venerdì 2 novembre 2007

Paolo e gli altri..! Emergenza bullismo

di Nico Carlucci

Può l’antropologia dare un contributo nell’ambito delle scienze dell’educazione? Credo di si anche se i risultati a cui essa giunge, spesso, sono rifiutati dal Potere perché mettono in crisi quei presupposti su cui questo si regge. Del resto, non è un caso che nell’ambito della riforma della scuola italiana la scienza della cultura sia stata esclusa . Si è fatto finta , che tutti quegli apporti di «scoperte» che si sono avuti durante l’intero arco del Novecento, grazie alla scienza antropologica, nel campo della storia, della biologia, della psichiatria, non esistessero. Anche la ri-definizione delle discipline nell’ ultimo concorso ordinario e la nascita di nuovi corsi di laurea in tutta la Penisola, non tengono conto dell’antropologia nonostante molti manuali in uso soprattutto nelle scuole , storie delle letterature, libri di storia dell’arte, usino il concetto di cultura sempre più frequentemente ( a proposito di «storie letterarie» penso a Ceserani, Federicis, «Il Materiale e l’immaginario», Loescher, 1995) . Qualche timido tentativo di portare l’antropologia culturale nelle scuole è stato avviato nel 1998-99 con l’istituzione del liceo sperimentale delle scienze sociali. Un’antropologia «applicata» all’educazione, invece, ha una lunga tradizione presso il Teacher’s College della Columbia University di New York che collabora per i suoi programmi di masters e di Ph.D con il Barnard College e il Graduate School of Arts and Sciences della stessa università .
E’ proprio il concetto di cultura che ha permesso in Italia la rimozione dell’antropologia da parte delle istituzioni. Oggi si parla e scrive usando esso termine sui quotidiani, sulle riviste, in trasmissioni televisive, ma lo si fa tra mille equivoci. Ciò è dovuto al fatto che, è difficile circoscrivere in una definizione la Cultura ( due antropologi americani, A. L. Kroeber e Kluckhohn, hanno raccolto più di duecento definizioni : «Culture: A Critical Review of Concept and Definations», New York, 1963 ). Ma , in modo particolare, in Italia il concetto di cultura è stato combattuto nella sua accezione «biologica», per via della stessa storia del Paese ( Cattolicesimo, Marxismo) che,di volta in volta, lo ha interpretato o come categoria dello «spirito» che andava opposto alla «materia» o come momento secondario della più importante «struttura economica».
Perché dico che la cultura ha un’accezione biologica? Perché come hanno dimostrato le ricerche della paleontologia, essa è un prolungamento dell’organismo umano dovuto ad un’attività encefalica che è, comunque, estremamente «libera», un ambiente «totale», nel quale la nostra specie è immersa in un continuo e costante interscambio e senza la quale l’uomo per ragioni neurofisiologiche non avrebbe possibilità di sopravvivenza.
Per cultura intendo quel «complesso insieme» di norme, di valori, di tecniche, di costumi, di funzioni, il cui profilo significativo è il risultato non della somma ma dell’integrazione dei singoli fattori in una struttura a cui diamo il nome di modello.
Ha senso parlare oggi di “bullismo”. Che cos’ è il “bullismo”?
Voler affrontare il problema di come agire, quale risposta dare al comportamento di Paolo, per esempio, è estremamente complesso soprattutto perché si è abituati a non tenere in considerazione quei valori culturali che e Paolo e il gruppo (e tra questi la maggior parte degli insegnanti) hanno introiettato come ovvi. Quello che la scuola e i suoi operatori continuano a non fare è una seria riflessione proprio sul modello culturale che plasma i suoi membri fino al punto da far apparire come « naturali» determinati gesti, scelte e ruoli.

