venerdì 25 giugno 2010

Il rito di passaggio dell' esame di Maturità: realtà e finzione

di Nico Carlucci

Gli studenti italiani dell’ultimo anno della scuola superiore vengono chiamati, in questi giorni, ad una prova “finale”: l’esame di Stato. Esso è, in qualche modo, la celebrazione di un rito collettivo. Pur presentando qualche variante rispetto a quelli che lo hanno preceduto, esso rimane uguale nella “rappresentazione”, ma anche nelle aspettative e nelle attese sia degli allievi che dei docenti.
E’ un gioco delle parti nel quale ognuno ha il suo ruolo precostituito.
E allora tuffiamoci nei suoi spazi e nei suoi tempi sicuri che trattasi, appunto, di un rito di passaggio (A. van Gennep) che segnerà, per molti ragazzi, l’entrata nel mondo del lavoro o dell’Università.
L’occasione della maturità, in ultima analisi, può diventare importante per interrogarsi e farsi interrogare dalle domande del passato che improvvisamente diventano presente. E’ l’occasione che offrono, per esempio, le scienze dell’umano, l’italiano e la storia, la filosofia e le lingue antiche. Ma mi chiedo, timido, nella realtà concreta: “E’ veramente così? Forse, saremo, ancora obbligati ad accettare una finzione?”
Lo studente durante l’anno ha incontrato il Novecento nei tratti più significativi. L’insegnate gli ha permesso di ricostruire un modello culturale che continua a parlare al cuore e alla mente di chi studia per davvero. Si, di chi studia e crede ancora in un lavoro fatto di dedizione e impegno.
Perché è proprio questo che deve “essere”, per gli allievi che superano un esame, per i docenti che verificano una “comunicazione”.
Sappiamo, però, che quanto alla fine si vive è lontano da un ideale che qui sto cercando di disegnare.
Testi poetici e narrativi, scrittori e poeti diventano intelligibili se fatti attraversare dalle atmosfere culturali che li hanno plasmati e di cui sono stati i grandi rivelatori.
In altre parole, è il vissuto degli uomini e delle donne di un determinato periodo storico che ci fa capire quali siano stati anche i loro “geni” e allo stesso tempo i loro sistemi di potere a cui i primi si sono opposti con la loro arte, poesia, scienza.
Allora, perché non servirsi anche di un esame di Stato per ripercorrere l’avventura di una Italia che in passato è stato un baluardo di civiltà? E’ possibile questo?
Bisogna, certo, mettersi, ancora una volta a “leggere”, porre interrogativi “nuovi” a coloro che sono venuti prima di noi, far vivere la loro domanda che, in ultima analisi, non è mai “passata”.
E’ solo se lo studente ricrea il suono di un epoca, la suggestione che il verso del poeta dà insieme alle formule matematiche di un modello culturale globale che si potrà dire di non aver perso il proprio tempo.
Sotto un firmamento che continua a brillare del sogno, lo studente metterà in moto l’accensione dei relais del suo elaboratore mediante la sua selezione di fatti, informazioni, concetti a cui l’intelligenza darà significato.
E ciò avverrà attraverso l’ accensione di luci che portano all’ emozione di un “tema”, di uno stile come direbbe l’Antropologia (A. Kroeber).
La grande avventura è quella dell’ incontro dei saperi, dell’arte e della letteratura che adesso acquistano significati se lo studente ne scopre quei fili sottili che li uniscono e li fanno interagire.
Ma, forse, anche con questo articolo ho continuato a costruire il sogno, un “ideale di mondo” dove la tristezza torna a farmi visita.

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