lunedì 20 dicembre 2010

Il mondo alla rovescia: la Festa dei Folli e il Ragazzo Vescovo

di Nico Carlucci
 
Il freddo arriva e l’inverno pure con la prima neve che cade. Anche i giorni di Natale “arrivano” e si susseguono lentamente. Io non parlerò né dei loro simbolismi, né dei significati concreti che li accompagnano. Annie Lennox ricrea, ora, le loro musiche e li celebra nella androginia di una Bellezza “divina”.
Claude Levi-Strauss, invece, tanto tempo fa, scriveva di un “Babbo Natale giustiziato” (Sellerio, 2002) alla vigilia di una mondializzazione che era, prima di tutto, fine dolente delle culture.
Vedo la crisi delle istituzioni e della politica in Italia, il precipitare dell’euro e l’Occhio del Grande Fratello che avanza.
Girano le vite, è la musica del tempo che scorre. E sullo schermo appaiono le festività successive al giorno del Natale, di origine pagane che nel Medioevo entrano all’interno delle mura delle chiese. Tra esse trovo la Festa dei Folli e le cerimonie del “Ragazzo vescovo” (Chambers E. K. “The Medieval Stage”, Oxford, 1903).
La prima apparteneva a religiosi poveri e di basso rango: contadini o piccola borghesia. Essa rappresentava un’ occasione di riposo, ma anche di ridicolizzazione dei riti sacri, lunghi e noiosi. Per mezzo di essa assistiamo, per alcuni giorni, al deterioramento dei potenti e all’esaltazione dei poveri.
La Festa dei folli sembrava che avesse origine da tradizioni di derivazione romana delle Calende e delle feste pagane teutoniche o celtiche: “Durante le cerimonie, i preti e i funzionari portano maschere mostruose, danzano nel coro indossando abiti femminili o di giullari. Intonano canzoni scostumate. Mangiano salsicce a lato dell’altare e giocano a dadi nel corso della messa”. (da una lettera della Facoltà di Teologia di Parigi risalente al 1445).
Quella dei Folli è la festa che parla di “vescovi” o “arcivescovi” squilibrati, con i loro copricapi e bastoni pastorali che, in ultima analisi, sono gli equivalenti di quel finto re che James G. Frazer ha messo in luce in molte feste popolari e che ritroviamo anche nei Saturnali.
E per alcuni giorni il mondo appare alla rovescia: l’esaltazione dei ranghi inferiori, le maschere animali e i travestimenti in abiti femminili.
E’ quanto accadeva nell’Europa del XV secolo, nelle chiese di Bourges, Sens e Beuvais dove si cantava anche un curioso inno semicomico, la “Prosa dell’Asino”.
Ma era la Francia il paese per eccellenza di questa festa dei Folli. L’usanza era diffusa anche in Boemia e in Germania.
Con la Riforma essa fu denunciata e vietata. Contro la Festa dei folli si pronunciò anche il Concilio di Basilea del 1435. Ma al popolo piaceva per cui fu difficile farla scomparire subito.
 
l “Ragazzo Vescovo”
 
Nel decimo secolo una festa rilevante fu anche quella dei ragazzi nel giorno degli Innocenti, il 28 dicembre. Protagonista è il “Ragazzo Vescovo”, cantore scelto dai suoi compagni del coro. Egli metteva il piviale , aveva il bastone pastorale e dava le “benedizioni”. Insieme al “Ragazzo Vescovo”, altri ragazzi indossavano gli abiti dei diaconi e degli arcidiaconi. E mancavano, cosi, di rispetto alle alte cariche delle istituzioni della Chiesa del Basso Medioevo.
La figure del “Ragazzo Vescovo” è presente nei libretti inglesi, francesi e tedeschi.
Quello che si faceva con la complicità dei compagni era parte di ciò che per noi, oggi, in modo diverso, sono le “vacanze scolastiche” del periodo natalizio, una “pausa” che con le feste interrompevano il tempo quotidiano. I festeggiamenti si svolgevano all’aperto.
Nel giorno degli Innocenti il “Ragazzo Vescovo” va a cavallo per impartire benedizioni agli abitanti della sua città.
La sua elezione avveniva il 5 dicembre giorno della vigilia di San Nicola protettore dei bambini. Egli fu allora chiamato “Vescovo di Nicola”, appunto, che “diceva messa” proprio nei giorni della vigilia e della feste “comandate”.
Con la Riforma la sua figura fu abolita anche se come per la Festa dei Folli sopravive per molto tempo, nella cultura popolare, in diverse parti dell’Europa fino all’avvento dei tempi moderni.
E visto che la storia è fatta da “lunghe durate”, molti gli scolari dell’Occidente osservano ancora religiosamente la Festa di San Nicola, loro protettore. A Curry-Yeovill, per esempio, nel Sommersetshire, ogni anno i “ragazzi di Nicola” portano un barile di birra buona nella chiesa dove è situata la loro scuola e irrompono nella stanza del Maestro.
Ecco, ho voluto raccontare una storia di “Natale”, quando i tempi erano diversi, quando si giocava con un mondo alla rovescia perché quello che si viveva andava cambiato. E oggi? L’Imperatore è “nudo”, eppure, resiste ancora il timoroso conformismo contemporaneo di molti italiani insieme alle istituzioni che li rappresentano. 




Brueghel il Vecchio


 

