultura. Essi sono della Nigeria, del Mali, del Ghana, del Pakistan, del Senegal, della Siria, dell'Eritrea ecc. L'elenco potrebbe continuare ma mi fermo qui. Li chiamano "migranti", ma migranti di cosa? C'è una distorsione dei significati e del diritto, un'invenzione continua che di normale non ha proprio nulla. I documenti di riconoscimento? Ma scherziamo? Molti illegali entrano perché vogliono entrare, perché non importa se lo spazio che occupano è di qualcun altro che invece ne conosce la morfologia, l'economia, il lavoro, la religione in quanto è la sua terra natia. Le sacre sponde cantate dai poeti, i fiumi che bagnano l'Italia, il Piave che mormora, l'Isonzo, il Tevere, l'Arno dove Manzoni va a sciacquare il suo romanzo non contano più in quanto il Potere non percepisce la loro carica simbolico-concreta.
Le nostre frontiere sono "violate", in altri termini, stuprate dai barconi, da stranieri che non conosciamo, che non si fanno identificare, che appena arrivano in Italia, spesso, fuggono perché il territorio dell'Europa è finalmente diventato il loro.
Si dice che cercano la Libertà. Ma quale libertà? Quest'ultima si evolve come l'atmosfera, ad un certo punto è comparsa nella storia evolutiva dell'Homo Sapiens, potrebbe scomparire (D. Dennett, L'evoluzione della liberta, 2004) E' una Libertà che si compie in Occidente, oggetto del dibattito filosofico, politico, sociale che è il nostro e non di popoli la cui evoluzione è stata diversa senza con questo voler esprimere alcun giudizio di valore. Il popolo dell'Eritrea, per esempio, ha la sua storia, la sua configurazione, il suo modello culturale che è nell'ambito di un sistema "chiuso". In Eritrea non c'è alcuna guerra in atto eppure gli Eritrei arrivano da noi.
Le coordinate del sistema logico dell'uomo sono determinate, il che non significa che la "libertà" non ci sia. Ma il sistema logico è all'interno di una cultura che ha sempre una direzione di senso e una possibilità di azione nell'ambito di un modello "chiuso", come dicevo prima.
Ecco è a ciò che non bisogna rinunciare, ma soprattutto non bisogna far finta che le diversità non esistano nella  "Terra Patria", perché le vere ricchezze sono proprio le diversità, le molte lingue, i tanti costumi, le diverse musiche del mondo.
Il Potere che ci sovrasta in malafede hanno parlato di Primavere arabe proiettando il tempo delle stagioni occidentali sull'Africa che ha differenti cicli della Natura.
L'Unione europea vuole omologare i popoli, tuttavia, non ci riesce visto che i popoli con le loro culture sono un organismo e rigettano sempre un organo estraneo.

La retorica del Salvare

"Mare Nostrum" crede di salvare vite umane andando a raccogliere chi si è imbarcato sulla tinozza messa a disposizione a pagamento dagli scafisti.
Messi sulla tinozza in cerca di ciò che veramente non sappiamo (della conquista?). Noi abbiamo proiettato sull'Immigrazione i nostri valori, i nostri concetti. Gli Italiani in passato andavano via. Essi, però, partivano con visti, passaporti, carte di identità regolari e non fuggendo o scappando come fanno i clandestini per far perdere, così, le loro tracce una volta arrivati a destinazione. Le terre dove approdavano gli Italiani erano ricche e grandi, la densità demografica bassa, il cristianesimo diffuso. Bisognava vaccinarsi e sapere che dall'altra parte c'era un datore di lavoro ad aspettarti.
Questa era la vera emigrazione che è diversa dall'invasione da parte di quelli che il Governo italiano ha deciso di chiamare "profughi"!
Mai la Storia aveva visto una Nazione andare a prendere gli invasori della sua Terra, mai questo esodo di etnie diverse, come ho detto, esodo "aiutato"!
I nostri politici e giornalisti usano riguardo "Mare Nostrum" il verbo salvare che solo una cultura cattolica poteva inventare.
Ma "Mare Nostrum", in ultima analisi, non salva nessuno. Diamo alla suddetta operazione dei significati truffaldini e diventiamo anche ciechi davanti ad un'Italia che non ha lavoro, non ha alcun impiego da offrire. I politici vogliono far soffrire gli Italiani creando in loro il senso di colpa e allora bisogna far passare l'idea che i potenti, con la nostra Marina salvino le genti.
Il Salvatore? Chi? Ma noi che accogliamo (altra parola sacrale) a Lampedusa, a Pozzallo coloro che vengono dal mare "suggestivo", nelle terre degli uomini che come nome hanno proprio quello di Salvatore, Salvo (nick).
Il Salvatore è una figura che appartiene alla categoria del Sacro studiata dai fenomenologi delle religioni. Qui ricordo lo studio di Rudolf Otto Il Sacro: l'irrazionale nell'idea del divino e la sua relazione al razionale che esce nel nel 1917. Accenno ad alcuni punti di quest'opera importantissima appartenenti al campo del Sacro: sentimento di inferiorità, fascinazione e terrore, mistero del totalmente altro, rapimento mistico. Sono proprio i parametri di "Mare Nostrum"! Gli Italiani vengono, in modo subdolo, fatti sentire colpevoli dai ministri che li governano e da papa Bergoglio che  dice "vergogna" al Belpaese quando muoiono gli invasori (è questo il loro vero nome) che non potevano essere salvati da noi perché le loro imbarcazioni si sono inabissate inesorabilmente e per sempre. Al riguardo, le circolari nelle scuola fanno fare i loro minuti di silenzio alle scolaresche, le televisioni fanno vedere i morti in mare che non sono i "nostri"! Poi arrivano anche  le condoglianze all'Italia da parte dell'Europa per i caduti "sconosciuti" durante i naufragi. La cosa diventa grottesca, ma si sa davanti ai morti c'è sempre la fascinazione e il terrore del Sacro di cui parlavo prima riguardo agli studi di Otto, sì, fascinazione e terrore per il totalmente altro.

