lunedì 28 gennaio 2013

I pensieri sparsi di un Antropologo

di Nico Carlucci


In quest'ultimo periodo ho amato molto studiare i confini dell'uomo tra Fenomenologia e Antropologia. Con esso ho incontrato quell'esperienza di mondo che solo i grandi sanno mostrare. Parlo di Husserl, di Heidegger, di Derrida, del loro sguardo sull'Uomo che dice della  nostra "in-finitezza". Oggi la scienza, è vero, non considera l'importanza di quelle discipline verso le quali noi, viceversa, tendiamo. Per me , Husserl diventa anche contributo educativo attraverso la Fenomenologia (beh, anche Gehlen, nello stesso periodo, dava grande importanza all'educazione, sì Gehlen dell'Antropologia filosofica).
Husserl, infatti, parlava, al riguardo, della "riduzione eidetica" dell'oggetto e della possibilità, con l'immaginazione, di variare le caratteristiche di una cosa per cogliere, in ultima analisi, la sua essenza. Interessante è stato l'opera "Idee per una fenomenologia pura e una filosofia fenomenologica". vol.II.
Ho approfondito,al riguardo, la differenza tra atteggiamento naturalistico e personalistico, la legge motivazionale della vita dello spirito (par. 56) che finiva con il contrapporsi alla causazione fisica. Constato che coloro che sono stati tra i più bocciati al test di pre-selezione al concorso per la scuola statale sono stati proprio gli studenti di filosofia che evidentemente hanno trovato come "altro" il suddetto test, troppo "americano" e centrato sul "matematizzabile". Dopo la lettura di Jaspers e di Heidegger, mi piacerebbe anche che la laurea magistrale non si chiamasse più "Scienze filosofiche". Alla "Sapienza", Università di Roma, proprio quest'anno la laurea magistrale ha come dicitura quella di "Fiosofia".

Ho amato Lettera sull'Umanismo di Heidegger che sicuramente ha segnato una svolta antisoggetiva del suo pensiero riguardante l'Essere. Ho conosciuto un Heidegger "in ascolto" . L'Uomo diventa il "Pastore dell'essere", il custode chiamato dall'Essere stesso. Non più una metafisica per la quale l'Esssere è semplice presenza, ma un orizzonte sul quale si stagliano gli enti e tra questi l'Uomo stesso. Mi sarebbe piaciuto approfondire l'amore del filosofo per la poesia di Holderlin e il cambiamento di Martin quando parla della lingua non più strumento dell'Uomo, ma la "casa dell'Essere. Forse,lo farò. Stimolante  è stato questo gioco di "rimandi" tra i filosofi e gli antropologi.
Di conseguenza, ho potuto toccare con mano che Heidegger è stato "veramente allievo" di Husserl a cui dedica Essere e tempo. Non ultimo, ho trovato il lavoro di Derrida relativo all"'evento",un lavoro pieno di domande che mi hanno accompagnato e mi accompagnano nel modo di fare l'Antropologia culturale. Su Deridda cercherò di approfondire la "struttura messianica" di cui parla e che sia Nancy che Vattimo hanno contestato. A mia volta mi sono chiesto se essa non venisse fuori anche dal fatto che Derrida fosse ebreo. Appassionato poi è quanto ho trovato scritto sulla "traduzione", sulla possibilità dell'impossibilità della "traduzione". E per concludere la Scuola.
Questa vive nei pochissimi, sensibili  docenti l'interrogativo di che cosa sia la scienza e l'apertura all' "evento". E', infatti, una scuola in "de-costruzione", con la venuta imprevedibile dell'ospite", dell'altro, dello "straniero".



Arnold Gehlen, l'Antropologia filosofica

Nessun commento: