lunedì 31 dicembre 2007

Chi ha paura di Giuseppe Garibaldi?

a cura di Nico Carlucci
articolo di Rosaria Impenna

Pur essendo appassionata di storia e particolarmente interessata a quella risorgimentale, vi confesso che proprio non ricordavo l’anno di nascita di Giuseppe Garibaldi. A tal proposito, qualche giorno fa, in occasione dello sciopero studentesco contro la Riforma Fioroni, nei corridoi “vuoti” di questo Istituto, parlando coi colleghi fra un insolito, piacevole silenzio, sono venuta a conoscenza della famosa e importante ricorrenza. La cara collega Gigia Baldi, apre infatti un cartoncino ben piegato, sbircia con attenzione e, ad alta voce informa che presto, nei giorni seguenti, si sarebbe tenuto un Convegno: Garibaldi e il Garibaldinismo Pavese, nel bicentenario della nascita dell’eroe. Leggendo con maggiore accortezza il programma cogliamo la ricchezza e l’indubitabile interesse che l’insieme della manifestazione dovrebbe avere. Essa, infatti, si svolgerà nell’arco di un’intera giornata, il 19 ottobre, tra conferenze, incontri con storici, visite e sopralluoghi in località di supremo interesse perché vissute in particolari circostanze dall’eroe. Con la carissima Maria Rosa Beltrami, ascoltiamo interessate le informazioni date dalla collega, ne restiamo sedotte e, senza pensarci troppo, decidiamo di partecipare con rispettive classi a seguito. L’entusiasmo si è tramutato presto in gesto e nel giro di un’ora era tutto organizzato grazie, ovviamente, all’efficiente supporto della segreteria. I ragazzi, assenti per lo sciopero, sarebbero stati informati il giorno seguente e, attraverso le autorizzazioni da controfirmare, anche le loro famiglie. I giovani, a cui raccontiamo l’iniziativa si entusiasmano subito e, considerando la loro indifferenza alle cose culturali, ci incoraggiamo. Così, nei giorni successivi fra timide euforie, speranze di ogni tipo e petulanti preparativi di ordine burocratico, ci teniamo costantemente informate non perdendo l’occasione per ricordarci la bontà dell’iniziativa. La mattina della vigilia, giovedì 18, arrivo a scuola un po’ prima, fotocopio per ogni alunno le tre paginette fitte del programma, così penso, non avranno il tempo utile per perderlo, cerco le colleghe per le ultime indicazioni, infatti, così è. Incontro la cara Maria Rosa, e con fare pacato, ma insieme perplesso e lievemente adirato mi informa che alcuni colleghi dei rispettivi consigli di classe non hanno firmato l’autorizzazione poiché l’abbiamo presentata con eccessivo ritardo rispetto ai leciti tempi burocratici. Il capo di Istituto ne ha dovuto prendere atto e archiviare pertanto il progetto.
Bene, confesso che per me, nativa dell’Etruria romana trovarsi, nel bicentenario della nascita di Garibaldi, nelle terre in cui l’eroe e i suoi più valorosi collaboratori hanno vissuto momenti di indicibile importanza per l’Unità della Nazione, rappresentava probabilmente qualcosa di molto particolare. Così, ho deciso di pensare che in fondo, sia io che Garibaldi dovevamo essere puniti. E ho preferito pensare che in fondo, questo uomo così particolare, questo italiano così atipico, questo eroe sempre pronto a correre dove c’era bisogno di portare libertà, che agiva con coraggio e umiltà, e soprattutto, senza chiedere mai nulla in cambio, fino ad obbedire quando lo si obbligava a farlo, ebbene, un uomo così unico e straordinario, oggi come allora, probabilmente fa ancora tanta paura agli italiani! Sì, i miei colleghi, da bravi italiani, come assai di frequente accade, sono i primi a rinnegare il valore dei tanti grandi connazionali. Figuriamoci l’inquietudine che può ancora rappresentare l’omaggio a un uomo che agiva per il bene della comunità, eroicamente, senza risparmiare mai nulla di sé, riuscendo nelle imprese, senza chiedere il conto a nessuno! Altro che impedimenti di ordine tecnico-burocratico, il dispettuccio era interamente rivolto a Garibaldi e a me, papalina irriverente alle gesta dell’eroe, che ancora oggi devo pagare lo scotto per non aver permesso a un uomo così straordinario di liberare la mia terra da quell’Altare che per tanti anni ancora la terrà soggiogata e umiliata.




Vigevano 19-10-07

giovedì 13 dicembre 2007

Era informatica e nuovi Dèi: la Trascendenza che muore

di Nico Carlucci

E’ possibile, oggi, parlare di divinità se capiamo quelle che sono le nuove categorie dello spazio e del tempo all’interno delle quali noi, uomini moderni, viviamo. Nell’era del globale e della tecnologia digitale esse non sono più riconducibili ad un territorio specifico, circoscritto, delimitato dai confini; il tempo, inoltre, non è più la ripetizione di un evento salvifico o l’ attesa del Salvatore come, per esempio, per il popolo ebraico.
Il nostro è il mondo del Digit e quindi, credo, della frantumazione attonita di vecchie categorie e di una fisica che si basava su una particolare concezione della materia. Di conseguenza, è la stessa immagine del divino che cambia.
Il computer prende il sopravvento, diventa Dio, sostituisce divinità e spiriti del passato in un modello di mondi virtuali, di bombe informatiche, di tempi e spazi che non sono più “locali".
Sulle riviste scientifiche e di divulgazione, appaiono titoli del tipo: E il computer creò l’uomo; Divino cybor: Immortalità del digitale (“L’espresso”, 26 giugno 2003, nr.26 pp.34-40 , Roma, Gruppo editoriale L’Espresso).
E’ l’era della divinità-macchina che vede tutto e sa tutto, con un occhio che spia e sembra rassicurare nella simultaneità e ubiquità della sua presenza. Un occhio che è “da nessuna parte e dovunque”: al lavoro, a scuola, nelle banche, negli ipermercati. L’uomo occidentale, in realtà, sembra essere sottomesso ad una “tecnologia integrale” ad “un dominio delle reti e dei programmi” (Jean Baudrillard, Power Inferno, Editions Galilée, 2002) che informano anche il divino.