fari campi

mercoledì 11 giugno 2014

Una libreria senza libri a Milano


di Nico Carlucci

Beh, oggi l'Antropologia culturale non è entrata a far parte del percorso formativo dello studente italiano e ciò è veramente una mancanza. Del resto, come avrebbe potuto se anche nelle librerie di sinistra, quelle che “contano”, i classici dell'Antropologia vengono nascosti, non sono oggetto dello sguardo del lettore che passa e che compra altre pubblicazioni? Bene esposti, al centro del negozio, troviamo i libri di Esoterismo, della New Age e non delle Scienze sociali. E' spuntata paradossalmente nel capoluogo lombardo, nella piazza Gae Aulenti, tra i grattacieli provinciali, pure una libreria "senza libri": qualche guida turistica, un po' di narrativa e di "saggi brevi" insieme a tanti spuntini, snack e aperitivi che fanno da padroni in uno spazio "movida"! 

Mi chiedo, in una città multietnica come Milano che competenza ha veramente un docente che si trova davanti a studenti filippini, cinesi, marocchini se non conosce il significato della personalità di base dei popoli di cui aveva parlato A. Kardiner nei suoi studi? Inoltre, quello che è assente nei professori italiani  è una certa preparazione riguardo ai concetti che in questi ultimi decenni sono stati teorizzati dagli antropologi. Parlo delle configurazioni culturali, del loro determinismo "libero" (D. C. Dennett: L'evoluzione della libertà, 2004), delle lunghe durate storiche, della struttura del Sacro e del Potere. Mancano agli insegnanti "rosa" (quelli azzurri sono, purtroppo, una piccola minoranza) e di conseguenza agli studenti, elementi messi in luce dagli studiosi di Storia delle religioni, della Fenomenologia, della Filosofia. In altri termini, una libreria deve essere una organismo che vive della concatenazione dei saperi. Invece troppi sono i libri di cucina, i vari oroscopi e la medicina "alternativa". Avevamo detto che la scuola si è “femminilizzata" senza aver mai parlato di quote di genere. E la libreria?  Essa è una modella tutta "fashion", variopinta che ammicca in una galleria vacua che la vede sfilare verso un tramonto occidentale.




lunedì 14 aprile 2014

Il potere cambatte l'Antropologia quando parla di identità culturale: Alla ricerca di Jimmy P

di Nico Carlucci


La storia del film "Jimmy P" di Arnaud Desplechin  è stata scritta da un etnopsichiatra, Georges Devereux che ha una fama mondiale, anche se questi è poco conosciuto dalla massa della popolazione. Gli stessi psicologi e psichiatri lo leggono poco: troppo scomodo anche per loro. Georges Devereux ha scritto Saggi di etnopsichiatria generale, un testo bellissimo che ha messo in crisi l'idea stessa di universalità dell'inconscio freudiano, dimostrando l'infondatezza delle teorie della psicoanalisi.
Lo studioso nacque a Lugoj nel 1908 e cioè in una città che oggi appartiene alla Romania mentre allora era parte dell'Impero austroungarico.
Nel 1933 Gyorgy Dobo (suo vero nome) andò negli Stati Uniti per lavorare sul campo con gli Indiani Mohave. Qui, in America, consegue il Ph.D in Antropologia sotto la direzione di Alfred L. Kroeber.
Il film "Jimmy P. si sofferma sulle conseguenze psicologiche provocate dalla guerra e vissute da un soldato americano; ma il soldato in questione è un indiano americano, della tribù dei Piedi Neri. Questa sua origine culturale "diversa" ha il suo peso anche nella patologia psichiatrica. Devereux dimostrerà che il militare non è "pazzo", ma è più sano dei medici che lo avevano in cura.
Il "vero" tema dell'opera, perciò, non è su ciò che la guerra provoca nell'essere umano, ma sull'identità culturale e sulla forza assoluta che questa impone all'esistenza umana, sia dal punto di vista individuale sia di quello della sopravvivenza di una cultura. E il soldato indiano, come abbiamo detto, è della tribù dei Piedi Neri, un "nativo americano" che ha introiettato valori che non sono quelli "ufficiali", del popolo WASP a cui appartengono gli specialisti che lo curano. Ci si chiede allora se la psichiatria sia falsa? Sarà forse questo il motivo per il quale il film è stato fatto letteralmente sparire dalla sale cinematografiche italiane dopo qualche proiezione? L'Unione europea, che persegue la cancellazione dei popoli e delle loro culture, non ha forse gradito che un film potesse mettere in discussione i suoi dogmi bolscevico-internazionalisti. Beh, è quanto è stato fatto nelle università dove andava e va avanti solo un'antropologia marxista, delle tradizioni popolari: i proverbi sardi, i costumi dei "primitivi", il folklore. Alcuni accademici scrivono perfino che Facebook  è un Comunismo ri-trovato!
Per Devereux è importante sì colui che osserva, ma anche chi viene osservato, i suoi valori. Una determinata "malattia mentale" non può essere un assoluto frutto erroneo di una decodificazione che passa come "chiara e evidente".
In un passato medioevale il "digiuno" era parte della regola monastica, ora, invece, può diventare anoressia, patologia per gli esperti di prima.
Oggi poi c'è un nuovo mito di fondazione, la Globalizzazione che come ho già scritto cancella le "personalità di base", il "pattern" delle culture, le storie dei popoli perché quello che conta è veramente l'occhio del "Grande fratello" occidentale, le pseudo-universalità della mente, l'improbabile "unità psichica" di gruppi diversi e lontani geograficamente.