martedì 23 novembre 2010

Terra Promessa e globalizzazione. La "complessità" si tinge di Sacro

di Nico Carlucci

Cos’è la complessità nell’ Antropologia? Chi sono coloro che se ne occupano?
Beh, questi ultimi fanno riferimento, in ultima analisi, alla globalizzazione che esiste, nessuno lo mette in dubbio. Ma per alcuni studiosi, non sempre di “razza antropologica”, è diventata l’invenzione di un nuovo mito di fondazione. E questo, in realtà, è coercitivo.
Gli economisti sono stati tra i primi a “guardare” alla globalizzazione. Se ne sono occupati da “economisti”, appunto, soffermandosi poco sul concetto di cultura.
Quando è arrivata nei lavori dei filosofi della scienza, dei sociologi la globalizzazione è diventata “complessità” aprendo la via ad una nuova epistemologia che tuttora viene proposta con il suo protocollo. Sì, è quello che, per esempio, fa Edgar Morin nei suoi libri a cui non esita a dare titoli come: “Una testa ben fatta: riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero” (R. Cortina, 2000), “I sette saperi necessari all’educazione del futuro” (R. Cortina editore, 2001). A parte molte buone intuizioni di Morin e una scrittura “suggestiva”, il filosofo sembra proporre un breviario dei saperi, che come dice lui sono costituiti da “sette” punti e di cui gli insegnanti devono appropriarsi per essere “buoni insegnanti”. Ma dare, come fa Morin, istruzioni per l’uso imprigiona le menti, nega la libertà di quella che chiamiamo ricerca che di per sé non può essere incapsulata mediante una griglia “ben fatta”, per teste “ben fatte”! Di “complessità” respirano alcuni professori, docenti universitari che sembrano abbiamo creato il “dogma”, il rito di esami e concorsi che lasciano poco spazio ad un pensiero veramente complesso. Eppure non è questo che voleva la “complessità” quando è nata. Allora, mi chiedo perché essa diventa ambigua, “politica” quando sono proprio le scienze umane e sociali che se ne appropriano? I suoi seguaci, spesso, hanno un retaggio marxista. Al posto dell’era che vedeva l’eliminazione della proprietà privata a favore della collettivizzazione come auspicava il Comunismo, troviamo nella “complessità” la promessa di uno spazio “globale”, di una “identità terrestre” che respira “Terra patria”.
Molte delle cose che scrive Morin sono state già teorizzate dagli antropologi, ma senza una “chiesa” e un proselitismo. Parlo dell’interrelazione dei saperi, dei tratti di una cultura i cui fili si intrecciano in una totalità. Leggiamo i classici dell’ Antropologia, leggiamo Alfred L. Kroeber, i suoi modelli culturali, cerchiamo Popper, la sua epistemologia, guadiamo a Bateson e alla sua “ecologia” della mente.
Pioniere della complessità è stato Ilya Prigogine premio nobel per la chimica nel 1977 che parla di strutture dissipative e di irreversibilità.
Quali sono i lavori scientifici frutto del pensiero “complesso” che superano il momento teorico per affrontare quanto le popolazioni vivono per davvero ? Sono stati scritti in suo nome manuali di storia, di letteratura per la scuola assemblando, per esempio, l’Occidente con il lontano Oriente e non facendoli incontrare affatto. Anzi!
Come dicevo all’inizio, la nuova epistemologia finisce con il ridisegnare, almeno nell’ambito delle scienze umane e sociali, le vie del Trascendente. Che essa si tinga di sacro lo vediamo già quando si decide che i saperi per formare le menti devono essere “sette”. Perché “sette”? Perché non possono essere “otto”? Beh, i numeri sono estremamente simbolici, sacri, appunto. Non dimentichiamo che in Morin agisce inconsapevolmente l’ebraismo a cui culturalmente appartiene. A proposito, ricordiamo che sette sono le divinità mitologiche della Cabala; sette sono anche le piaghe d’Egitto. Per restare nell’ambito biblico vediamo che l’Apocalisse di Giovanni “dice” dei sette sigilli la cui rottura annuncerà la fine del mondo, seguita dal suono di sette trombe, suonate da sette Angeli.
Ma in tutta l’era antica il “sette” racchiude il codice segreto per interpretare l’Universo. Spesso, esso è considerato il numero della perfezione. Platone lo chiama Anima mundi. Nell’antico Egitto le Piramidi sono il numero “sette” formate, infatti, dal triangolo (tre) su quadrato (quattro).
Di sacro risente anche il titolo del libro di Progogine, russo ed ebreo anche lui, scritto insieme a Isabelle Stenders :“ La nuova alleanza: metamorfosi della scienza”, (Einaudi, 1999).
Qui si parla di fenomeni di irreversibilità e indeterminazione davanti ai quali la scienza classica subisce una battuta d’arresto. L’entropia è misura del caos in un sistema fisico o più in generale dell’Universo.
Prigogine, in realtà, getta le basi, così, a quel ponte che collega la fisica, alla chimica, all’ecologia, alle scienze sociali e umane. E tutto questo è “bello”. Ma usa espressioni “bibliche”, di alleanza del popolo con il suo Dio. La nuova alleanza, ricordiamo, è il Nuovo Testamento.
In conclusione le scienze sociali e umane hanno veramente fatto quanto dice il premio nobel per la chimica? Mi chiedo, è possibile ciò senza forzature e “patti politici”? senza essere necessariamente di “destra” o di “sinistra”?

martedì 12 ottobre 2010

Le periferie e i loro ragazzi spezzati. Arcade Fire: "The Suburbs"

di Nico Carlucci


E adesso tornano in modo trionfale il gruppo indie, gli Arcade Fire che con il loro album “The Suburbs” sono primi nelle classifiche che contano: inglesi e americane. L’Italia, spiace dirlo, è estranea quasi del tutto alla sensibilità rock d’oltralpe per via delle polverose orecchie marxiste di molti dei suoi critici. Ciò è vero non solo nell’ambito musicale, ma anche universitario dove le band indie, spesso, nascono grazie alla rete.
La rivista on line "Ondarock", per esempio, dà all’ultimo lavoro del gruppo canadese appena la sufficienza relegando “The Suburbs” al genere pop che non fa parlare mai, per alcuni, di capolavori. Viceversa, l’inglese e autorevole “Q: Magazine” riconosce “The Suburbs” già come un classico che rimarrà tale negli anni a venire e che farà entrare gli Arcade Fire nella storia del rock.
Ma l’antropologo si occupa proprio del gruppo di Win Butler e Regine Chassagne? Si, perché l’antropologo ascolta la musica, si emoziona al suono che è indie-rock, pop corale, post-wave, mainstream, voci e ritmi della cultura in cui vive e ama. Il suo modello è proprio la musica che qui, in questo, album dura più di un’ora perché di “concept album” si tratta. Sapete, quei “ concept album” che nessuno più realizza e che, invece, in passato hanno fatto il rock.
In “The Suburbs” appaiono citazioni sixties come quelle dei Beatles e Phil Spector. Ma c’è anche l’incedere circolare di “Rococo”, pezzo barocco come certi brani di “Neon Bible”, secondo album del gruppo. E poi abbiamo la melodia ondulatoria di “City with no children” e “Empty room “ che ha un bel arraggiamento di archi. Qui è Regine a guidare la danza punk-rock di dimensioni sinfoniche. “Suburbarn war” è, invece, un momento straordinario di musica fatto di epos trattenuto e dolente. Scopriamo ancora, continuando l’ascolto, le due “Half light” che si distinguono perché la prima è eterea la seconda è frizzante. In quest’ultima c’è il sinth-pop tra New Order e Blondie con una raffinatezza pop non amata in Italia perché poco “proletaria” se non addirittura gay. “Sprawl II viene accostata da qualche critico nostrano, per esempio, per ridimensionarla, alla musica degli Abba che pur grandi, a mio avviso non c’entrano per nulla con questo brano. Si continua con le note dell’emotiva “We use to wait” che è anche uno dei single più belli dell’anno.
Con il primo, straordinario cd “Funeral” gli Arcade Fire davano voce ai sogni e agli incubi del vicinato (unici i tre capitoli dal titolo proprio di “Neighborhood”); con il successivo “Neon Bibble” (2007) la loro carica esplosiva diventava quasi messianica se non escatologica.
In “The Suburbs” torna, invece, il mondo dei ragazzi e delle ragazze come in “Funeral”. Ma adesso le loro vite spezzate si svolgono nelle periferie slabbrate della metropoli.
In tutto il cd c’è elegia mista a malinconia. La musica è bella. Sicuramente in alcuni brani si avverte l’influenza dei primi U2 e del primo Springsteen anche se gli Arcade Fire suonano gli Arcade Fire.
I sobborghi di cui si parla in “The Suburbs” sono quelli americani diversi da quelli europei, sono un universo fatto di attese, di noia, di amori vagheggiati e di rabbia.
La band canadese è costituita da sette membri che nella coralità delle loro visioni continuano a creare anche con “The Suburbs”un implosione di suoni, dal vivo e nel disco. E’ il motivo per il quale i crescendo di molte delle loro canzoni sono più importanti dei momenti pieni e compiuti. In altre parole, l’indefinito delle anime musicali riconquista e dà emozione.

