giovedì 24 ottobre 2013

Lettera all'Antropologia

di Nico Carlucci

Ancora oggi è difficile rispondere alla domanda riguardo a quello che si fa quando “facciamo filosofia”. E' un vento che arriva all'improvviso e scuote nell'ascolto apparentemente “passivo”.
Sicuramente nel “maneggio” delle idee pulsano le scelte, i “valori”, i concetti nella loro luce aurorale, in una “via lattea” che non indica, comunque, alcuna strada da seguire. Sì, senza un suo luogo preciso, la Filosofia domanda e lascia in un'indeterminatezza liberante chi vi si accosta.
In questo blog mi occupo di Antropologia, dei modelli culturali, dei significati simbolici e concreti che i gruppi umani vivono, ma credo che non si possa fare “scienza” (sociale) senza “l'accensione filosofica” per nulla superata come i sistemi di potere vogliono farci credere.
Perché gli Italiani dovrebbero tornare all'Università come succede nei paesi anglosassoni? Forse, per cercare ancora in un rimescolamento degli spazi, delle fasce d'età, dei ruoli, delle domande una compiutezza che “non si compie”.
E allora pratico, pratichiamo senza meta, in un'avventura che incorpora nel pensiero “filosofico”. E bello diventano la “parresia” di cui parla Foucault, le “pratiche politiche”, il rapporto tra soggetto e verità a cui lo studioso francese si dedica proprio con il suo ultimo corso al "College de France". La parresia come pratica, quindi, che vede il soggetto che parla, che lavora e che vive costituito come “oggetto di un sapere possibile”. Sono quelle pratiche del dire-il-vero su se stessi che fanno appello alla presenza dell'altro. E' una pratica “in due”. Ma la verità espone al rischio: “Perchè vi sia parresia , bisogna che chi dice la verità apra, introduca e affronti il rischio di ferire l'altro, di irritarlo, di farlo andare in collera e di provocare certi suoi comportamenti che possano spingersi fino alla violenza più estrema” (M. Foucault, : Il coraggio della verità: Il governo di sé e degli altri II, 2011).
Con Heidegger fare filosofia è una domanda che chiede conto dell'essere, è la luce che illumina nella “radura”. Ma a Sloterdijck ciò non è bastato. Bisognava capire come si è arrivati all'apertura di cui parla Martin. Ecco, allora, le antropotecniche con le quali, però, lo studioso non fa alcun riferimento all'atto proiettivo del pene come fondamento della costruzione culturale (Ida Magli, La sessualità maschile, 1989). E' proprio la “radura” che diventa, adesso, una catena di saperi, una costellazione di stelle dietro alle quali si nascondono altre costellazioni.
Credo che la Filosofia è uno sguardo “sensibile”, una ricerca, fragile e forte, dell'universale. Al riguardo, Carlo Sini si riferisce alla scrittura alfabetica senza la quale non sarebbe stato possibile vedere proprio questo “universale”. Essa scrittura ha caratteri non corporei, è non iconica; da qui il suo carattere convenzionale e “astratto”. Mi sto riferendo ad una Filosofia che è, prima di tutto, Occidente e che dopo la Seconda guerra mondiale è andata anche “ in esilio”. Il motto della "New School for Social Reasearch" di New York è quello di “The University in Exile” (l'Università in Esilio). Molti pensatori ebrei, senza patria, dall'Europa, sono arrivati qui per sfuggire alla persecuzione razziale. Ricordiamo H. Arendt che alla “New School...” della Grande Mela insegna e “fa” filosofia.
uomini belli e impossibili 

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