giovedì 1 novembre 2007

Società post scolastica: analisi antropologica della riforma della scuola e dell'univerità in Italia

di Nico Carlucci

Gli economisti hanno vinto non solo nel momento in cui hanno affermato che alla base della società ci sono gli scambi commerciali, il capitale, la legge della domanda e dell’offerta, ma anche quando il ministro di turno, di sinistra o di destra, non importa, ha deciso di cambiare le regole della scuola e dell’università italiana.
La mia riflessione può partire dalla pedagogia che è alla base della riforma dell’istruzione pubblica in Italia, con le sue strategie che ancora una volta vengono riconosciute come assolute da coloro che le propongono, dopo aver espunto dal proprio orizzonte il metodo scientifico.
Intanto, vediamo subito che la riforma e i suoi assunti sono fortemente influenzati dal pragmatismo americano, lontano anni luce dalla tradizione del pensiero europeo. Quest’ultimo, da più parti, viene deriso; c’è chi dice che non serve a niente in quanto non pratico e, quindi, non in sintonia con le nuove tecnologie di un mondo che va in fretta. Si dimenticano, allora, le conquiste del pensiero filosofico europeo che ha portato, nella lunga durata della storia, a mirabili contributi in tutti i campi del sapere, da quello artistico a quello scientifico e letterario.
I docenti della scuola parlano servendosi di una terminologia che viene usata dagli economisti: si “programma” tenendo in considerazione le “competenze”, i “bisogni”, gli “obiettivi”. Lo studente insieme alla sua famiglia sono diventati dei “clienti”, degli “utenti” per i fondatori-riformatori di sinistra, quelli che per prima hanno sentito la necessità di rinnovare il sistema-scuola, vendendo, così, l’anima alle leggi del mercato che per anni avevano contestato. Oggi, insieme alla destra, essi parlano di crediti e debiti formativi, di una didattica volta alla creazione dei “manufatti”, dei “prodotti”; una didattica per la quale ciò che conta sono le “attività”, il “saper fare”, il manipolare con le mani (a proposito, cosa avrebbe detto l’antieroe decadente?). Di conseguenza, dirigenti scolastici, insegnanti (quasi tutti di sinistra), corsi di aggiornamento, testi per la scuola riconoscono nella parola “operatività” una verità sacrosanta, un dogma da accettare senza un minimo di dubbio e di riflessione teorica che sembrano aver abbandonato per sempre il pianeta scuola.
Di una rivoluzione dell’istruzione avrebbero dovuto farsi portavoce le donne che, almeno in Occidente, sono le più impegnate nel mondo della formazione: sono loro che insegnano alle elementari tanto che è ovvio parlare, riferendosi ai docenti di quest’ordine, di “maestra” piuttosto che di “maestro”; alle medie il numero delle professoresse supera in modo schiacciante quello dei professori. Di fatto, in molti collegi dei docenti il “dirigente scolastico”, le figure obiettivo usano il genere femminile rivolgendosi alle tante insegnanti e ai “pochi” insegnanti che vi partecipano. Oltre a non rispettare una regola di grammatica che vuole che anche in presenza di un solo maschio in un gruppo di donne si debba usare il maschile piuttosto che il femminile, emerge in modo drammatico che le maestre e le professoresse vivono, così facendo, la scuola come un mondo “separato” dal reale, di loro stretta “competenza”.