giovedì 2 settembre 2010

Capitano, gira verso nord-ovest, il vento è cambiato: lo spazio e il tempo delle spedizioni

di Nico Carlucci


Direzione Luna
I tempi dei viaggi e delle esplorazioni sono finiti.
Quando l’Antropologia è nata l’uomo continuava a scoprire terre remote. L’antropologo definiva il concetto di cultura e dava sempre più forma, così, alla sua disciplina servendosi, per la prima volta, di un metodo scientifico.
Egli sentiva che i popoli “primitivi”si sarebbero a breve estinti, come poi è successo. Da qui la “fretta” dello studioso di raccogliere le loro ultime lingue e i loro ultimi miti trasmessi di generazione in generazione e consegnarli a noi.
Ma ancora prima dell’Antropologia, gli uomini erano venuti a contatto con le civiltà e le descrivevano. E’ quello che fa, per esempio, Cesare nel suo De Bello Gallico.
Matteo Ricci (1552-1610) un missionario, ebbe una profonda conoscenza del popolo e della religione cinese al quale voleva che arrivasse il cristianesimo attraverso l’“adattamento” di quest’ultimo.
Nell’Ottocento troviamo, invece, David Livingston, missionario e esploratore scozzese che svelò l’entroterra africano ricercando anche le sorgenti del Nilo. Sua fu la scoperta delle cascate Vittoria dal nome della regina d’Inghilterra.
Questi sono solo alcuni nomi, di un passato di esplorazioni e “suggestioni” del mondo quando i popoli erano classificati come “caldi” o “freddi”, quando le società erano divise in quelle prive di storia da quelle con la“storia”.
Poi i viaggi si sono spostati verso la luna, l’uomo è arrivato sulla Luna (1969), alla ricerca di una verità di sé che informava l’immaginario collettivo. I film di fantascienza che ne sono seguiti per tutti gli anni 70 (Star trek in testa) ne sono una prova inequivocabile.
E ancora. J. F. Kennedy, in questo modello, negli anni 60 sfidava i tempi parlando di “nuova frontiera” e il “sogno”, così, andava verso la ricerca dello spazio e degli oceani nel tentativo di dare una svolta alla “guerra fredda” tra USA e URSS.


Direzione Nord: la nave "Fram", quando Artide e Antardide erano le sfide estreme.
Il viaggio nel tempo continua con la nave "Fram", oggi esposta in una nobile maestosità ad Oslo all’interno di un museo creato in suo onore. Questo museo è interessante e ricco di domande “antiche” relative alle esplorazioni.
"Fram" (“Avanti”, in norvegese) fu utilizzata in diverse spedizioni nelle regioni polari artiche e antardide. Era la nave di legno più resistente che Fridtjof Nansen fece costruire nel 1893 appositamente per l’esplorazione del polo Nord. A dire il vero, qui era previsto un suo ibernamento tra i ghiacciai del pack artico.Ma è il romanticismo della montagna di ghiaccio che spinge Nansen ad ascoltare il vento che spira dalla Siberia per raggiungere l’Artide. La sua ambizione era di arrivare più a nord di chiunque altro. E il "Fram" è la nave che ha navigato più a settentrione e aggiungo anche più a meridione del globo: i due poli di vetro, i continenti ghiacciati.
Ma il pack può bloccare d’inverno le navi se non stritolarle. Allora Nansen realizza un'imbarcazione capace di sopravvivere alla pressione non per via dell’utilizzo della pura forza di resistenza, ma con uno scafo disegnato che permette di sfruttare il movimento dei ghiacci per salire sul pack e quindi galleggiare sul mare di ghiaccio.
Nansen, comunque, non riuscì a raggiungere la sua destinazione. La sola forza della corrente artica, purtroppo, non bastava. Allora decise di arrivare al Polo Nord con gli sci. Arrivato a 84 14 decide di tornare indietro. Era con H. Johansen. Con lui ripara nella Terra di Francesco Giuseppe dove riesce a sopravvivere mangiando grasso di orsi polari e trichechi. Nansen torna in Norvegia grazie ad fortunato incontro con una spedizione inglese.
La nave polare "Fram" è stata sicuramente la nave più resistente al mondo, è quella che è rimasta più a nord e più a sud del mondo rispetto a tutte le altre imbarcazioni E’ la nave polare che fu utilizzata per tre spedizioni polari non solo da Fridtjof Nansen nel periodo 1893-1896, ma anche da Otto Sverdrup nel 1898-1902 e Roald Amundsen nel 1910-1912.
Nansen è, però, l’esploratore della nave "Fram" che più si ricorda. Egli fu anche un importante uomo politico, uno scienziato che riceve il premio Nobel per la pace nel 1922.
Il museo di Oslo ripercorre la storia del "Fram". Esso è ricco di documenti, testimonianze e video, ma nei suoi significati di base è “archeologia” che merita certamente di essere studiata.