SPAZIO SACRO, TEMPO SACRO

Ma per meglio capire tutto questo, bisogna partire proprio dal tempo ciclico e dallo spazio “sacro” studiati dai fenomenologi, dagli storici delle religioni, dagli antropologi. Essi hanno evidenziato il modo in cui queste categorie strutturano l’universo culturale e quindi anche le religioni.
Il tempo ciclico è il tempo della ripetizione che torna sempre su se stesso perché deve ripristinare il momento di origine, quello iniziale della “perfezione” da cui l’uomo si è allontanato; e lo fa attraverso le feste in onore degli dei offesi, con la celebrazione degli avvenimenti fondanti della vita del gruppo. I mesi, le stagioni passano e tornano ogni anno, con i loro temi, con la loro coloritura timbrica. Gli uomini e le donne li accoglieranno con onore e omaggi. Anche le divinità, che ai mesi sono legate, torneranno e non come ricordo, ma come presenze da osannare o esorcizzare. Nel mondo romano l’ anno cominciava col primo Martius (mese sacro a Marte); Junius (giugno) e Julius (luglio) erano dedicati rispettivamente a Giunone e a Giulio Cesare che era nato proprio in quel periodo dell’anno. Il Ferragosto, oltre a celebrare , oggi, una festa mariana, quella dell’Assunzione, coincide anche con le feriae Augusti, volute dall’imperatore romano Augusto (da cui agosto), venerato come dio.
Ma è soprattutto presso le culture di livello “etnologico” che il tempo ciclico è ancora allo stato puro, non contaminato da quello lineare, come avviene in Occidente. E’ il tempo fermo (il “non tempo”), per esempio, degli indigeni d’America, non proiettato sul futuro, dove il mito torna, di generazione in generazione, sulle verità del gruppo che le racconta e che le vive.
A proposito basta ritornare a leggere quanto hanno raccolto minuziosamente alcuni antropologi ed etnologi americani (Onorate il grande spirito: testi e testimonianze degli indiani d’America, a cura di Franco Garnero , Milano, Tascabili Bompiani, 1999). Ma non solo: anche il mito dei greci, dei romani, i miti dell' Amazzonia (Le fiabe più belle del mondo a cura di C. Gatto Trocchi, Milano, Mondadori, 1988) e di altri popoli, antichi e moderni, parlano lo stesso linguaggio.
Lo spazio di cui raccontano è uno spazio individuato, circoscritto, appunto, conosciuto e quindi “sacro”: un monte, una foresta, una grotta, una fontana.
In Occidente e nel mondo mussulmano lo spazio sacro, spesso, è reso tale dalle apparizioni ; è il tempio, il santuario, la moschea che il pellegrino raggiunge mettendo, attraverso il suo cammino, in moto la potenza del suo “andare”, un percorso riconoscibile, che altri dopo di lui compiranno (Ida Magli, Gli uomini della penitenza, Milano, Garzanti, 1977)
Lo spazio sacro ha un nome e una geografia: Roma, Tours, Compostella, la terra Santa, La Mecca.
Il suo tempo è quello liturgico, della ripetizione ciclica, appunto, di un calendario che segna le sue feste, salvifiche e operanti per i fedeli: Natale, Pasqua, primo giorno del Ramadan ecc.
E’ nello spazio sacro e nel tempo ciclico che le divinità hanno un nome e un sesso.
Ma oggi che si parla di spazio planetario, di mondo digitale, vediamo lo sgretolarsi delle vecchie categorie antropologiche. Marc Augè , a proposito della surmodernità, fa un’analisi accurata dei “non luoghi”: aeroporti, autostrade, grandi magazzini, mercati borsistici, grandi catene alberghiere (Marc Augé: Non-lieux,Paris, Seuil, 1992) E’ questo il mondo del globale che segna anche l’avvento della New Age e degli spazi virtuali. La tecnica che lo accompagna segna la morte del simbolico che, viceversa, è proprio dei luoghi e delle religioni tradizionali.
Il tempo , allora, diventa “tempo reale”, quello dell’accelerazione del digitale, della telematica.
All’interno di queste coordinate, le divinità di oggi non hanno più nomi, non sono più né maschi né femmine, non vengono spiegate da un mito o da una teologia perché sostituite, in ultima analisi, dalla tecnologia informatica. Il computer è Dio, telepresente, onnipresente.
Il mondo virtuale si impadronisce della verità, dei corpi attraverso l’accelerazione, perdendo il tempo locale e il luogo con la loro storia e con le loro tradizioni. Il tempo mondiale per mezzo di internet, infatti, cancella con la sua istantaneità la realtà delle distanze. E’ all’interno di questo sistema logico che Donna Haraway, per esempio, docente dell’università di San Diego, può dire che l’incarnazione di Dio si rinnova oggi nella macchina: “Il cyborg, l’uomo in cui sono stati introdotti elementi artificiali e tecnologici , è una nuova simbolizzazione del divino”.