Ma hanno accettato nelle loro “programmazioni”, nel Piano dell’Offerta Formativa (POF), nei progetti, nei libri di didattica che scrivono un linguaggio inventato dagli “altri”, dall’ economia! Questa è solo uno dei tanti tasselli di cui una cultura è costituita ma che, invece, sembra essere diventato, per chi è al Potere, l’unico vero alimento.
Attraverso la scuola le donne avrebbero potuto avere la loro rivincita nei confronti dei modelli culturali del passato, quelli contestati in più occasioni. Ma le cose non sono andate così. Esse si sono servite della lingua dell’ Economia-Potere e così non hanno inventato niente.
Prendiamo, ora, la riforma dell’università. Della formula 3+2 (laurea “breve”, di primo livello, e laurea specialistica) se è discusso su vari quotidiani. In questo spazio non intendo entrare nella maggiore o minore funzionalità della formula che, comunque, da come viene proposta, ricorda gli slogan della TV commerciale. Certo, anche qui il modello di riferimento è quello dell’economia, dei crediti bancari, del bilancio che può essere in attivo o in passivo a seconda degli atenei e della loro promozione.
Riconosciamo che c’è veramente bisogno di una riforma dell’università italiana. Ma è sbagliato giustificarla per via dell’altissima percentuale dei suoi studenti fuori corso, della sua non competitività sul mercato europeo e, quindi, ancora una volta usando i parametri dell’economia.
Un dibattito sulle discipline, sulla loro circolarità e sulla natura del metodo scientifico, viceversa, avrebbe potuto essere un primo coraggioso tentativo di una vera riforma.
In realtà, ci si è voluti uni-formare, per l’innovazione, ai modelli d’oltralpe, soprattutto, anglosassoni che sono portatori impliciti di valori e tradizioni accademiche che non ci appartengono.
La formula 3+2 ricalca, infatti, gli anni di bachelor e di master messi insieme da altri contesti culturali.
La laurea specialistica, come la laurea del vecchio ordinamento, verrà in base al sistema dei crediti, ad essere equipollente al master che si consegue in USA, in Francia e in altre parti del mondo occidentale. Ma continuandola a chiamare “laurea specialistica” e non “master” si creerà un suo declassamento quando si dirà che essa permetterà l’accesso a quei “master” (ancora!) previsti dal nuovo ordinamento.
Dall’altro canto, la laurea di primo livello, come dicono molti osservatori, diventerà un gran liceo; del resto, è ciò che accade nei college mediante il conseguimento del titolo di bachelor in ambito americano.
Per evitare confusioni, credo che bisogna cambiare proprio la dicitura laurea di primo livello e laurea specialistica ; cancellare una terminologia ambigua, che porterà ad omologare, verso il basso, i due diversi percorsi di studio; questi, infatti, finiranno con “l’assomigliarsi” troppo. Ma l’Italia sembra non voler rinunciare al termine di laurea nato in una cultura che nel classicismo ha trovato, per molti secoli, la sua ragione d’essere. Volendolo riproporre nell’ambito della riforma significa non aver capito il contesto nel quale il termine di laurea era nato, tradendo, così, un passato glorioso, di tradizione classica.
Non aver inventato un modo “nuovo” di chiamare i “nuovi” titoli accademici è, in ultima analisi, non rispettare le conquiste del passato e le sue specificità lessicali e culturali che diventano interscambiabili, ora, con un presente “truffaldino” (all’estero l’inglese “laureate”, prestigiosissimo, si usa solo facendo riferimento a chi riceve il nobel).
Ultima domanda che sottopongo all’attenzione dei lettori: a chi in futuro riceverà la “laurea ad
honorem” verrà consegnata la laurea “breve” o la laurea specialistica