Fine della direzione: i fasci di luce e il digit
Oggi siamo nell’era dell’informatica come ho avuto già modo di scrivere. Non più poli di ghiaccio da frantumare, né punto-nord e punto-sud da avvistare, né distese marine da “navigare”. Il concetto di viaggio cambia: può essere “low cost” o del Web. E’ un viaggio senza più una direzione in linea con il venir meno anche di una idea di progresso.
E l’Antropologia diventa, allora, scienza della complessità, o meglio della globalizzazione che, comunque sta lì per dirci che le culture, singole, muoiono.
La nuova epistemologia sottolinea che tutto è “raggiungibile” il che ha fatto perdere allo scienziato il suo “sguardo da lontano”.
In questo modello culturale del digit, l’oggetto cd, per esempio, è sostituito dal file musicale, il biglietto cartaceo delle agenzie turistiche è abbandonato per via di prenotazioni on-line; anche le banconote, nell’era dell’Euro, scompaiono grazie alla carta di credito.
Il mondo del globale si fa virtuale. Perfino i terroristi per i loro attentati crudeli scelgono, senza saperlo, i “non luoghi” della globalizzazione: stazioni ferroviarie, metropolitane, aeroporti e reti informatiche.
La domanda dell’uomo sull’ Uomo c’è, ma la sfida non è più quella del ghiaccio di Nansen. Il vento non spira più dalla Siberia.
Non più confini, quindi, o frontiere, le “geografie” conosciute durante la Grande guerra con i loro sacri” fiumi (vedi il Piave). Oggi è la bomba informatica che decide chi perde e chi vince.
Il tempo è “reale” e accelerato e gli Dèi non hanno più nomi, né “sesso”.

lunedì 2 agosto 2010

L'ora tremenda del Sacro: sessualità e morte, tabù dell'Occidente

di Nico Carlucci

Il sesso è inesorabilmente collegato alla Morte. Ciò è stato vero nel passato, ma lo è anche nel presente e non lo si può dire! Sesso e mondo del Sacro e della morte agiscono e diventano tabù forsennati nelle culture.
Con questa scrittura del web che nasce sfoglierò alcune pagine dell’Occidente, guarderò a piccoli passi la sua storia al presente perché come mio campo di studio ho scelto proprio l’Uomo bianco.

Morti e pianti rituali

Dai giornali leggo che la Chiesa attuale è coinvolta nello scandalo della pedofilia in molti paesi. Essa cerca di correre ai ripari. Non ultimo troviamo quello che vede protagonisti alcuni membri del clero belga che custodivano, nell’Arcivescovado di Mechelen, materiale pedo-pornografico relativo al mostro di Martinelle, Marc Doutroux. Questi è stato stupratore e massacratore di bambini che sono simbolo della purezza nella religione.
Diventa urgente, allora, da parte delle istituzioni ecclesiastiche vedere quello che è successo e far rientrare il caso facendo, dicono, chiarezza.
In Italia grida giustizia l’assassinio della giovane lucana, Elisa Claps, il cui corpo ha riposato per 17 anni nel sottotetto di una chiesa di Potenza e nessuno sapeva. Anche in questo caso la verità non viene fuori, i membri del clero sono in subbuglio. Lì dove giace il corpo della ragazza, morta uccisa dopo la violenza, ci sono i resti di consumi sessuali, le ombre d'altri rapporti fisici come testimoniano le tracce di sperma ritrovate sul posto, vicini al corpo di Elisa in decomposizione avanzata.
Sesso, femmina-massacrata, morte. Adolescenti violati! Sesso- mondo del sacro- religione-varco nell’al di là che apre abissi misteriosi.
Dei giochi erotici dopo la morte aveva studiato proprio nell’area lucana Ernesto De Martino in un classico dell’antropologia: Morte e pianto rituale: Dal lamento funebre al pianto di Maria che merita di essere riletto per tentare di capire meglio.

I papi e il sesso

Sfogliamo, ora, anche il saggio di Eric Frattini uscito da poco: I papi e il sesso: Da san Pietro a Benedetto XVI, duemila anni di buone prediche e cattivi raccolti: storie di pontefici gay, pedofili, sposati, incestuosi, perversi (Milano, A. Salani editore, 2010).
In esso l’autore sottolinea il comportamento “indecoroso” di Santa Madre Chiesa, i suoi malefatti proprio nell’ambito della sessualità. I papi si pronunciano sul sesso che viene praticato da molti di loro per negarlo subito dopo.
Ma la Chiesa, si sa, non ama insinuazioni sulla condotta sessuale dei suoi rappresentanti.
Eric Frattini con il suo libro parla dei sommi pontefici e dei loro vizi: almeno diciassette papi furono pedofili, dieci incestuosi, nove stupratori. E continua con i papi omosessuali, concubinari, travestiti, sadici, masochisti alcuni dei quali perfino canonizzati. Scrive Frattini: “ Nessuna religione al mondo ha mai dibattuto tanto l’intimità sessuale come il cattolicesimo”, imponendo, comunque, il suo codice di condanna e tolleranza zero verso le coppie di fatto, l’aborto, l’omosessualità.
Molti papi del passato, quindi, erano uomini che praticavano sesso nonostante la condanna ufficiale. Il giornalista ci dà un resoconto interessante. Ma nel suo pur documentatissimo saggio non esplora la femminilità, il suo legame con la sessualità-morte-potere-sacro. Il suo è un lavoro che manca del livello interpretativo perciò alla fine il lettore si ritrova al suo punto di partenza. Ma su ciò ritornerò.


“Vieni, ti mostrerò la condanna della gran prostituta, che siede presso le grandi acque.”