NUOVE APPARIZIONI

Inizialmente la Chiesa cattolica non vedeva di buon occhio Internet. Ultimamente le cose sono cambiate e la Chiesa ha incominciato a farne uso. Perfino la Madonna, la madre di Dio, secondo la teologia cattolica, parla e “appare” attraverso la rete, come ci dimostrano gli innumerevoli siti nati in suo nome. E sono, spesso, apparizioni che passano attraverso immagini piangenti, stigmate sanguinanti, come evidenzia Paolo Apolito in Internet e la Madonna. Sul visionarismo religioso in Rete”( Milano, Feltrinelli, 2002). Internet diventa, allora, il luogo delle apparizioni, un luogo di “comunità virtuale", di fedeli-navigatori che si scambiano preghiere e consigli senza mai vedersi, né incontrarsi.
La Madonna, la Madre di Dio, la Regina del cielo e della terra passa, così, al virtuale. E’ questa, in ultima analisi, una religione della “solitudine”, la solitudine del navigare in rete , dei non luoghi della surmodernità a cui ho accennato. Trattasi, in realtà, di una Madonna muta, quella di Internet, cliccata che si manifesta a seconda delle icone e dei file che il credente apre. La sua immagine in rete, comunque, sa di miracolo. E’ bella, luminosa, circondata di luce e soprattutto è “interattiva", controllabile attraverso il mouse.
Alle apparizioni sullo schermo della Madonna possiamo affiancare l’esperienza di chi, invece, memorizza su un cd la sua anima per vivere in eterno come il colonnello a riposo Dave Hughes di 74 anni di Colorado Springs : “Sto lavorando a un software che sarà in grado di studiare e interpretare tutto quanto ho scritto, prodotto e memorizzato nella mia vita sul mio computer, integrandolo con dati e informazioni che il pc riceverà dopo la mia dipartita. In questo modo, chi vorrà consultare il mio spirito digitale potrà farlo in ogni momento” ("L'espressso",op. cit. p. 39). Ecco vinta la morte senza le religioni ufficiali, senza riti di passaggio, senza simbolismi, senza divinità tradizionali, con l’uso della sola tecnologia. L’eternità si fa digitale, il computer crea e rende immortali. E’ "dovunque e in nessun luogo", onnipresente. Ma una Madonna “costretta” ad apparire tramite Internet e un’anima digitale come quella di Hughes non creano né trascendenza, nè simbolismo che hanno, viceversa, alimentato l’arte, la musica e anche la religione. La tecnologia di per sé esclude il livello del simbolico, tutto ciò che aveva fondato il Sacro. Da qui la sparizione, oggi, nell’ ambito dell’immaginario artistico-letterario, del mito di origine, del tempo ciclico e dello spazio sacro, del rito di iniziazione, del concetto di rivelazione, del rituale che hanno fondato le religioni di tutte le popolazioni che conosciamo.
E’ difficile sapere dove tutto questo ci porterà. Gli artisti che del simbolico hanno fatto largo uso, riusciranno ancora una volta ad indicarci una strada attingendo dallo spazio planetario della solitudine del "non luogo"?

sabato 24 novembre 2007

"Outsider" dell'Antropologia: Ida Magli

di Nico Carlucci

L'anno sta per chiudersi con uno dei libri più interessanti degli ultimi tempi. Sto parlando del saggio di Ida Magli: Il mulino di Ofelia: uomini e dèi (Milano, Rizzoli, 2007).
In esso la famosa antropologa analizza le religioni, come capiamo subito dal sottotitolo, individuando i molti aspetti che le accomunano.
E' un lavoro, quello della Magli, che nasce per raccontare "la solitudine degli uomini" che hanno creato il Potere, le religioni, il Sacro, la fenomenologia del Sacro nell'ambito di una logica stringente.
Il Potere, laico e religioso, si radica proprio sul Sacro affascinando e sgomentando, l'individuo e il gruppo, attraverso il rituale, la preghiera, le formule magiche, gli esorcismi.
Belle sono le pagine dedicate all'immagine della "donna ideale", all'Occidente che ha "perso la sua strada" dopo le varie rivoluzioni del secolo scorso: marxismo, psicoanalisi, femminismo. E bella è l'opera di Gesu' di Nazaret di cui la Magli ha fatto uno studio approfondito che, tuttora, continua ad "aggiornare" per rispondere alle domande che il presente pone.
L'uomo ha creato le religioni, come abbiamo detto, ha proiettato fuori di sé la sua "potenza", ha controllato, tramite la Morte e la paura della morte, il Sacro che, di volta in volta, è stato regolato da papi, imperatori, re, capi di governo, presidenti. Ciò è stato fatto anche in Oriente, nel vicino e lontano Oriente. La Magli ne parla con forza, evidenziando costanti culturali, ma anche "diversità" che "informano" i popoli islamici, cinesi, giapponesi, indiani. Al riguardo, l'antropologa mette in luce il "focus" del Confucianesimo, del Buddhismo, del Musulmanesimo in una antropologia "totale".
E commuove quando studia quei fenomeni a cui l'uomo è ricorso per "farsi compagnia": il ciclo lunare, le stelle che nascono e muoiono, il volo degli uccelli diventati divini, rivelatori di significati trascendenti. Anche questi poteri, sicuramente, sfera siderale del Sacro, ma che "parlano noi", gli Uomini, come aveva sottolineato Claude Levi-Strauss a proposito dei miti.
Il Mulino di Ofelia si chiude mettendo in luce il rapporto tra maschio e femmina, oggi. La studiosa si chiede che cosa è successo in Occidente tra gli uomini e le donne nel momento in cui sembra sia saltata la polarità oppositiva del sistema culturale di appartenenza: maschio-femmina, sole-luna, giorno-notte, destra-sinistra. E l'Italia, forse, fa parte di questo "gioco" inconsapevole? Come viene ridisegnato la globalità del suo modello nella storia presente? Dove sono la Musica, l'Arte degli italiani quando il "tema" della "donna ideale" muore? Il silenzio copre, allora, il "genio", l'italianità del genio, punto di riferimento del mondo occidentale in un passato recente.
Venuta meno la polarità oppositiva tra i "generi", le donne non hanno inventato nulla pur avendo raggiunto, in molti settori, la "parità" con gli uomini. E' proprio questa la drammatica conclusione dell'antropologa dopo aver dedicato, per anni, con passione, molti suoi studi alla condizione femminile (ricordo: La femmina dell'uomo).
Cancellato il sistema oppositivo a cui ho accennato, la Magli parla nel suo libro della crisi del rapporto maschio-femmina, padre-figlio, docente-discente (la drammatica condizione della scuola italiana ne è una triste prova).
Il Mulino di Ofelia è, sicuramente, un saggio complesso, interrogativo , urgente per il gruppo umano a cui bisogna rispondere per non "sparire".
Il mulino di Ofelia. Uomini e Dei

lunedì 19 novembre 2007

Sigur Ros: "Il suono di Dio che piange lacrime d'oro in Paradiso"