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martedì 1 aprile 2014

Omaggio a Jacques Le Goff: la storia del Medioevo

di Nico Carlucci
Oggi è morto un gigante della storia del Medioevo, Jacques Le Goff a cui noi dell'Antropologia diciamo grazie.
E', la sua, la "Nuova Storia" che ha cambiato per sempre il modo di guadare l'età di mezzo, il Medioevo, appunto, non più polveroso e "lontano".
Tramite essa abbiamo scoperto le "lunghe durate", la storia del quotidiano e abbiamo messo da parte, finalmente, i grandi personaggi, i Re, i Papa, gli Imperatori, in altri termini, la storia politica ed  "evenemenziale" per soffermarci su "immaginari collettivi", sulla cultura nell'accezione propria dell' Antropologia, la cultura, sì, di un Medioevo risplendente.
Al riguardo Le Goff ha scritto libri mirabili sulla fede e sul denaro, sul sogno "medioevale" esplorando l'anima dell'umanità pellegrina: santi e donne, banchieri e cavalieri.  Aveva scritto saggi sul re Luigi IX e su San Francesco, ma anche il famoso libro dedicato all'invenzione del Purgatorio nel Medioevo.
Egli aveva lavorato a lungo con Fernard Braudel ed era stato condirettore della rivista "Les Annales" fucina dell'omonima scuola storiografica a cui mi riferivo prima  a proposito della "Nuova Storia". E', così, che veniva fuori la Geostoria combattuta da un'Italia marxista che non faceva passare nelle scuole i suoi libri, in altri termini, sorgeva una storiografia che considerava non solo la struttura economica di una società, ma anche le tecniche, la mentalità, la sedimentazione silenziosa di usi e costumi, di credenze e speranze.
Le Goff è stato uno studioso di un'elevatura straordinaria, grande divulgatore del racconto del Medioevo quando era il tempo del "mercante e delle cattedrali".
A 90 anni stava lavorando in modo attivo a un Alfabeto europeo che purtroppo è rimasto incompiuto.
La sua è una stella che brilla nel contesto internazionale. Le Goff , ricordo, è stato anche direttore dell'"Ecole des hautes études en sciences sociales" da cui sono venuti studiosi che hanno lasciato il segno nel panorama culturale mondiale.


martedì 11 febbraio 2014

La pietra miliare dell'Antropologia: Franz Boas


di  Nico Carlucci

Franz Boas nasce a Minden, in Germania nel 1858 da una famiglia ebrea. Ebbe una cultura che si nutriva della fisica, della matematica e anche della geografia che lo condusse indirettamente all'antropologia. Ancora giovanissimo partì per una spedizione presso gli eschimesi della Terra di Baffin con l'obiettivo di studiare gli effetti dell'ambiente fisico sulla società locale.
Nel 1887 Franz va a vivere negli Stati Uniti. Qui fonda a New York, alla Columbia University, il dipartimento di Antropologia e diventa maestro di famosi antropologi come Alfred L. Kroeber, Robert Lowie, Edward Sapir, Jean Herskovits, Ruth Benedict, Margareth Mead. Sempre a New York curò l'American Museum of National History.
Boas, però, non farà mai un lavoro di esposizione sistematica del suo modo di intendere l'antropologia. Beh, sicuramente prende le distanze da L.H.Morgan, antropologo evoluzionista che aveva esemplificato troppo parlando di sviluppo indipendente delle culture. Lo studioso tedesco si concentrava, viceversa, sugli scambi tra culture geograficamente vicine, culture con le quali egli aveva avuto un contatto diretto stando proprio "sul campo" cosa che, purtroppo, non avevano fatto gli evoluzionisti.

Il colore dell'acqua del mare

Nella Terra di Baffin, nel freddo Artico Boas scoprì che il gruppo eschimese degli Inuit parlava del colore dell'acqua del mare, delle sue gradazioni cromatiche. Diremmo noi, ma come? l'acqua del mare ha un colore? Boas giunge alla conclusione che gli Inuit riescono perfino ad influenzare le loro percezioni sensoriali, il modo di guardare il mare grazie alla loro cultura come hanno fatto e fanno, diremmo noi, i poeti e i marinai, gli esploratori e gli avventurieri.
I fattori geografici, certo, sono importanti, ma anche i molteplici percorsi storici che non seguono mai una linearità "evolutiva".
Boas raccoglierà, una volta trasferitosi nel Nuovo Continente, una grande quantità di dati e di informazioni utili a proposito della lingua, degli usi e dei costumi dei nativi americani. Sì, come dicevo, non fa un'opera che codifica la sua metodologia, la sua Antropologia. Ma Boas ne aveva veramente bisogno?

La storia arriva all'antropologo

Con Franz Boas arriva in antropologia un approccio detto del "particolarismo storico". Esso si fonda sull'osservazione di un gruppo umano ben localizzato per metterne in luce le strutture sociali a partire dal suo specifico sviluppo storico. E la storia è irripetibile, è la ricchezza dell'umano, della sua cultura, delle sue culture. E' il motivo per il quale gli stadi di sviluppo comuni non esistono come al contrario affermavano gli evoluzionisti, Morgan, Tylor ed altri.
Boas non ricerca, infatti, leggi universali. Distingue le "scienze naturali" dalle "scienze dello spirito" che si concentrano, al contrario delle prime, proprio sulla irripetibilità di ogni evento storico.