Il sesso diventa esperienza di morte, ma per i più non è così perché agiti dall’ovvio culturale. L’apice della sua espressione, l’orgasmo, in Francia è “la petite mort”, appunto, perché è con esso che si perdono i confini del proprio corpo e ci si avventura in un “infinitamente grande”: "Babilonia, la grande, vestita di porpora e di scarlatto, adorna d’oro di pietre preziose e di perle…"(Apocalisse 17, 1-5).
Nell’Antico Egitto le lamentatrici della morte erano a seno scoperto. Sì, a seno nudo, piene di una femminilità esplicatrice di significati primordiali.
Andando avanti nel tempo troviamo le danze macabre della Morte, il Medioevo, con la Nera Signora che funge da protagonista della notte siderale. Balla, porta racconti di vita sessuale.
Nei funerali dei Malgasci del Madacascar colpisce la baldoria "oscena" cui gli ospiti sono invitati durante il rituale. Per gli indigeni queste manifestazioni sono necessarie perché il defunto è in uno stato di isolamento e "solitudine". Durante le ore buie le ragazze danzano, cantano; i maschi si uniscono a loro. Notti di orgia, relazioni intime tra i sessi che non ci sono di giorno.
Oggi la “Love Parade” di Duisburg in Germania mette sul volantino scritto a chiare lettere “Danza o muori”. E nel suo ballo tribale perdono la vita, ahimè, 21 giovani del mondo, nella pulsazione ritmica della musica techno.
Ma il sesso è stato veicolo del contagio delle paure d'intere generazioni e lo troviamo, così, codificato nei film di D. Croeneberg, regista “esistenziale”. E ancora: il cimitero di Jim Morrison, la trasgressione al Pere-Lachaise di Parigi dove "riposano" Oscar Wilde, Edith Piaf, Maria Callas e altri tra quotidianità e erotismo come viene evidenziato dall'antropologo Michelangelo Giampaoli.
Allora se i significati sono questi, vediamo la rimozione della sessualità e dell’oscenità che porta con sé perché parla di Morte, paura degli umani. Un detto popolare isolato dallo storico delle religioni Alfonso Di Nola riassume quanto scrivo: “Non vi è morto senza riso”.
Quindi le danze, il rito orgiastico, un rapporto mai concluso con l’oltretomba. Ciò è ancora vero nonostante si parli di liberazione sessuale.
La femminilità è vittima della sottomissione e del possesso, del sacrificio e della perdita dell’io mentre l’adolescente vive il “gioco” dell’età matura per mezzo di un corpo in metamorfosi.
Concludo. È possibile reinventare il tutto con regole diverse? Io non lo so!

venerdì 25 giugno 2010

Il rito di passaggio dell' esame di Maturità: realtà e finzione

di Nico Carlucci

Gli studenti italiani dell’ultimo anno della scuola superiore vengono chiamati, in questi giorni, ad una prova “finale”: l’esame di Stato. Esso è, in qualche modo, la celebrazione di un rito collettivo. Pur presentando qualche variante rispetto a quelli che lo hanno preceduto, esso rimane uguale nella “rappresentazione”, ma anche nelle aspettative e nelle attese sia degli allievi che dei docenti.
E’ un gioco delle parti nel quale ognuno ha il suo ruolo precostituito.
E allora tuffiamoci nei suoi spazi e nei suoi tempi sicuri che trattasi, appunto, di un rito di passaggio (A. van Gennep) che segnerà, per molti ragazzi, l’entrata nel mondo del lavoro o dell’Università.
L’occasione della maturità, in ultima analisi, può diventare importante per interrogarsi e farsi interrogare dalle domande del passato che improvvisamente diventano presente. E’ l’occasione che offrono, per esempio, le scienze dell’umano, l’italiano e la storia, la filosofia e le lingue antiche. Ma mi chiedo, timido, nella realtà concreta: “E’ veramente così? Forse, saremo, ancora obbligati ad accettare una finzione?”
Lo studente durante l’anno ha incontrato il Novecento nei tratti più significativi. L’insegnate gli ha permesso di ricostruire un modello culturale che continua a parlare al cuore e alla mente di chi studia per davvero. Si, di chi studia e crede ancora in un lavoro fatto di dedizione e impegno.
Perché è proprio questo che deve “essere”, per gli allievi che superano un esame, per i docenti che verificano una “comunicazione”.
Sappiamo, però, che quanto alla fine si vive è lontano da un ideale che qui sto cercando di disegnare.
Testi poetici e narrativi, scrittori e poeti diventano intelligibili se fatti attraversare dalle atmosfere culturali che li hanno plasmati e di cui sono stati i grandi rivelatori.
In altre parole, è il vissuto degli uomini e delle donne di un determinato periodo storico che ci fa capire quali siano stati anche i loro “geni” e allo stesso tempo i loro sistemi di potere a cui i primi si sono opposti con la loro arte, poesia, scienza.
Allora, perché non servirsi anche di un esame di Stato per ripercorrere l’avventura di una Italia che in passato è stato un baluardo di civiltà? E’ possibile questo?
Bisogna, certo, mettersi, ancora una volta a “leggere”, porre interrogativi “nuovi” a coloro che sono venuti prima di noi, far vivere la loro domanda che, in ultima analisi, non è mai “passata”.
E’ solo se lo studente ricrea il suono di un epoca, la suggestione che il verso del poeta dà insieme alle formule matematiche di un modello culturale globale che si potrà dire di non aver perso il proprio tempo.
Sotto un firmamento che continua a brillare del sogno, lo studente metterà in moto l’accensione dei relais del suo elaboratore mediante la sua selezione di fatti, informazioni, concetti a cui l’intelligenza darà significato.
E ciò avverrà attraverso l’ accensione di luci che portano all’ emozione di un “tema”, di uno stile come direbbe l’Antropologia (A. Kroeber).
La grande avventura è quella dell’ incontro dei saperi, dell’arte e della letteratura che adesso acquistano significati se lo studente ne scopre quei fili sottili che li uniscono e li fanno interagire.
Ma, forse, anche con questo articolo ho continuato a costruire il sogno, un “ideale di mondo” dove la tristezza torna a farmi visita.