di Nico Carlucci

All'inizio del mese è uscito l'ultimo lavoro dei Sigur Ros: Hvarf/Heim. E' questo un doppio cd che contiene, nella prima parte, cinque nuovi pezzi elettrici, nella seconda parte, la rivisitazione acustica di sei brani bellissimi.
Con questo lavoro il gruppo islandese riconferma il proprio suono, il proprio mondo onirico costellato da luci fioche, foschie impalpabili e da una "orgia" , calda e algida, di strumenti che parlano al cuore.
In Hvarf/Heim troviamo ancora il "tempo dell'Islanda" : la sospensione tra leggiadre danze boreali di xilofono e "impennate" chitarristiche che sanno di dolcezza e di "fino alla fine del mondo".
Del resto, è quello che vediamo anche nei suggestivi video dei Sigur Ros: vecchi elfi che ballano affrontandosi con spade spuntate, biondi bambini che saltano da una rupe nell'Oceano trasformando il loro "volo" in una danza di morte, come avviene nello "scioglimento" del film Il settimo sigillo di Ingmar Bergman.
Per concludere, il lavoro del gruppo islandese è ai confini dell'anima "celeste", del sogno che si fa poesia nel suono tramite il canto, femmineo e dolente, di Jon Thor Birgison (voce e chitarra). Nel fare ciò la band scandinava usa una lingua "inventata" : l'hopelandish, evocativo e "segreto".


Sigur Ros



martedì 13 novembre 2007

Nuovi tabù e silenzi culturali. L'antiamericanismo

di Nico Carlucci

Ripropongo qui un articolo che nasceva per parlare dell’America, dei sui film, dei suoi premi (l’Oscar 2006), dei suoi “temi” culturali. Scritto per una associazione gay italiana che sembrava sensibile all’intervento dell’antropologo, l’articolo in questione non è stato mai pubblicato. A distanza di circa un anno, lo ripropongo per capire se il motivo della sua non pubblicazione sia dovuto all’antimericanismo che esiste da più parti soprattutto in alcune aree politiche di cui anche le associazioni, tuttora, fanno parte.


2006 - HOLLYWOOD: IL SOGNO CHE SI INFRANGE

Beh, forse, l’America sta mandando un altro segnale al mondo con i tre film “indipendenti” che sono usciti sul grande schermo. Sto parlando di “Brokeback Mountain”, “Capote” e“Transamerica” .
Il primo vincitore dell’Oscar per la regia, il secondo premiato con la famosa statuina per il miglior attore protagonista. Il terzo, pur candidato al premio più prestigioso nell’ambito della
cinematografia mondiale, l’Oscar, appunto, non riporta a casa nulla, ma poco importa per il nostro discorso. Come mai proprio Hollywood, conservatrice e benpensante, attinge a tematiche
“scottanti”, per definizione “non politicamente corrette”? L’America, quella profonda e puritana,
diventa portavoce significativa di interpretazioni e recitazioni “eversive” la cui direzione di senso è quella del modello occidentale tout court. Certo, Hollywood ha finito con assegnare il premio più importante, quello per il miglior film a “Crash” di Haggis che, in qualche modo, finiva con il
mettere “tutti d’accordo”. Ma rimane che questa volta le candidature agli Oscar, i film che sono stati proiettati ponevano l’urgenza di “temi”, tra questi quello dell’omosessualità, con cui gli USA, l’Europa non possono non fare i conti.

“Brokeback Mountain” del regista Ang Lee, è l’assolutezza dell’ Amore, del desiderio che continua a cercarsi nell’indeterminatezza degli orizzonti. I due cow boy che si amano, si inseguono in una America di “praterie” e montagne rocciose, di tempeste ormonali e desolazioni umane assurgono all’Assoluto del loro sentire anche nella Morte. Il loro congiungersi, separasi fa parte della vita degli uomini, di tutti gli uomini; qui viene interpretato in modo struggente complice anche lo sconfinato Wyoming. Che l’America abbia scelto due cow boy per dirci questo è straordinario e va contro l’immagine del “maschio” John Wayne, del cow boy della tradizione, della Frontiera (non per nulla alcuni cinema texani si sono rifiutati di programmarlo).
Ma anche “Transamerica” di D. Tucker diventa significativo di nuove realtà culturali: un trans che prima dell’operazione scopre di avere un figlio di diciassette anni. E’ un film “on the road”, “Transamerica”, una storia anche questa “estrema” che traccia la psicologia e le “verità” di un
transessuale “normale”, con il suo quotidiano, lontano dalle piume e dai lustrini “esagerati” dei
suoi coetanei.
E che dire di “ Capote” diretto da B. Miller? Si, proprio Truman Capote lo scrittore-giornalista
del liberal “New Yorker” che scrive “A sangue freddo”, un romanzo-reportage, grazie all’aiuto
di uno dei due protagonisti, Kerry, condannato a morte per aver assassinato quattro membri
di una famiglia del Kansas. Di questi Capote diventa inconsapevolmente il carnefice e la vittima di cui sadicamente “innamorarsi”. Ma è un amore che si chiude con il sangue, appunto, con la morte voluta da Capote stesso del suo protagonista in modo che l’opera di Truman, del suo romanzo-reportage, alla fine, trionfi. Lo scrittore ha bisogno della sua vittima, vuole che questi gli racconti dell’omicidio compiuto nel Kansas; vuole, in ultima analisi, la realtà profonda dell’uccidere, della psicologia di chi ha ucciso dietro alla quale perdersi per essere sacrificato a sua volta (lo scrittore dice chiaramente nel film che non fa nulla per salvare il condannato). “A sangue freddo” diventa, così, il romanzo di successo di Truman Capote, il suo capolavoro dopo del quale non si è più capaci di scrivere.

Nell’era del globale l’America lancia la sua ennesima sfida, reinventa i ruoli andando al di là dei poteri precostituiti. I gay fanno parte della storia. Ma oggi lo dicono con la rivendicazione dei loro diritti, con una consapevolezza liberante che, spesso, veniva vietata loro nel passato. Il Potere anche quello di Hollywood, viene messo di fronte ad una omosessualità finalmente esplicita, vissuta concretatamene nella società, nella cultura occidentale.