Evoluzionismo, no: limiti del metodo comparativo in Antropologia

Con Boas finalmente c'è il superamento dell'Antropologia evoluzionista e quindi di Tylor, di Morgan ai quali ho già accennato. Essi  proponevano uno sviluppo delle culture per stadi. Da qui il progresso delle civiltà, il loro passare da un momento "primitivo" a quello più civile. Ciò significava, però, non considerare la storia delle culture, le particolarità, i momenti unici e irripetibili di quanto vivono i diversi gruppi umani.
Boas arriva a certi risultati dopo aver studiato i linguaggi dei nativi del Nord America le cui forme e le cui logiche possono essere più complesse di quelle dell'Occidente (il latino, l'inglese moderno).
Egli smonta anche l'unità psichica che spiegherebbe le costanti, i tratti culturali simili di popoli lontani tra loro.
In realtà, per lo studioso sono importanti una geografia vicina, un contatto diretto tra gli uomini che solo rende possibile la presenza di elementi "uguali" tra i gruppi. E qui torna la storia, i contatti storici tra le culture. Ma elementi simili possono anche avere un origine indipendenti e non per via dello sviluppo in stadi della civiltà, dell'unità psichica di cui dicevo prima.
In tutto questo l'antropologo parla di relativismo culturale, la pietra miliare dell'Antropologia culturale diventata oggi, credo, un ostacolo riguardo a questioni etiche ed epistemologiche. 

Il concetto di cultura

Boas è per il  "particolarismo storico", ma l'antropologo fa veramente storia? Lo studioso ne La mente dell'uomo primitivo elabora anche la sua definizione di cultura. Boas  ricorda Tylor anche se da quest'ultimo si distanzia proprio riguardo all'evoluzionismo. Nell'opera su menzionata la cultura è:  "la totalità delle reazioni e delle attività intellettuali e fisiche che caratterizzano il comportamento degli individui che compongono un gruppo sociale in relazione al loro ambiente naturale, ad altri gruppi umani, ai membri del gruppo stesso, nonché quello di ogni individuo rispetto a se stesso" . E' presente qui l'idea di un "insieme complesso" della cultura come in Tylor e cioè una totalità di tratti che non sono indipendenti, ma che possiedono, in ultima analisi, una struttura. Importante in Boas, tuttavia, è l'individuo che nella cultura è capace di
"attività" e di "reazioni".
      Franz Boas



giovedì 30 gennaio 2014

Nota bibliografica dell' Antropologia culturale

Nel 1871 vengono pubblicate due opere importi dell'Antropologia: Primitive Culture di Edward. B. Tylor e Sistemi di consanguineità di Lewis H. Morgan. E' il periodo dell'Inghilterra vittoriana e la scienza sociale dell'uomo andava nascendo.
E' in questo contesto che molti esperti passano dall’evoluzionismo darwiniano delle specie a quello delle culture.
Poi dalla Germania arriva in America Franz Boas e "inventa" l'Antropologia culturale. Nell'opera  “I limiti del metodo comparativo in Antropologia” lo studioso tedesco cerca di riportare la culturologia " sul campo". Egli è contro qualsiasi generalizzazione. Quanto viene studiato -scrive- deve essere fatto direttamente e non mettendosi "in poltrona" come era successo in passato. Per Boas sicuramente le culture si influenzano se la loro geografia è vicina.
Ma andando a ritroso e cioè pima dell'Antropologia, scorgiamo che durante il periodo dell'Illuminismo il gesuita Jean-François Lafitau (1681-1746) scrive Les moeurs des sauvages ameriquains, comparées aux moeurs des premiers temps. Questo è uno studio comparativo di diverse tribù canadesi attraverso l’osservazione e la conoscenza delle lingue autoctone. Egli conobbe, infatti, gli Algonchini, gli Irochesi e gli Huroni e fece il confronto delle loro dottrine e pratiche religiose con quelle dell'antichità greca.
Sempre Lafitau pubblica anche un saggio sul Potlach, rito che ancora oggi sopravvive in molte parti del mondo. Esso riguarda, in qualche modo, il dono che è funzionale ad acquisire potere: cerimonie rituali, banchetti di carne di foca e di salmone in cui vengono ostentate pratiche distruttive di beni considerati di prestigio.
Tra i pionieri dell'Antropologia c'è anche una società di filosofi francesi: la Société des Observateurs de l’homme, fondata nel 1799. Questa società studiò un caso veramente interessante quello del bambino selvaggio dell’Aveyron cresciuto dai lupi. Intanto le conoscenze si approfondiscono e la scienza della cultura incomincia ad apparire davvero.
Brevemente scrivo i nomi di chi poi è entrato a far parte della storia dell'Antropologia, nomi irrinunciabili. Emile Durkheim pubblica, per esempio, Forme elementari della vita religiosa (1912) mentre Marcel Mauss dà alla luce il famoso saggio sul Dono. Di Arnold van Gennep è da ricordare, invece, Riti di passaggio che esce nel 1909.
In questa scuola francese, si cercano i fatti sociali collettivi che hanno un potere condizionante. Un esempio è nel libro Rappresentazione collettiva della morte di Robert Herz: la morte è qui uno scandalo, un fatto sociale che richiede un rito per ripristinare l’equilibrio. Curioso il fatto che ancora nel 1904 in Francia era possibile sposarsi con un morto.
Anche dalla Gran Bretagna partono i nuovi input per un ulteriore avanzamento metodologico nel campo dell'Antropologia.
Il Funzionalismo britannico introduce la società come organismo organizzato; la cultura è vista, qui, come uno strumento per soddisfare dei bisogni primari. Il lavoro sul campo diviene necessario mediante lo strumento dell'Osservazione Partecipante. Per capire al meglio la realtà studiata bisogna assumere il punto di "vista dell’indigeno" che senza la conoscenza della lingua locale non è possibile. Ecco, allora che nel 1922 Malinowsky, di ritorno dall’Oceania, pubblica riguardo ai Trobiandesi gli Argonauti del pacifico occidentale, frutto di un lungo lavoro sul campo. Nello stesso anno Alfred Radcliffe Brown scrive The Andaman islanders.
In Italia è solo dopo la seconda guerra mondiale che si sviluppa la Demo-etno-antropologia di Ernesto De Martino. Questi dice che l'antropologo è una squadra di esperti: sociologi, psichiatri, folkloristi e linguisti che come ausilio si servono di tecnologie quali il magnetofono o la cinepresa. Al riguardo, cosa ne pensa un sociologo? o uno psicologo?
Tra i filosofi Edmund Husserl introduce nella filosofia l’epochè fenomenologica. Nella Crisi delle scienze europee il pensatore tedesco  mira a rendere sempre evidente anzitutto che l’osservatore è parte del fenomeno che osserva. In realtà, l'antropologo è parte del modello culturale che studia, lo "oggettiva" e allo stesso tempo ne è dentro. Mi allontano dal modello, appunto, e mi "avvicino", lo "guardo da lontano", sì, ma anche con l'empatia del ricercatore che lo respira (Alfred L. Kroeber).
Visto il tradimento di alcuni antropologi verso l'Antropologia, mi chiedo, allora, se bisogna rivolgersi, oggi, ai Filosofi?  In Italia ed altrove ci sono etnologi che scrivono di etnie separate e quasi isolate che, però, hanno  tratti culturali comuni e questo è vero, ma essi aggiungono anche dell'esistenza di un inconscio strutturale nei gruppi umani che risponde a dei bisogni primari identici tra i gruppi. Sembra essere veramente tornati, così, indietro, a Freud quando l'inconscio era una "divinità oscura" e la storia dell'uomo culturale procedeva per  "stadi di sviluppo". Come mai tutto questo revisionismo? C'entra, forse, il Mondialismo o la bandiera del "Politicamente corretto"? L'egualitarismo? È in questo senso che qualche antropologo può giungere a credere che l’identità culturale uno se la sceglie, cosa facilmente contestabile visto che l'individuo non sceglie mai il modello in cui si trova a nascere, la lingua che parla inconsapevolmente. E su questa onda si continua con un'affermazione come l’inculturamento non è un fattore "passivo". Ma dove regge questo pseudo-collettivo-religioso?