giovedì 27 maggio 2010

Un blog "Indie": Antropologia

di Nico Carlucci

Si, l’Antropologia deve esistere, non può morire. E io mi impegnerò in questo! Forse, lo so, parto già sconfitto. Ma non importa.
Ho creato il blog che tu leggi perché gli spazi che le istituzioni danno alla cultura sono nulli.
Leggiamo sui giornali che il governo italiano è tra quelli che investono meno soldi per la ricerca. E ciò è grave.
Si fatica, inoltre, a trovare una collocazione di tipo accademico e scientifico all’ Università per via delle baronie.
Cattedre lontane dal provincialismo di una casta conservatrice, non vengono rimpiazzate una volta che sono andati via i loro creatori (Massimilano Parente: La casta dei radicalchic: il libro che farà tremare i salotti italiani, Roma, Newton Compton Editori, 2010).
I poteri non amano le scienze, ne sono lontani. Per scienze intendo, ovviamente, sia quelle “soft” che quelle “dure”.
Riguardo agli spazi riservati al libero pensiero, all’ Antropologia, questi sembrano chiudersi perché si vive in un modello a cui manca un orizzonte di speranza.
Oggi paghiamo a livello mondiale le falle create dalle banche per i motivi che conosciamo, ma non ci si accorge che le scienze sociali sono “povere” e che i poteri non illuminano loro la strada.
E allora questo blog è un tentativo estremo di dare voce all’Antropologia, appunto, consegnata al grande mare di internet.
Esso non ha soldi, non ha collaboratori. E’ un blog “Indie”. Sto usando apposta la metafora della musica “indipendet” che trova, tuttora, momenti importanti anche e soprattutto grazie al web.
E allora una Antropologia “Indie”: cerchiamola e leggiamola.

mercoledì 28 aprile 2010

Michel Foucault: come ricostruire la storia, le storie...!

di Nico Carlucci

“E’ uno strano coraggio
che mi dai, astro antico
Brilli solo nell’aurora
A cui nulla concedi”

William Carlos Williams


Voglio rimettere al centro del dibattito contemporaneo il pensiero di Michel Foucault. Mi chiedo se ciò ha senso farlo tramite internet. Quest’ultimo, è attraversato da un codice di scrittura preciso e forse lontano dalla “letteratura”.
Per molti versi, quanto il filosofo francese teorizza è vicino all’Antropologia.
In questo breve intervento, allora, cerchiamo di capirlo.



Il tempo dell’ erranza

Intanto quello che è chiaro è che Foucault non fu né uno strutturalista, né uno storicista (Paul Vayne: Foucault: Il pensiero e l’Uomo, Milano, Garzanti, 2010).
Come amava definirsi, lo studioso era un pensatore “scettico”, lontano da tutte le trascendenze fondatrici. In altri termini, era un intellettuale “nuovo”, un “filosofo dell’intelletto” spesso attaccato e criticato proprio da quel potere che egli, viceversa, andava svelando nei suoi studi.
Antropologia empirica come qualcuno ama definirla? Beh, sicuramente Foucault ama la critica storica che è prima di tutto sfida estrema alla storia umana al di là del potere, dell’economia, delle religioni. E’ quanto fa anche la scienza della cultura, l’Antropologia che arriva come un vento, all’improvviso.
Per capire la follia, la sessualità e la punizione del sistema carcerario, in altre parole la cultura, Foucault punta sull’analisi dei loro “discorsi” che decifra con lucidità. Gli uomini di una determinata epoca vivono attraversando questi discorsi e lo fanno, secondo il filosofo francese, implicitamente. Non universalismi , quindi, ma “pratiche discorsive” che riguardo all’amore, vede, per esempio, gli antichi scrivere e parlare di piaceri afrodisiaci, con al centro i comportamenti amorosi di un’ era, al tempo stesso, timida e priva di peccato.
Partire, quindi, da ciò che si “diceva” e si faceva insieme al contorno dei costumi, del linguaggio, dei saperi, delle norme, delle leggi, delle istituzioni. In sintesi, mettere in luce il “dispositivo” come lo chiama Michel che, in ultima analisi, si esplica tramite “pratiche discorsive”.


Perché non dici Cultura?

Tutti i fatti storici a cui Foucault rimanda sono singolari, unici. Egli non pensa che esistano verità generali da cui parole e storie traggono origine. In ciò è evidente l’influenza della filosofia di Nietzsche di cui il pensatore francese dichiara di essere continuatore.
Sotteso alla storia dell’umanità non vi è nulla di reale, di razionale. Occorre “rintracciare la singolarità degli eventi, fuori da ogni finalità monotona”(L’Archeologie su savoir, Gallimard, Paris, 1969).
Foucault, dal canto suo, pur sfiorandolo a più riprese, non si serve del concetto di cultura. Quello che lui chiama contorno dei costumi, del linguaggio, ecc. sono, i realtà, un “insieme complesso", la cultura, all’interno del quale io metto anche il “discorso” che lui, viceversa, antepone a tutto il resto. Ed è allora che non avremmo più, per davvero, “un primo” della Storia, ma solo il divenire della nostra specie e la sua “libertà”. Gli uomini non hanno mai cessato, infatti, di costruire se stessi, vale a dire di spostare continuamente la loro soggettività, di costituirsi in una serie infinita e multipla.
Quando Foucault allude all’implicito della “pratica discorsiva” potremmo tradurlo con il concetto dell’inconsapevole messo in luce dagli studi antropologici delle culture. Inconsapevole e non inconscio a cui, viceversa, si richiama Freud. Tutti e due sono il “non detto”, ma trattati da due punti di vista diversi. Il primo presuppone i processi della storia, l’incontro di un ambiente interno con uno esterno. L’inconscio crede nella sua universalità, è fisso mentre l’inconsapevole no. Quest’ultimo si fa nel divenire, nel tempo, ha una “durata”. Passa silenzioso e agisce e l’uomo non lo sa!
Per Foucault e l’Antropologia i “problemi” si dissolvono in questioni di storia. E certamente il lavoro diventa, allora, quello della “costruzione di questi fatti della storia”, che di per sé non esistono. E quindi, aggiungo io, l’erranza dello studioso, del filosofo e dell’antropologo che possono perfino sbagliare, alla ricerca di “verità” possibili.


Il fuoco divino del Sacro

Nell’opera irrinunciabile di Foucault manca la categoria del Sacro che è non separabile dal Potere a cui l’intellettuale francese dedica pagine mirabili grazie ad un lucidità non comune. Si, il Sacro nell’accezione di Rudolf Otto (1896-1937), il “mysterium tremendum”, su cui, ricordiamo, si radica il Potere che inesorabilmente fa entrare in campo il gioco della Morte.
Logica del Potere, logica del Sacro, quindi, messi in luce da Ida Magli nei suoi acuti studi dei modelli culturali.
Foucault scrive che il suo obiettivo è stato: “mostrare in che modo l’accoppiamento di una serie di pratiche-regime di verità formi un dispositivo di sapere-potere” (Nascita della biopolitica. Corso al College de France 1978-1979, Feltrinelli, Milano, 2005).
La follia, per esempio, è entrata, secondo Michel, in un “dispositivo” che ne ha fatto una realtà, un regime di “verità” e di “pratiche” di una determinata epoca. Il matto è stato, di volta in volta, ispirato dal “fuoco divino” o ricoverato come malato di mente. E questo è “vero”. Ma la follia appartiene al Sacro, al mondo della profezia e della visione estatica, alla dimensione o di una santità riconosciuta o di una allucinazione drogata.
Il filosofo e l’antropologo, allora, si incontrano, parlano, discutono, si arrabbiano; l’uno rimprovera l’altro e viceversa; vanno insieme, respirano, amano e arrivano a conclusioni che “non si concludono”. Le domande ricominciano a bussare, al cuore e alla mente, ogni volta, all’in-finito.

