giovedì 28 novembre 2013

Lettera della Filosofia all'Antropologia (parte II)


di Nico Carlucci                                             
                                                                          PRELUDIO


Fare filosofia, praticarla, fare della propria vita un'opera d'arte. Per molto tempo ciò è stato dimenticato e allora si è diventati “insegnanti” della storia della filosofia nella scuola, nell'università, nell'accademia. In altri termini, si è rinunciato a fare Filosofia. Poi sono nate le nuove lauree con i loro nomi “finti”, di imitazione delle scienze: Scienze biologiche, Scienze politiche, Scienze informatiche ecc. Perchè non avere - si è chiesta l'Istituzione-, anche una laurea magistrale in Scienze filosofiche? Questa, in realtà, è un'anomalia tutta italiana, un unicum a livello delle diciture dei titoli accademici che non ha alcun riscontro all'estero, nel mondo anglosassone da cui le riforme italiane partono per stabilire improbabili “equipollenze”. L'Occidente è volto, purtroppo, all'omogeneità delle lauree che possono essere “brevi”, “specialistiche”, corsi di primo livello e di secondo livello, cancellando, in questo modo, “configurazioni” di modelli culturali “altri”, non più ammessi nell'era del globale.
Con il suo ultimo corso al College de France (1984), Foucault dà inconsapevolmente un addio struggente  alla vita... per concludere la sua “opera”... che rimane, tuttavia, “aperta”, non finita che continua nella pratica di chi si accosta al testo, alle parole, alle sue parole, in un “universale singolare”(Sartre). C'è una multiformità delle voci che ripetono Foucault e lo attraverso, lo incorporano qui, ora, in un avvenire-futuro che non si conclude. Credo trattasi di una “struttura interrogativa”, sì, la prassi filosofica, l'esercizio di chi la “muove” e la concretizza al presente. E' un lavoro nel continuum, una concatenazione del significante e del significato “impersonale”, un raggio che si espande e ferisce (Nietzsche).
In questo Laboratorio sono stato scalfito dall'incontro con l'altro, da tante scritture di uomini e donne il cui modo di praticare la filosofia è diventata la mia e la mia la loro. Abbiamo maneggiate le idee, i pensieri, fabbricato un'opera... come degli artifex di pichiana memoria. E' nato uno scritto, il nostro, il mio, il tuo scritto che appare sul web e che altri, dopo di noi, ancora vedranno per trasmetterlo, a loro volta, ad uomini e donne, a giovani e vecchi, in una polifonia della Musica. E, così, il cerchio che sembra chiudersi, non si chiude: il suo centro è dovunque, la sua circonferenza è all'infinito.
Le note sono state toccate e hanno vibrato proprio perchè ci sono quelle che le hanno precedute e quelle che nel tempo le seguiranno. E' questa una pratica che sicuramente incide sul corpo che si smaterializza e sull' anima che, viceversa, si materializza e ri-manda e do-manda nell'ascesi “laica” di un'aula universitaria.

Concludo con la danza dionisiaca che nel perdermi permette di ritrovarmi ancora e perdermi di nuovo... interrelazione dei tratti nella complessità che pratichiamo anche con altre discipline che invitano prima e “donano” dopo.
E' la Filosofia che non è, ripeto, scienza filosofica e che si espone, in ultima analisi, al rischio, alla libertà del rischio come ha cercato di dirci Foucault nella vita-morte di un poeta.



Magritte

 

il cavallo nell'arte, la firma in bianco di Renè Magritte
 






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