Salvador Dalìorologideformi
La persistenza della memoria

 

venerdì 3 gennaio 2014

La Globalizzazione: il nuovo mito di fondazione dell'Occidente

di Nico Carlucci

Una forza "oscura" (si fa per dire) detta le regole al Mondo, i propri principi, i propri valori che sono quelli giusti anche nella distruzione paradossale dell'Occidente. Tutti ci cascano e si globalizzano. I libri vengono scritti con paragrafi nuovi relativi proprio al salvifico "Globale"! I manuali di storia, per esempio, si "aggiornano" e dicono che lo scambio economico tra i popoli è "vecchio" come è vecchia la Storia.
Che fai? Ah, non lo sapevi? Siamo in una nuova era, siamo nell'era della Globalizzazione. I calendari al più presto devono cancellare tutto quello che è locale, le festività legate ai cicli naturali o alle liturgie delle Nazioni! Nazioni? Ma che brutta parola ho pronunciato! Ma quali Nazioni? Siamo nella Globalizzazione, non l'avevate capito?
Parlavo di distruzione, era della distruzione che getta noi, gli uomini e le donne nell'Apocalisse mediatica che vede come dominatori i politici, i giornalisti, i banchieri. Noi, viceversa, siamo piccole pedine nelle mani di questi potenti, un Gulliver che è stato legato e bastonato con tasse, disoccupazione e terrorismi psicologici di accoglienze "religiose".
Storia di tradimenti, sì, storia di viltà da parte dei Presidenti, dei Sovrani, dei Papi (l'ultimo, quello del non Italiano Bergoglio) verso i propri popoli a cui vengono negate  le identità come, del resto, alcuni antropologi si affrettano a dimostrare nei loro "blasfemi" lavori. Io sono come te, tu sei come me e viviamo, così, "felici e contenti" nell'abbraccio universale che mette al bando le differenze, le personalità di base, le configurazioni dei modelli culturali.