lunedì 22 marzo 2010

Un popolo eletto e circonciso: Dio guarda l' America

di Nico Carlucci

Gli Europei non sanno che un alto numero di Americani è circonciso. Tempo fa ho cercato di spiegare questa pratica a degli antropologi i quali accecati dagli “universalismi della storia” hanno finito con il non capire quanto stavo dicendo. In essi era scontato che chi veniva battezzato non poteva essere circonciso. In realtà, il popolo degli USA conosce, fa esperienza di tutti e due i riti.
Ciò rende gli Americani ancora una volta “eccezionali” visto che i due costumi, in passato e nelle diverse culture, si sono perfino combattuti.
Qui cercherò di spiegare i motivi sacrali che accompagnano questa pratica. Non credo alle spiegazioni pseudo-scientifiche che si danno per giustificare la circoncisione negli USA: ragioni di pulizia del Pene, di allontanamento dalle malattie e dai disordini.
Ciò deve aprirci ancora di più gli occhi data l’ovvietà della cultura e la rimozione implicita del Sacro. Quest' ultimo va decodificato per non lasciarcene agire nella coercizione e sottomissione delle sue regole.


Una storia “breve”!

Nell' antichità erano alcune tribù dell’Africa settentrionale che “incidevano” il proprio corpo. Ciò è presente, per esempio, presso gli Egizi che sono affiliati al Ra, il Dio del Sole, il quale aveva circonciso se stesso
Nella Roma antica gli ebrei circoncisi venivano chiamati “curti” proprio per sottolineare la mutilazione del loro Pene che avveniva tramite l’ablazione del prepuzio.
Israele, i maschi di Israele sacrificavano l’organo sessuale per eccellenza, il loro “virgulto fiorito” ratificando, così, il Patto di Alleanza tra Dio e il suo popolo “eletto (Genesi, 17, 11-4).
I Romani, viceversa, che avevano fatto del corpo la loro “interezza irrinunciabile”, erano lontani da questa “offerta divina” a cui San Pietro, per esempio, non voleva rinunciare .
All’origine del Cristianesimo ci fu, infatti, una importante disputa tra Pietro e Paolo riguardo alla circoncisione e al battesimo. Quale dei due riti avrebbe “iniziato” veramente il cristiano?
Vinse Paolo, il mondo greco-romano e quindi la non mutilazione del corpo, l’acqua battesimale che finiva col rendere partecipe della vita collettiva, finalmente, anche le donne.
Per i musulmani la circoncisione è un atto essenziale della fede, consigliata da Maometto nella “Sunna”, i detti del Profeta che spiegano il Corano. L’origine del rito si fa risalire, come per gli ebrei, ad Abramo che a 80 anni si autocirconcide.


Protestanti e Ebrei nel nome dell’ America

Ma gli Americani sono WASP (White Anglo Saxon Protestant) cioè cristiani battezzati eppure il loro nuovo nato viene circonciso e fa parte, così, implicitamente, della società degli Uomini. E’ ancora il Protestantesimo, infatti, nelle sue varie confessioni, ad avere la maggioranza negli USA (51,3 per cento) nonostante la straordinaria affermazione di altre religioni. Sono i Wasp che detengono il Potere e lo esercitano e lo codificano nei diversi settori: industriale, economico, militare, universitario, sociale. Anche se la popolazione a stelle e striscie cambia colore e si arricchisce mediante nuove etnie, le regole della cultura yankee, in ultima analisi, sono ancora quelle dei Padri fondatori: “Colui che saprà introdurre i principi del cristianesimo negli affari pubblici cambierà il volto del mondo” (Benjamin Franklin, 1779). Questo capitava ieri, questo capita oggi.
Bruce Springsteen canta durante la campagna presidenziale così: “ E’ esercitando la migliore delle qualità umane - rispetto per gli altri, onestà verso se stessi, fede nei propri ideali – che nasciamo come Nazione nello sguardo di Dio. E’ così che la nostra anima, in quanto nazione e in quanto individui, si manifesta”-
L’America, pur nel divenire è legata al suo mito di fondazione che, tuttora, intreccia la sua vita politica alle radici religiose, cristiane e puritane.
Come ha evidenziato Jean-Francois Colosimo Dio plasma la convivenza civile del Paese tramite riti , dogmi, templi. E’ il suo un lessico simbolico e “spettacolare” (“Dio è americano:la teodemocrazia negli Stati Uniti”, Milano, 2009, JacaBook).
Ma il Protestantesimo, si sa, assolutizzato, si interseca con l’Ebraismo e si trasforma, così, in altro da sé, diverso da quello europeo da cui era partito e anche dallo stesso ebraismo del Vicino Oriente.
Jefferson fa riferimento proprio a Israele nel suo secondo discorso di investitura ed è allo stesso tempo partecipe del Puritanesimo.
Inoltre, per dare fondamento alla sua candidatura, anche Barak Obama ha fatto appello al racconto biblico dell’uscita degli ebrei dalla schiavitù. Da tutto questo possiamo capire perchè gli americani sono un popolo di circonsisi e battezzati.