L’immaginario collettivo di cui un’artista, un regista sono decodificatori straordinari, “illumina”, le vecchie categorie che si frantumano : temporali, spaziali, di genere; è l’avvento della
surmodernità come la chiama l’antropologo francese Marc Augè di cui anche l’omosessualità maschile fa parte.
L’opera d’arte, il cinema nel nostro caso, ancora una volta ci dice che il modello dell’Occidente ha
nuovi contenuti e li porge inserendoli nella totalità del tessuto culturale globale aprendo nuove domande e prospettive

"Brokeback Mountain" di Ang Lee

venerdì 2 novembre 2007

Paolo e gli altri..! Emergenza bullismo

di Nico Carlucci

Può l’antropologia dare un contributo nell’ambito delle scienze dell’educazione? Credo di si anche se i risultati a cui essa giunge, spesso, sono rifiutati dal Potere perché mettono in crisi quei presupposti su cui questo si regge. Del resto, non è un caso che nell’ambito della riforma della scuola italiana la scienza della cultura sia stata esclusa . Si è fatto finta , che tutti quegli apporti di «scoperte» che si sono avuti durante l’intero arco del Novecento, grazie alla scienza antropologica, nel campo della storia, della biologia, della psichiatria, non esistessero. Anche la ri-definizione delle discipline nell’ ultimo concorso ordinario e la nascita di nuovi corsi di laurea in tutta la Penisola, non tengono conto dell’antropologia nonostante molti manuali in uso soprattutto nelle scuole , storie delle letterature, libri di storia dell’arte, usino il concetto di cultura sempre più frequentemente ( a proposito di «storie letterarie» penso a Ceserani, Federicis, «Il Materiale e l’immaginario», Loescher, 1995) . Qualche timido tentativo di portare l’antropologia culturale nelle scuole è stato avviato nel 1998-99 con l’istituzione del liceo sperimentale delle scienze sociali. Un’antropologia «applicata» all’educazione, invece, ha una lunga tradizione presso il Teacher’s College della Columbia University di New York che collabora per i suoi programmi di masters e di Ph.D con il Barnard College e il Graduate School of Arts and Sciences della stessa università .
E’ proprio il concetto di cultura che ha permesso in Italia la rimozione dell’antropologia da parte delle istituzioni. Oggi si parla e scrive usando esso termine sui quotidiani, sulle riviste, in trasmissioni televisive, ma lo si fa tra mille equivoci. Ciò è dovuto al fatto che, è difficile circoscrivere in una definizione la Cultura ( due antropologi americani, A. L. Kroeber e Kluckhohn, hanno raccolto più di duecento definizioni : «Culture: A Critical Review of Concept and Definations», New York, 1963 ). Ma , in modo particolare, in Italia il concetto di cultura è stato combattuto nella sua accezione «biologica», per via della stessa storia del Paese ( Cattolicesimo, Marxismo) che,di volta in volta, lo ha interpretato o come categoria dello «spirito» che andava opposto alla «materia» o come momento secondario della più importante «struttura economica».
Perché dico che la cultura ha un’accezione biologica? Perché come hanno dimostrato le ricerche della paleontologia, essa è un prolungamento dell’organismo umano dovuto ad un’attività encefalica che è, comunque, estremamente «libera», un ambiente «totale», nel quale la nostra specie è immersa in un continuo e costante interscambio e senza la quale l’uomo per ragioni neurofisiologiche non avrebbe possibilità di sopravvivenza.
Per cultura intendo quel «complesso insieme» di norme, di valori, di tecniche, di costumi, di funzioni, il cui profilo significativo è il risultato non della somma ma dell’integrazione dei singoli fattori in una struttura a cui diamo il nome di modello.
Ha senso parlare oggi di “bullismo”. Che cos’ è il “bullismo”?
Voler affrontare il problema di come agire, quale risposta dare al comportamento di Paolo, per esempio, è estremamente complesso soprattutto perché si è abituati a non tenere in considerazione quei valori culturali che e Paolo e il gruppo (e tra questi la maggior parte degli insegnanti) hanno introiettato come ovvi. Quello che la scuola e i suoi operatori continuano a non fare è una seria riflessione proprio sul modello culturale che plasma i suoi membri fino al punto da far apparire come « naturali» determinati gesti, scelte e ruoli.

POTERE E RUOLI DELLA CULTURA

In questa sede vorrei proporre di leggere e di capire lo scontro tra Paolo e il suo compagno di scuola isolando un aspetto che a prima vista sembra alquanto scontato, evidente : la violenza dei pugni che i due studenti si danno.
Di violenza in termini di aggressività parlano gli psicologi e altri specialisti delle scienze umane e sociali che la fanno rientrare nell’ambito dell’istinto, dell’aggressività. Io faccio riferimento, invece, a quel comportamento-valore , la violenza, appunto, che almeno fino ad oggi ha fondato il Potere sia presso le culture di livello etnologico che presso le «società complesse» . Quindi, parlare di violenza significa parlare, prima di tutto, del Potere ma anche dei suoi detentori nella storia : i «maschi».
Nella nostra cultura il potere ha un peso conscio e formale , per cui sembra impossibile riconoscerne la presenza nei gesti quotidiani, nella routine silenziosa. Eppure esso si annida in una serie di significati, di simboli e di funzioni che vengono agiti dal gruppo a livello inconsapevole. Ciò significa che essi non vengono «percepiti» affatto. La cultura, infatti, viene respirata e vissuta dai suoi membri senza essere «oggettivata», «distanziata», come avviene, per esempio, con la lingua di cui non «vediamo» le regole grammaticali e sintattiche che la strutturano nel momento in cui la usiamo quando parliamo.
Già B. Malinowski analizzando il diritto e il costume nelle società «primitive», riuscì a liberarsi dall’idea del rapporto necessario tra legge e potere politico, tra diritto e stato, tra sanzione e forza («Crime and Customs in Savage Society», London, 1926).
Ben più coercitivi sono, infatti, le norme della collettività : evitazione, tabù, iniziazione.
E’ proprio su queste norme che il Potere, laico e religioso, in tutti i tempi ed in tutti i luoghi, tiene le sue redini. Riguardo all’iniziazione, su cui mi soffermerò per spiegare il comportamento di Paolo, il potere regola e classifica attraverso di essa l’inserimento del «corpo» dei suoi sudditi, dei suoi cittadini, dei suoi elettori (nelle democrazie), nella vita sociale e pubblica.
Paolo è un ragazzo-pubere che facendo a pugni con il suo compagno di scuola è sottoposto ad un vero e proprio rito iniziatico e quindi alla violenza, come sempre avviene. Prima dello scontro con un suo pari (un altro maschio), Paolo non è nessuno per gli «altri», appartiene al mondo dell’indistinzione: siede all’ultimo banco, ha un corpo tarchiato che manda messaggi di non attrazione fisica dovuto in parte anche alla «metamorfosi» a cui il suo corpo è soggetto visto la sua età. Lo scontro simbolico-concreto tra Paolo e il suo compagno di classe che lo aveva accusato di aver imbrogliato al videogames, farà del primo un «vincitore», capace di sottomettere il compagno-rivale. Paolo diventa, così, un «leader» per la classe che ora vede in lui un nuovo «eroe» insieme al quale in un rito «orgiastico» imbrattare una parete servendosi di simboli violenti.
Ovviamente, molti specialisti delle diverse discipline e non , riconoscono come un atto violento lo scontro tra Paolo e il compagno. Ma quello che sfugge è la coercizione del rito a cui silenziosamente Paolo è chiamato per essere qualcuno, alla sfida con un membro anch’esso di sesso maschile, pubere (il che vuol dire partecipe dello stesso «periodo di passaggio» , infanzia -età adulta, di Paolo).
Paolo, è andato verso la violenza perché ha «intuito» che ciò avrebbe riscattato la sua condizione di «perdente». E’ questo che silenziosamente, nel livello del «non detto» è codificato nella cultura che ha plasmato lo studente.
Nell’episodio di violenza tra Paolo e il suo compagno di classe sono presenti quelle costanti che caratterizzano i riti iniziatici di moltissime popolazioni insieme ad i suoi elementi salvifici : la prova di coraggio da superare, l’uso della forza fisica o delle armi, lo spazio «separato» in cui avviene l’iniziazione (spesso la «foresta» presso molte culture di livello «etnologico e nel Medioevo europeo), il passaggio da una condizione di inferiorità, di subordinazione a quella di «leader».
L’iniziando , in realtà, sa che se superate le «prove», i pericoli, avrà finalmente la chiave del rito, conoscerà i miti di fondazione e di origine del gruppo, sarà delegato ad azioni di prestigio come, per esempio, il culto degli antenati e le investiture di guerra.
Da tutto questo sono escluse le donne, che sono le non iniziate per eccelleza, relegate al «non essere» e la cui condizione è simile a quella dell’iniziando di sesso maschile ( I ragazzi della tribù Yaunde del Kamerun , durante il loro «noviziato», debbono attaccarsi alle gambe alcune foglie di banano a indicare che sono ancora «donne» ).