L'Unificazione biologica del mondo

Alcuni storici parlando della scoperta dell'America fanno una "parafrasi" sui generis riguardo alla globalizzazione di oggi evidenziando che c'era già. Sì, i fatti che riportano sono importanti, ma non sempre ben interpretati. Fatti, appunto, che gli studiosi collocano nell'ambito di un periodo senza una vera classificazione e direzione di senso a-venire.
Con le prime esplorazioni ci imbattiamo in terre che diventano volutamente "meticce", perché fa tanto "politicamente corretto" e si perdono, invece, alcuni punti dell'Antropologia, di Boas  che si soffermavano sul "punto di vista dell'indigeno", in altri termini, sull'umano (Franz Boas, Limiti del metodo comparativo in Antropologia, 1896)
E allora l'America dopo Colombo è soprattutto un' America di mulatti, di neri portati qui dall'Africa e ci si dimentica del fatto che nelle Indie spagnole, nel 1570, gli indigeni viventi erano ancora il 96,2% della popolazione. Non si racconta dello sfiancamento a cui questi ultimi furono sottoposti  soprattutto dai colonizzatori e, in ultima analisi, anche dai  "buoni" meticci così glorificati negli studi successivi.
Pure le malattie diventano globali: gli spagnoli portano nel centro e nel sud del Nuovo Mondo il vaiolo, il morbillo mentre dal Messico e dal Brasile parte per l'Europa la sifilide.
E' un' unificazione biologica, si sottolinea, che ci farà conoscere il pomodoro, il mais, la patata, il fagiolo, il tabacco, il cacao e che introdurrà agli amerindi il riso, la segale, la vite, la canna da zucchero, il caffè. E si stagliano con questo globale che è prima del globale anche gli animali: il vecchio continente reca con sé il cavallo, il suino, l'ovino, invece, l'America fa conoscere il tacchino.
Ok, ciò è tutto vero e "bello", ma è sbagliato non soffermarsi su come alcuni tratti vengono ricombinati all'interno del modello che li riceve e che li vive mediante nuovi significati.
Negli USA il tacchino, per esempio, è il volatile che viene consumato nel giorno della festa del Ringraziamento a Dio. Esso diventa quindi l'uccello del Sacro, ucciso dal gruppo.
In Italia, invece, il tacchino si mangia poco, è una carne a basso costo, ha un significato non fondante privo di carica sul piano del simbolismo.

L'invenzione del "razzismo"

All'indomani dell'arrivo degli Spagnoli e Portoghesi nel Nuovo Continente incominciarono anche ad apparire i Neri dell'Africa, come ho accennato, un flusso di schiavi di pelle scura impiegati nel lavoro agricolo e nelle miniere visto la mancanza di manodopera. Numerosi Indios, infatti, furono uccisi o morirono per mano degli stessi conquistatori.
La schiavitù dei Neri, tuttavia, non fu inventata dai Bianchi; essa era il destino abituale dei prigionieri delle etnie sconfitte nei conflitti locali anche in Africa (G. De Luna, La storia al presente, 2008).
Ma sempre per via del "politicamente corretto" quest'ultimo tema non viene toccato dagli storici e dagli studiosi in generale perché il timore di essere etichettati come razzisti è sempre dietro l'angolo. Ma, mi chiedo, allora, con ironia "filosofica", non volevamo scrivere una "storia globale"?

Sbarchi a Lampedusa

In Italia nell'ultimo decennio ci sono sbarchi continui di gente "irregolare", di cui non sappiamo veramente nulla e che  arrivano dall'Africa e dall'Asia, spesso, con l'aiuto dei nostri stessi politici "buonisti". La maggior parte dei clandestini vengono chiamati, con una distorsione della logica, migranti e profughi. Essi, spesso, sono di fede musulmana.
Se si da uno sguardo allo Storia vediamo che l'Europa intera, non solo l'Italia è stata terra da sotto-mettere, terra cristiana, "infedele".
I Turchi conquistarono Costantinopoli e ne fecero la capitale dell'Impero ottomano con il nome di Istanbul. Tra il XV e XVI sec. la loro avanzata verso l'Occidente fu continua; i Turchi presero la Bosnia, Atene, varie isole dell'Egeo e l'Albania.
Più tardi Solimano I e Carlo V, sovrano di Spagna, si fronteggiarono in Ungheria. Nel 1529 l'esercito di Solimano giunse alle porte di Vienna: tuttavia, l'assedio fallì e un trattato di pace divise l'Ungheria tra gli Asburgo e gli Ottomani.
I nostri governanti insieme al Papa dimenticano quanto sto scrivendo in nome della Globalizzazione favorendo, così, nell'illegalità, l'arrivo di gente il cui intento è quello di occupare l'Europa come in passato.
L'impero ottomano di cui sto parlando ebbe una buona organizzazione centrale composta da funzionari di origine europea e non turca; si ricorse a Slavi e Albanesi che furono fatti convertire all'Islam. Perché? Solo Slavi e Albanesi erano adatti a certi compiti? E' un problema di epigenetica anche l'organizzazione di un popolo? Sicuramente esso problema andrebbe studiato, ma siamo solo all'inizio. La genetica insieme alle neuroscienze ancora non danno risposte sicure visto che sono nate da poco.
Ma per il papa Bergoglio, allucinato nei giorni di Natale del 2013, anche Gesù è un "profugo"! La "freccia rossa" è quella di papa Francesco, Letta, Boldrini, Kyenge e della sinistra in generale. Il treno dell'alta velocità della globalizzazione può, però, deragliare se noi, gli Italiani non facciamo attenzione. L'Unione Europea, i politici, i giornalisti, il vescovo di Roma, infatti, ci colpevolizzano continuamente per la mai abbastanza "accoglienza" da parte degli Italiani dell'invasore di turno, accoglienza nelle nostre case, nei nostri territori, nelle nostre "credenze", nei nostri usi e costumi.