2 commenti:

Michele ha detto...

Bravo, Nico, per aver fatto chiarezza sulla questione dei titoli accademici, su cui regnano le tenebre dell'ignoranza. Innanzitutto, da parte di coloro che, dopo aver speso soldi e un numero insufficiente di ore/fatica, si beano di avere un "Master" italiano, quando si tratta piuttosto di un abuso di titolo (un corso di "approfondimento" non è quello che nei paesi anglosassoni chiamano "Master"!) Come la vecchia "laurea di dottore" non è equiparabile al "Bachelor's".
L'ignoranza più profonda regna anche all'ufficio equipollenze del Ministero della Pubblica Istruzione, per il quale uno o due anni di Master in un'università anglosassone (più in generale, straniera) per un docente di ruolo di lingue non sono neanche valutabili come punteggio (nei titoli generali)...paradossalmente dicesi Master (valido 1 punto!) solo quello conseguito in Italia!!!

Ma veniamo al punto centrale del tuo articolo: "Di una rivoluzione dell'istruzione avrebbero dovuto farsi portavoce le donne, che, almeno in Occidente, sono le più impegnate nel mondo della formazione". Sono d'accordissimo sul fatto che gli uomini ci hanno lasciato una professione declassata, ma hai considerato che:
--le donne sono "le più impegnate", ma non sono loro ad occupare i posti dirigenziali o comunque tali da garantire un margine di dissenso attivo in politica...ancora una volta, le migliaia di insegnanti non fanno che mettere in pratica quello che i ministri decretano come legge--è sempre la stessa storia, in questo paese più che mai!
--la ritirata degli uomini dal mondo della scuola è in atto: fuggiti dall'elementare, si riservano per lo più i pochi posti di prestigio rimasti, da prof di storia e filosofia (solo triennio!!) alle dirigenze scolastiche, e ovviamente l'università. Ci lasciano il basso per salire al top!
--ma come mai le donne lasciano fare? possibile che siamo cosi passive? questo è il vero problema, per il quale non ho una risposta univoca, ma delle idee più o meno banali, ma molto pratiche: la "cultura" di maschi e femmine (soprattutto di molte di noi) è ancora "maschilista", ovvero nella nostra mentalità il potere è maschio, e maschile ambirvi. Come fanno poi le donne a conciliare il ruolo riproduttivo (date le attuali condizioni economiche) con una qualche ambizione al potere? Quest'ultima banalissima considerazione è supportata da tanti esempi di mie amiche che, arrivate all'esercizio della professione di avvocato, hanno preferito, al momento della maternità, l'insegnamento perchè più facilmente conciliabile con il "focolare domestico". It's as easy as that!
Tania Liberati, Ph. D.

Nico Carlucci ha detto...

Proposta operativa per il cambiamento della scuola che parte dal libro

Molti testi rimangono distanti dal mio modo di concepire il racconto storico. In essi manca il concetto di “lunga durata” a cui fa riferimento la scuola francese de "Les Annales". La loro impostazione è di tipo storicistico, “evenemenziale” che non appassiona la maggior parte degli studenti.
Il libri della scuola italiana, spesso, danno importanza ad una storia politico-istituzionale e dimenticano, così, il vissuto dei popoli, il quotidiano, l’ immaginario collettivo di cui, invece, si nutre la moderna storiografia.
Inoltre,molti dei loro capitoli non permettono il raccordo di quei fili che, intrecciati tra loro, formano l’ordito del modello culturale delle varie epoche. Lo studente finisce, così, col non percepire la direzione di senso di un periodo storico che solo un testo “nuovo”, con un vero impianto modulare, riesce a restituire. E’ questa una restituzione che, ovviamente, esso dà con le sue fonti, le sue iconografie, i suoi esercizi, la sua “scrittura” e che credo di aver individuato in Geostoria, edito dalla Nuova Italia. Non a caso questi si è visto contro non pochi insegnanti e presidi appartenenti all’ “antico regime”.
In un libro le immagini, per esempio, non devono essere una “aggiunta”, un “di più”, un abbellimento, ma parte integrante e interagente della ricostruzione e dell’interpretazione della storia da parte di chi apprende.
In tanti “manuali” scolastici, viceversa, le fonti iconografiche, non sono valorizzate; spesso, le loro dimensioni sono ridotte e di difficile lettura.
In essi le figure, i documenti, i piccoli paragrafi di storia della mentalità vengono separati dal racconto vero e proprio che si realizza, comunque, mediante un periodare rigido e complesso.
Le parti di un testo, in realtà, devono poter essere messe insieme dai ragazzi come parte di un “tutto”, di un puzzle nel quale i tasselli che lo costituiscono sono “irrinunciabili”.
In conclusione, un buon libro di storia, di letteratura, di scienze matematiche, di biologia devono incoraggiare lo sviluppo di abilità critiche , di feed-back tra passato e presente, tra quotidiano e avvenimento, tra fatti concreti e rappresentazioni simboliche, tra date e il flusso del tempo, tra grandi personaggi e la vita degli uomini e delle donne comuni.
Tutto ciò facilita il raggiungimento di obiettivi che, in ultima analisi, parlano al cuore e alla mente degli studenti in quanto coestensivi al loro vissuto individuale e collettivo.