Da un comportamento «minimalista» proprio di chi si nasconde sempre, che non è attento alle lezioni perché non interessano, Paolo diventa «qualcuno» attraverso uno scontro e i compagni di scuola sono pronti a riconoscerglielo. Paradossalmente il mondo , ora, forse, per la prima volta mostra attenzione nei suoi confronti , si «accorge» di lui : uno degli insegnati decide di dargli come voto un «tre» mentre il preside vuole «punirlo». Quindi, c’è stato bisogno di un avvenimento «eccezionale» quale quello dei pugni tra due compagni di scuola, di una «rottura» con la quotidianità e creare così «il caso Paolo» e il suo momento di « gloria».
Mussolini usa alla Camera dei deputati il 13 maggio 1929,a proposito dell’educazione dei giovani, queste parole : «I fanciulli debbono essere educati nella nostra fede religiosa, ma noi abbiamo bisogno di integrare questa educazione, abbiamo il bisogno di dare ai giovani il senso della virilità, della potenza, della conquista».
In un passato recente il Ministero della Difesa e della Pubblica Istruzione chiamano, attraverso un concorso, gli studenti d’Italia delle scuole superiori a svolgere un tema sulle Forze armate: in palio vi sono «visite di addestramento» su carri armati, aerei e navi militari.
Il problema, dunque, è non Paolo ma un altro. La nostra cultura, la storia culturale dell’Occidente, è una storia dove la competizione, lo scontro, la guerra sono stati «valori» fondamentali, e malgradrado tutto, continuano ad esserlo.
Il modellamento culturale varia da gruppo a gruppo, ma per quanto riguarda la storia occidentale si è fondato, fin dalle radici greche e romane, sul valore bellico,
Paolo, il suo compagno di lotta, i suoi compagni di classe e di bar, i suoi insegnanti, il suo preside, vivono all’interno di un modello bellico, «dionisiaco» , di sfida del nemico e della morte attraverso la guerra, vista come iniziazione ultima al trascendente. E’ un modello il cui ordito è disegnato dalle «stragi del sabato sera» sulle strade, da ragazzi che lanciano pietre sulle macchine dal cavalcavia per dare, forse, la morte, appunto, all’ignaro automobistista. (Durante la prima guerra mondiale, i giovani invece della «strada» e del «cavalcavia» hanno come spazio dell’iniziazione alla morte «la trincea», dove il potere verifica chi vince e chi perde).
Paolo diventa, allora, un capro espiatorio, la vittima, su cui ricadono anni di silenzio da parte delle istituzioni sulla globalità di quei valori che egli ha tovato nascendo in un determinato contesto.
Cosa significano, del resto, i videogames a cui Paolo dedica il suo tempo? Chi li ha inventati? Essi sono divisi in quattro giochi : Murder (assassino); sport, Rider (cavalcatore ), Sex (sesso). Quattro giochi che corrispondono a quattro realtà che come la cronaca ci testimonia, si richiamano le une con le altre.
Paolo preferisce il primo gioco che consiste nell’eliminare sagome umane con una pistola. Dal simbolismo del gioco Paolo passa alla concretezza dello scontro con il suo compagno senza mediazioni di sorta. Ma questo è vero anche per molti altri ragazzi, coetanei di Paolo che passano dal gioco all’»azione» : le «baby gangs» americane, gli «ultras» e le loro partite di calcio «blindate», manifestazioni che sono l’intrecciarsi dello sport-gioco-individuazione dell’avversario-sua eliminazione.
Oggi si tende alla parificazione dei ruoli nella direzione dei valori maschili per cui abbiamo donne che si interessano di sport, si arruolano nell’esercito, rivendicano il diritto al sacerdozio, diventano “bulle”.
I giovani, i ragazzi, i bambini, invece, continuano ad essere vittime d’olocausto dei «grandi» , di chi ha il potere sacrificale.
Concludo con un ultima riflessione che solo apparentemente potrebbe sembrare non attinente a quello che ho chiamato il «caso Paolo» .
Oggi i maschi hanno lasciato la scuola non più prestigiosa al loro ruolo di dominatori.
La scuola , quasi completamente affidata alle donne, è finita col diventare un servizio al corpo, compito a cui, in realtà, le donne hanno sempre assolto : nella casa, nella famiglia, negli ordini religiosi, negli ospedali (gli infermieri sono in maggioranza di sesso femminile), nella preparazione delle salme. Molti istituti scolastici e tanti Provveditorati agli Studi sono diventati un triste «gineceo», uno luogo de-reale per studenti e operatori, dai quali è stata espunta la teorizzazione , la possibilità di un ripensamento globale della cultura dato che alla donna, nel nostro caso specifico alle «maestre» e alle «professoresse», non è stato mai richiesta dalla società la possibilità di porsi interrogativi «nuovi», di fare la Rivoluzione. E inoltre, quali possibili identificazione psicologica dei bambini e delle bambine , degli adolescenti e delle adolescenti, in insegnanti che appartengono ad un solo sesso, quello femminile? Nella nostra cultura l’insegnante ha un ruolo pseudo «materno» e non dà un sapere funzionale all’esistenza del gruppo (i pochi maschi rimasti nella scuola media e superiore, di conseguenza, hanno assunto un’immagine «femminile»).
Quello che ho chiamato il «caso Paolo», dunque, dovrà tenere in considerazioni tutti questi aspetti, per una sua possibile comprensione visto che in una cultura tutto conta, tutto manda significati che vanno sempre verso la stessa direzione di senso.