Gli europei sono mobili


Non c'è stata nel Seicento e nel Settecento alcuna migrazione spontanea da parte degli africani e neanche degli abitanti dell'Asia. Chi si spostava era l'avventuriero europeo, il missionario cattolico, il mercante nostrano che si avventurava nelle acque dell'Oceano Atlantico e dell'Oceano Pacifico alla scoperta di mondi possibili. Questi uomini erano affascinati dall'Oriente lontano e curiosi della diversità culturale dei popoli che incontravano. E allora, ecco, l'esplorazione e i mille racconti dei loro viaggi affascinanti.  Al riguardo, i gesuiti, per esempio, hanno lasciato narrazioni suggestive della Cina e dell'India
Per la Cina ricordiamo soprattutto  l'opera di Matteo Ricci che si era recato nella terra del Dragone per evangelizzarla.
Fu, forse, la relativa unità religiosa europea (il cristianesimo) che difese il nostro Continente dall'Islam e che  finirà con l'essere la carta vincente sulla varietà etnica, linguistica, politica dell' Asia e dell'Africa. Era un'identità d'Europa che aveva amato il latino e il greco, la musica e la filosofia, le scienze e le tecniche.
L' Asia non possedeva un sistema condiviso di riferimento religioso, culturale anche se il buddismo fondato nel V sec. a.C. in India aveva conquistato perfino la Cina e il Giappone. L'Islam, invece, era la fede predominante in Persia e nell'Impero ottomano. E' presente nel nord del continente africano dove, però, troviamo anche, in altri spazi, il cristianesimo nella sua versione copta e i culti animistici (Etiopia).
A dire il vero, nel 500 c'è una chiusura ed un isolamento del mondo non europeo le cui genti non viaggiavano, ma i nostri storici della Globalizzazione non ne parlano esaustativamente.Nei modelli  asiatici c'era addirittura un senso di superiorità : l'induismo, per esempio, era chiuso verso le culture "altre" perché "superiore"; nel Seicento il Giappone fu perfino xenofobo verso gli stranieri ai quali non era permesso di toccare le sue coste.

Galileo, Keplero, Newton

Nel Seicento in Europa c'è un'importantissima rivoluzione culturale che coincide con una straordinaria rivoluzione scientifica. Da allora gli Europei incominciarono ad essere consapevoli della propria superiorità tecnologica e iniziarono a tramettere insieme alla tecnologia  anche le idee, i valori a gran parte del Pianeta.
Essi si aprirono, così, all'integrazione planetaria facendo venir meno, per sempre, la sudditanza  psicologica verso l'Estremo Oriente. E sono gli Europei (e gli Americani) a raccontarsi , oggi, la Globalizzazione.
Cina e Giappone accolgono queste tecnologie occidentali, ma sarebbe interessante capire come vivono il globale, quali sono le concatenazioni che essi fanno dei significati, l'ordine dei segni che mettono nel loro susseguirsi, uno dopo l'altro. Quale ruolo, infine, ha la loro fisicità, le loro diversità somatiche, la loro bio-cultura e bio-politica?
Globalizzazione è mito fondante del Nuovo Occidente, la  religione che finalmente salva?
Perché non raccogliamo il punto di vista dei globalizzati del Mondo?
Il Globale è, forse, qualcosa che continuiamo a raccontarci da soli e che si sostituisce a miti arcaici, la cui essenza, però, è quella antica e del Sacro.