Americani, quindi, fatto da genti fuori dai paesi in cui sono nati, insediati in una nuova “terra promessa”, terra di abbondanza e di benedizione.
E’ un modello di antica e nuova Israele che domina la coscienza statunitense, popolo eletto da Dio che viene evocato quando parla il suo Presidente anche per giustificare la Guerra. Americani, popolo di circoncisi tanto che le donne trovano grossolano un Pene che non lo sia.
I “corn flakes” Kellogs
John Harvey Kellogs (1852-1943) fu un medico che è passato alla storia dell’alimentazione perché inventore dei corn flakes da cui la famosa marca che prende il suo nome. Egli fu un medico, nativo del Michigan, che lavorò per molti anni in sanatorio.
Kellogs apparteneva alla religione degli Avventisti del Settimo Giorno, chiesa protestante che come gli ebrei osservava il sabato come giorno del riposo divino.
La Chiesa degli Avventisti del Settimo Giorno è per l’astinenza sessuale e non solo; anche l’alcool, e il tabacco vanno evitati.
Kellogs divenne arduo sostenitore dei principi della sua Chiesa. Come altri, riteneva che la circoncisione avrebbe prevenuto la masturbazione riducendo, a suo dire, la stimolazione sessuale. Inventando i corn flakes, il Dr. Kellogs credeva proprio di combattere questa pratica “solitaria” dei maschi americani che portava all’asma, all’insonnia, alla epilessia.
Da nutrizionista vegetariano, aggiungeva paradossalmente alla dieta perfino il “penaut butter”, il burro di arachidi molto diffuso nella cultura popolare statunitense.


Ora

Nel dibattito attuale è presente anche il punto di vista di chi è contrario a tale pratica. C’è chi, per la prima volta, in America, parla, riguardo all’ablazione del prepuzio, di mutilazione, di oneroso sacrificio del corpo maschile, di violenza che diventa “ingiusta” se poi è il bambino a doverla subire.
Vincono, però, coloro che ribadiscono che la circoncisione serve per la pulizia del Pene, per prevenire le malattie.
Ritornano a giocare le regole del Sacro, le coordinate che ridisegnano il modello del “White Anglo Saxon Protestant” che oggi è attaccato da più parti, internamente e esternamente: l’ultima crisi delle borse, l’elezione di un Presidente nero, l’auspicio di una riforma sanitaria per tutti, l’attacco alle Torri gemelle, l’avanzata della Cina.




 

lunedì 8 febbraio 2010

Antenate di Venere a Milano

di Nico Carlucci


Giorni di Natale, giorni di inverno a Milano. Dal paleolitico arrivano proprio loro, le antenati di Venere grazie all’Associazione Capodanno celtico che ha organizzato, al Castello Sforzesco, una mostra dedicata a queste figure femminili di un’era arcaica: la Preistoria.
Qui troviamo reperti straordinari e inediti come la Venere paleolitica di Dolnì Vestonice del 27500 a. C. ca. E’ una delle prime terracotte dell’Umanità.
Il reperto emoziona perché siamo ai primordi dell’arte figurativa europea. In esso possiamo cogliere i tratti del pensiero e del Mito, che con le prime società agricole, stanziali rivoluzionarono la condizione della specie Homo sapiens ponendo le fondamenta della nostra civiltà.
La mostra è stata aperta il 5 dicembre del 2009 e chiuderà il 28 febbraio del 2010.
Nella Sala Sforzesca sono presenti anche altri reperti: dalle statuette di animali dei cacciatori di mammut all’impressionante e raffinato vasellame dipinto fino alla monumentale figura femminile di Maovi’ce degli agricoltori moravi del V millennio a.C. In tutto troviamo ben 150 opere d’arte del Paleolitico e del Neolitico.
Ma sono loro le protagoniste principali della mostra, le veneri della Preistoria sulle quali molto si è detto. Alcuni antropologi hanno ritenuto perfino che queste fossero la prova dell’esistenza, nei millenni che ci hanno preceduti, del Matriarcato.
E’ l’epoca - dicevano - del potere delle donne a cui J. J. Bachofen, storico e antropologo dell’Ottocento, ha dedicato fiumi di parole per dimostrane l’esistenza. C’è chi parla, a proposito di queste Veneri, di “Grande Madre”, chi, come le femministe, delle prova di una “storia delle donne” e del loro “diversità”.
Quello che sicuramente importa, credo, sia la proiezione che l’Uomo fa, con queste statuette di terracotta, della donna, che qui viene rappresentata mediante forme, capigliature, volti, corpi. La femmina è segno e simbolo della costruzione culturale.
E’ quello che è successo nel passato, è quello che continua a succedere nel presente. La donna con il suo corpo è o figura “ideale” o figura “spezzata” fondamento del canto degli uomini nei secoli dei secoli.

sabato 2 gennaio 2010

I Tristi Tropici di Levi-Strauss

di Nico Carlucci

Nel mese di ottobre del 2009 è andato via un grande dell’ antropologia: Claude Levi-Strauss. Lo studioso del “pensiero selvaggio” è vissuto dedicando la sua opera a popolazioni, le tribù indigene del Brasile, che solo apparentemente, secondo molti, sono “diverse” da noi. Certo, il suo approccio verso gli “altri” è frutto di un lavoro impassibile dove, spesso, manca l’uomo. In questo, forse, il suo limite. Ma, ovviamente, le sue osservazioni, le sue classificazioni, le sue analisi dei sistemi culturali sono irrinunciabili per chi voglia accostarsi a questa “strana” scienza che è l’Antropologia. Come non ricordare, allora, un monumento quale la serie Mitologica in cui il suo “sguardo da lontano” evidenzia le strutture portanti delle culture, il sistema dei miti e le figure simboliche di tanti racconti che l’antropologo analizza e “scrive”.
Il freddo “strutturalismo” di Levi-Strauss, a tratti meccanico, non ha permesso, comunque, la nascita di una sua scuola di pensiero.
Quando lavorava al suo saggio: “Il crudo e il cotto” egli sicuramente si appoggiava all’opera di Marcel Mauss sul dono. Ciò che contava per lui, però, era l’aspetto formale, la struttura “selvaggia” del mito, appunto, le opposizioni, l’archetipo di immagini “senza tempo” perché, in ultima analisi, privi di storia. E allora la freddezza di cui parlavo prima, la “nostalgia” per le terre del Mato Grosso, per i Nambikwara.
Ma la sincronia dello Strutturalismo e delle intuizione di Levi-Strauss, dimenticavano l’anima, la diacronia dei modelli culturali con le loro “lunghe durate”.
Altri antropologi hanno scoperto, viceversa, la storia delle culture, le “diffusioni” silenziose delle costanti, dei ruoli, dei valori, dei significati simbolici e concreti dei popoli.
Ma Levi-Strauss è certamente un classico della scienza della cultura.
Sorgono, all’indomani della sua morte le domande, nuove ed “antiche” ad un tempo: dove va l’Antropologia? a che punto siamo con la disciplina?
Spero di poter affrontare proprio nel web e con il web i mille interrogativi che la culturologia porta con sé, nell’era del globale, in un permanente divenire.