giovedì 1 novembre 2007

Società post scolastica: analisi antropologica della riforma della scuola e dell'univerità in Italia

di Nico Carlucci

Gli economisti hanno vinto non solo nel momento in cui hanno affermato che alla base della società ci sono gli scambi commerciali, il capitale, la legge della domanda e dell’offerta, ma anche quando il ministro di turno, di sinistra o di destra, non importa, ha deciso di cambiare le regole della scuola e dell’università italiana.
La mia riflessione può partire dalla pedagogia che è alla base della riforma dell’istruzione pubblica in Italia, con le sue strategie che ancora una volta vengono riconosciute come assolute da coloro che le propongono, dopo aver espunto dal proprio orizzonte il metodo scientifico.
Intanto, vediamo subito che la riforma e i suoi assunti sono fortemente influenzati dal pragmatismo americano, lontano anni luce dalla tradizione del pensiero europeo. Quest’ultimo, da più parti, viene deriso; c’è chi dice che non serve a niente in quanto non pratico e, quindi, non in sintonia con le nuove tecnologie di un mondo che va in fretta. Si dimenticano, allora, le conquiste del pensiero filosofico europeo che ha portato, nella lunga durata della storia, a mirabili contributi in tutti i campi del sapere, da quello artistico a quello scientifico e letterario.
I docenti della scuola parlano servendosi di una terminologia che viene usata dagli economisti: si “programma” tenendo in considerazione le “competenze”, i “bisogni”, gli “obiettivi”. Lo studente insieme alla sua famiglia sono diventati dei “clienti”, degli “utenti” per i fondatori-riformatori di sinistra, quelli che per prima hanno sentito la necessità di rinnovare il sistema-scuola, vendendo, così, l’anima alle leggi del mercato che per anni avevano contestato. Oggi, insieme alla destra, essi parlano di crediti e debiti formativi, di una didattica volta alla creazione dei “manufatti”, dei “prodotti”; una didattica per la quale ciò che conta sono le “attività”, il “saper fare”, il manipolare con le mani (a proposito, cosa avrebbe detto l’antieroe decadente?). Di conseguenza, dirigenti scolastici, insegnanti (quasi tutti di sinistra), corsi di aggiornamento, testi per la scuola riconoscono nella parola “operatività” una verità sacrosanta, un dogma da accettare senza un minimo di dubbio e di riflessione teorica che sembrano aver abbandonato per sempre il pianeta scuola.
Di una rivoluzione dell’istruzione avrebbero dovuto farsi portavoce le donne che, almeno in Occidente, sono le più impegnate nel mondo della formazione: sono loro che insegnano alle elementari tanto che è ovvio parlare, riferendosi ai docenti di quest’ordine, di “maestra” piuttosto che di “maestro”; alle medie il numero delle professoresse supera in modo schiacciante quello dei professori. Di fatto, in molti collegi dei docenti il “dirigente scolastico”, le figure obiettivo usano il genere femminile rivolgendosi alle tante insegnanti e ai “pochi” insegnanti che vi partecipano. Oltre a non rispettare una regola di grammatica che vuole che anche in presenza di un solo maschio in un gruppo di donne si debba usare il maschile piuttosto che il femminile, emerge in modo drammatico che le maestre e le professoresse vivono, così facendo, la scuola come un mondo “separato” dal reale, di loro stretta “competenza”.
Ma hanno accettato nelle loro “programmazioni”, nel Piano dell’Offerta Formativa (POF), nei progetti, nei libri di didattica che scrivono un linguaggio inventato dagli “altri”, dall’ economia! Questa è solo uno dei tanti tasselli di cui una cultura è costituita ma che, invece, sembra essere diventato, per chi è al Potere, l’unico vero alimento.
Attraverso la scuola le donne avrebbero potuto avere la loro rivincita nei confronti dei modelli culturali del passato, quelli contestati in più occasioni. Ma le cose non sono andate così. Esse si sono servite della lingua dell’ Economia-Potere e così non hanno inventato niente.
Prendiamo, ora, la riforma dell’università. Della formula 3+2 (laurea “breve”, di primo livello, e laurea specialistica) se è discusso su vari quotidiani. In questo spazio non intendo entrare nella maggiore o minore funzionalità della formula che, comunque, da come viene proposta, ricorda gli slogan della TV commerciale. Certo, anche qui il modello di riferimento è quello dell’economia, dei crediti bancari, del bilancio che può essere in attivo o in passivo a seconda degli atenei e della loro promozione.
Riconosciamo che c’è veramente bisogno di una riforma dell’università italiana. Ma è sbagliato giustificarla per via dell’altissima percentuale dei suoi studenti fuori corso, della sua non competitività sul mercato europeo e, quindi, ancora una volta usando i parametri dell’economia.
Un dibattito sulle discipline, sulla loro circolarità e sulla natura del metodo scientifico, viceversa, avrebbe potuto essere un primo coraggioso tentativo di una vera riforma.
In realtà, ci si è voluti uni-formare, per l’innovazione, ai modelli d’oltralpe, soprattutto, anglosassoni che sono portatori impliciti di valori e tradizioni accademiche che non ci appartengono.
La formula 3+2 ricalca, infatti, gli anni di bachelor e di master messi insieme da altri contesti culturali.
La laurea specialistica, come la laurea del vecchio ordinamento, verrà in base al sistema dei crediti, ad essere equipollente al master che si consegue in USA, in Francia e in altre parti del mondo occidentale. Ma continuandola a chiamare “laurea specialistica” e non “master” si creerà un suo declassamento quando si dirà che essa permetterà l’accesso a quei “master” (ancora!) previsti dal nuovo ordinamento.
Dall’altro canto, la laurea di primo livello, come dicono molti osservatori, diventerà un gran liceo; del resto, è ciò che accade nei college mediante il conseguimento del titolo di bachelor in ambito americano.
Per evitare confusioni, credo che bisogna cambiare proprio la dicitura laurea di primo livello e laurea specialistica ; cancellare una terminologia ambigua, che porterà ad omologare, verso il basso, i due diversi percorsi di studio; questi, infatti, finiranno con “l’assomigliarsi” troppo. Ma l’Italia sembra non voler rinunciare al termine di laurea nato in una cultura che nel classicismo ha trovato, per molti secoli, la sua ragione d’essere. Volendolo riproporre nell’ambito della riforma significa non aver capito il contesto nel quale il termine di laurea era nato, tradendo, così, un passato glorioso, di tradizione classica.
Non aver inventato un modo “nuovo” di chiamare i “nuovi” titoli accademici è, in ultima analisi, non rispettare le conquiste del passato e le sue specificità lessicali e culturali che diventano interscambiabili, ora, con un presente “truffaldino” (all’estero l’inglese “laureate”, prestigiosissimo, si usa solo facendo riferimento a chi riceve il nobel).
Ultima domanda che sottopongo all’attenzione dei lettori: a chi in futuro riceverà la “laurea ad
honorem” verrà consegnata la laurea “breve” o la laurea specialistica

martedì 30 ottobre 2007

"OK COMPUTER": Radiohead parte II

di Nico Carlucci

Si, il mondo cambia, abbiamo detto, il modo di riprodurre la musica cambia.
Questo è vero anche per l' arte che diventa "murales", non più "prigioniera" dei musei e cioè del "luogo".
Keith Haring lo ha dimostrato nella libertà delle gallerie della metropolitana di New York, ma anche servendosi della "surmodernità" di cui parla Marc Augè nei suoi studi: i grandi magazzini, gli autobus e quindi le autostrade, gli aeroporti. In altre parole, i "non luoghi", appunto.
Gli artisti sono quelli di "strada" che conoscono il digit sperimentandolo come "esperienza totale".
I confini, allora, saltano, i "pieni" pure. Il computer prende il sopravvento attraverso la rete e il virtuale che sono "dovunque e in nessuna parte".
E , forse, era questo che cercavano di dirci i Radiohead quando hanno pubblicato nel 1997 proprio Ok Computer, album pieno di momenti rarefatti e angoscie esistenziali che straziano.


Keith Harring

lunedì 22 ottobre 2007

I Radiohead e la musica dei "non luoghi"

di Nico Carlucci

Esce in questi giorni l'ultimo lavoro dei Radiohead In Rainbows. Esce su internet, la musica che decodifica, ancora una volta, la surmodernità: lo spazio è quello virtuale della rete, il tempo quello del digit.
I suoni restano "incompiuti", al di là dei confini.
Quello dei Radiohead è un "cd" di brani da scaricare, che "non esiste" in commercio, almeno per ora.
La musica salta le barriere tradizionali della domanda e dell'offerta, creando qualcosa di "nuovo" ( In Rainbows può essere scaricato pagando quello che desideri).
E' quanto sta accadendo all'Antropologia, al suo ripensamento del concetto dello spazio e del tempo che non sono più quelli del mito e della geografia. I luoghi sono "globali", i tempi quelli dell' "accelerazione".
E' questo che voglio provare a dire qui: la scienza e la frantumazione dei linguaggi tradizionali, delle vecchie categorie di cui anche un disco come In rainbows "dice" nei sui significati di base.
Ho incominciato sottolineando l'ultimo lavoro post rock dei Radiohead per raccontare un mondo che cambia.
Le domande della Scienza sono in divenire e rimandano all'indeterminatezza che, a proposito del gruppo inglese, è indeterminatezza dei suoni, dei testi, delle immagini che usa sia su internet che nei propri lavori.
Radiohead's Thom York

Radiohead's Thom York