The Editors  "Bricks and Mortar


Un'antropologa e il suo sogno ad occhi aperti: Difendere l'Italia

a cura di Nico Carlucci



di: Fabrizio Fioriniwww.rinascita.eu
“Né con speranza, né con timore”. Questa l’amara constatazione, che si tramuta in grido di sfida, che emana dalle pagine di “Difendere l’Italia”, recente saggio della “martellatrice” dell’Europa delle banche e dell’omologazione, dell’Europa suicida. Un saggio da cui il “sogno” di arrestare un decadenza oramai evidentemente inarrestabile richiama, più che una concreta e vicina prospettiva di fattibilità politica, il suono delle parole che già decenni or sono affermò Jean Thiriart, evocando il senso del dovere attivo: “un uomo difenderà la sua donna contro due teppisti senza preoccuparsi della sua inferiorità numerica, egli lo farà perche ‘questo deve fare’. Ugualmente, in pieno inverno, un uomo si getterà nell’acqua fredda per salvare un giovane senza attendere l’arrivo dei pompieri o di un’ambulanza perché ‘questo si deve fare’ ”. Un disincantato grido di dolore per la nostra nazione e per la nostra più grande patria europea per la quale oramai compiono impunemente le loro scorribande i signori del denaro e delle banche, che si sono appropriati della scaturigine di ogni possibile sovranità politica, come lucidamente osservato dall’Autrice: “Hanno in mano l’arma assoluta, la creazione del denaro, e l’hanno usata con la spietatezza, non di chi minaccia, non di chi vuole intimorire, ma di chi vuole distruggere l’Europa”.  Un “Laboratorio per la Distruzione”, che sta scientificamente, e con la complicità degli amministratori della cosa pubblica, conducendo gli italiani e gli europei sulla strada dell’estinzione.Il “Verbo” del politicamente corretto e il ricorso ai giri di parole sono del tutto alieni a Ida Magli. Ciò diviene evidente quando esplicitamente descrive la situazione in cui è precipitata con velocità sorprendente la nazione, travolta dal crollo delle istituzioni, del Papato, del Parlamento, di ogni residuale senso di forza, vitalità e virilità. Travolta dalla dismissione di ogni forma di sovranità e dalla demonizzazione di ogni istanza politica in tal senso diretta.  Travolta dall’abbandono forzoso delle scienze umane che formavano la consapevolezza di un popolo e di una classe dirigente, sacrificate sull’altare della necessità di cancellare un intero continente inducendo i suoi cittadini a “non pensare”. E’ questa l’altra arma formidabile messa in campo dalla cricca  mondialista: la creazione di una generazione incapace di qualsivoglia spirito critico, in preda a un delirio collettivo, a uno stato onirico, a un ribaltamento del sistema logico preparati in ogni loro dettaglio, complici il sincretismo buonista ecclesiastico, la scuola e il mondo della cosiddetta “cultura”. Un popolo incapace di comprendere la natura devastatrice di questa “terza guerra mondiale” che viene combattuta contro i popoli del vecchio continente non già da un nemico esterno e facilmente individuabile, bensì dai loro stessi governanti che la storia in futuro dovrà ricordare come colpevoli di un vero e proprio genocidio. Chiunque provi a parlare di “impreparazione” di questa classe politica e delle autorità morali ed ecclesiastiche che ci spingono sempre più vicini all’orlo del baratro, sbaglia. Come l’Autrice ci ricorda nelle sue impietose osservazioni, si tratta di complicità. Di collusione col nemico, di subalternità alle direttive della grande piovra del Laboratorio per la Distruzione e dei suoi tentacoli bancari, finanziari, massonici. Al popolo, deve essere offerto un Verbo che non può essere messo in discussione. Il popolo non deve pensare. Neanche dinanzi all’evidenza, ai suicidi, alla disperazione, alla morte di ogni aspetto della vita civile, politica e culturale che aveva contraddistinto una millenaria civiltà. Ida Magli, come già detto, non ama girare attorno alle questioni, o ricorrere a espedienti dialettici che evitino di épater le bourgeois. Lo si nota nella sua ricostruzione storica, quando stabilisce la logica connessione consequenziale  della guerra in corso che vede contrapporsi i poteri finanziari euro-americani e la sovranità delle nazioni con la seconda guerra mondiale “guidata dall’Inghilterra e soprattutto dagli Stati Uniti d’America in modo che alla fine l’Europa potesse essere plasmata secondo il progetto unificatore che non era ancora stato possibile realizzare. Fu, infatti, questo uno dei principali motivi per i quali Churchill non volle mai concedere un armistizio a Hitler sebbene gli fosse stato chiesto insistentemente più volte. L’America a sua volta condusse bombardamenti distruttivi, spietati, contro gli uomini, contro la Cultura, contro la Storia, contro l’Arte, senza alcuna giustificazione strategica di carattere militare. (…) Uno scopo, quindi c’era: cancellare per sempre la storia e la civiltà d’Europa (…) Per questo la guerra non finiva mai. Si fermò soltanto quando non ci fu più nulla da distruggere e gli uomini furono ridotti a poche, misere larve spaurite in cerca soltanto di un rifugio dove nascondersi. L’America dichiarò allora (…) che l’Europa, insieme ai suoi nefandi figli, non esisteva più e che adesso, nell’uguaglianza universale, era lei la padrona del mondo”. Alla faccia dei “politicamente corretti” di ogni risma. Alla faccia dei “sovranisti-buonisti” che fanno la caricatura della Merkel in divisa da SS con il simbolo dell’Euro al posto della svastica. Il rullo compressore della Magli, nelle pagine di “Difendere l’Italia”, continua la sua marcia passando alla descrizione del momento attuale, del silenzio complice di quella Chiesa che si cristallizza nella conservazione di una stantia ritualità aliena alle sue stesse origini ma che tace sul velo di morte che la finanza apolide sta stendendo sugli uomini, e dei crimini di quegli addetti alla cosa pubblica succubi di un “sopra-potere che guida tutto e tutti nascostamente verso mete preordinate. (…) Sotto le vesti del Bilderberg e degli altri Club dell’area occidentale, il Laboratorio per la Distruzione ha preso il comando dei governi e dei politici d’Europa ai quali è delegato soltanto il compito di realizzare, in totale asservimento, l’omogeneizzazione e l’unificazione dei popoli e degli Stati, distruggendoli nell’unificazione europea”. Le soluzioni, che l’Autrice si sforza di vedere (“senza speranza”) e di affermare (“senza paura”) risiedono nella denuncia più radicale delle organizzazioni sovranazionali, nella riconquista della piena sovranità monetaria, politica, economica. Nel blocco immediato di ogni omologazione mondialista e di ogni religiosità dell’ “accoglienza”. Nella riaffermazione dello spirito popolare delle nazioni, dell’italianità in ogni sua manifestazione politica, culturale, etnica. Nella riscoperta del nostro intrinseco valore paesaggistico, artistico, musicale (“la capacità genetica musicale è l’unica – sostiene Ida Magli – della quale (almeno ad oggi, visto che è praticamente vietato fare ricerca sull’eredità genetica della cultura) abbiamo prove troppo evidenti per essere smentite”). Una battaglia, in sintesi, per l’affermazione di un’identità e per la rinascita dell’intelligenza, dello spirito critico di una nazione, fuori da ogni falso dogma imposto da chi anela alla morte del nostro popolo: “come sappiamo ormai molto bene,  qualsiasi forma di valutazione è proibita, visto che valutare implica stabilire differenze. Il tabù dell’uguaglianza uccide le differenze, ma contemporaneamente uccide le intelligenze”. Nei racconti di “Marcovaldo”, Italo Calvino raccontava in tre passaggi l’Uomo dinanzi alla modernità: il grigiore dell’esistenza, l’illusione di poter tornare a vedere la “Natura”, e infine l’immancabile delusione, dovuta dall’impossibilità di raggiungerla. Le parole dell’Autrice di “Difendere l’Italia”, appellandosi sempre agli Uomini, ci danno invece i precetti per aprire una quarta fase, una fase nuova: la necessità, anche dinanzi alle preponderanti forze nemiche, di continuare a lottare. E’ un naturale atto di ribellione contro quei poteri che perseguono l’obiettivo della nostra estinzione con un’arma assolutamente nuova: ci spingono a darci la morte da noi stessi. E’ un atto dovuto ai nostri figli, per poterli, un giorno, guardare negli occhi senza provare vergogna. E’ la necessità, sostiene Ida Magli, di “diventare Eroi proprio nell’epoca e nella società che ha affermato di non averne bisogno”. Ida Magli, “Difendere l’Italia”, BUR, Milano 2013