lunedì 28 gennaio 2008

Dedicato a Jacques Derrida

di Nico Carlucci

Individuare i confini, tracciarli, scoprirli lì dove incomincia il mondo, finisce il mondo. E perdersi al di qua, al di là di una linea che li delimita, che si cerca di oltre-passare, di superare.
L’altro mi “limita”, pone dei termini tra me e lui; mi concilia, allo stesso tempo, nella scoperta del mio essere come "solità"; l’altro mi disperde in una ricerca indeterminata che non mi permette di raggiungerlo e di oltrepassarlo perché fatto da una linea incompiuta. L’altro che appartiene ad un mondo culturale diverso dal mio, la cui lingua, le cui usanze, i cui costumi hanno una loro direzione di senso e ruotano intorno ad un focus concluso, finito, fa rimbalzare, di ri-flesso, il mio modello.
L’altro, di volta in volta, straniero, clandestino, ospite catapultato in uno spazio che si fa globale, mi conquista possedendomi.
Sentieri interrotti, aporia dell’essere che, sperimenta, in ultima analisi, il non passaggio, il non ritorno di un viaggio.
Deridda tratta proprio questo nel libro “Aporie: morire – Attendersi ai “limiti della verità” (Ediotions Galilée, 1996).
Con il metodo del decostruzionismo cerca di capire la “verità” di ciò che non può essere oltrepassato. Partendo dalla filosofia del Dasein di Heidegger, si sofferma sulla morte intesa come limite, come finis, come confine, appunto. Afferma che, spesso, le scienze etnologiche, storiche sono lontane da una analitica del Dasein e quindi da una comprensione della "solità" dell’essere.
Di solito rappresentata come un confine, un limite, un passaggio, la morte è quella linea dove ci si “attende”.

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