POTERE E RUOLI DELLA CULTURA

In questa sede vorrei proporre di leggere e di capire lo scontro tra Paolo e il suo compagno di scuola isolando un aspetto che a prima vista sembra alquanto scontato, evidente : la violenza dei pugni che i due studenti si danno.
Di violenza in termini di aggressività parlano gli psicologi e altri specialisti delle scienze umane e sociali che la fanno rientrare nell’ambito dell’istinto, dell’aggressività. Io faccio riferimento, invece, a quel comportamento-valore , la violenza, appunto, che almeno fino ad oggi ha fondato il Potere sia presso le culture di livello etnologico che presso le «società complesse» . Quindi, parlare di violenza significa parlare, prima di tutto, del Potere ma anche dei suoi detentori nella storia : i «maschi».
Nella nostra cultura il potere ha un peso conscio e formale , per cui sembra impossibile riconoscerne la presenza nei gesti quotidiani, nella routine silenziosa. Eppure esso si annida in una serie di significati, di simboli e di funzioni che vengono agiti dal gruppo a livello inconsapevole. Ciò significa che essi non vengono «percepiti» affatto. La cultura, infatti, viene respirata e vissuta dai suoi membri senza essere «oggettivata», «distanziata», come avviene, per esempio, con la lingua di cui non «vediamo» le regole grammaticali e sintattiche che la strutturano nel momento in cui la usiamo quando parliamo.
Già B. Malinowski analizzando il diritto e il costume nelle società «primitive», riuscì a liberarsi dall’idea del rapporto necessario tra legge e potere politico, tra diritto e stato, tra sanzione e forza («Crime and Customs in Savage Society», London, 1926).
Ben più coercitivi sono, infatti, le norme della collettività : evitazione, tabù, iniziazione.
E’ proprio su queste norme che il Potere, laico e religioso, in tutti i tempi ed in tutti i luoghi, tiene le sue redini. Riguardo all’iniziazione, su cui mi soffermerò per spiegare il comportamento di Paolo, il potere regola e classifica attraverso di essa l’inserimento del «corpo» dei suoi sudditi, dei suoi cittadini, dei suoi elettori (nelle democrazie), nella vita sociale e pubblica.
Paolo è un ragazzo-pubere che facendo a pugni con il suo compagno di scuola è sottoposto ad un vero e proprio rito iniziatico e quindi alla violenza, come sempre avviene. Prima dello scontro con un suo pari (un altro maschio), Paolo non è nessuno per gli «altri», appartiene al mondo dell’indistinzione: siede all’ultimo banco, ha un corpo tarchiato che manda messaggi di non attrazione fisica dovuto in parte anche alla «metamorfosi» a cui il suo corpo è soggetto visto la sua età. Lo scontro simbolico-concreto tra Paolo e il suo compagno di classe che lo aveva accusato di aver imbrogliato al videogames, farà del primo un «vincitore», capace di sottomettere il compagno-rivale. Paolo diventa, così, un «leader» per la classe che ora vede in lui un nuovo «eroe» insieme al quale in un rito «orgiastico» imbrattare una parete servendosi di simboli violenti.
Ovviamente, molti specialisti delle diverse discipline e non , riconoscono come un atto violento lo scontro tra Paolo e il compagno. Ma quello che sfugge è la coercizione del rito a cui silenziosamente Paolo è chiamato per essere qualcuno, alla sfida con un membro anch’esso di sesso maschile, pubere (il che vuol dire partecipe dello stesso «periodo di passaggio» , infanzia -età adulta, di Paolo).
Paolo, è andato verso la violenza perché ha «intuito» che ciò avrebbe riscattato la sua condizione di «perdente». E’ questo che silenziosamente, nel livello del «non detto» è codificato nella cultura che ha plasmato lo studente.
Nell’episodio di violenza tra Paolo e il suo compagno di classe sono presenti quelle costanti che caratterizzano i riti iniziatici di moltissime popolazioni insieme ad i suoi elementi salvifici : la prova di coraggio da superare, l’uso della forza fisica o delle armi, lo spazio «separato» in cui avviene l’iniziazione (spesso la «foresta» presso molte culture di livello «etnologico e nel Medioevo europeo), il passaggio da una condizione di inferiorità, di subordinazione a quella di «leader».
L’iniziando , in realtà, sa che se superate le «prove», i pericoli, avrà finalmente la chiave del rito, conoscerà i miti di fondazione e di origine del gruppo, sarà delegato ad azioni di prestigio come, per esempio, il culto degli antenati e le investiture di guerra.
Da tutto questo sono escluse le donne, che sono le non iniziate per eccelleza, relegate al «non essere» e la cui condizione è simile a quella dell’iniziando di sesso maschile ( I ragazzi della tribù Yaunde del Kamerun , durante il loro «noviziato», debbono attaccarsi alle gambe alcune foglie di banano a indicare che sono ancora «donne» ).
Da un comportamento «minimalista» proprio di chi si nasconde sempre, che non è attento alle lezioni perché non interessano, Paolo diventa «qualcuno» attraverso uno scontro e i compagni di scuola sono pronti a riconoscerglielo. Paradossalmente il mondo , ora, forse, per la prima volta mostra attenzione nei suoi confronti , si «accorge» di lui : uno degli insegnati decide di dargli come voto un «tre» mentre il preside vuole «punirlo». Quindi, c’è stato bisogno di un avvenimento «eccezionale» quale quello dei pugni tra due compagni di scuola, di una «rottura» con la quotidianità e creare così «il caso Paolo» e il suo momento di « gloria».
Mussolini usa alla Camera dei deputati il 13 maggio 1929,a proposito dell’educazione dei giovani, queste parole : «I fanciulli debbono essere educati nella nostra fede religiosa, ma noi abbiamo bisogno di integrare questa educazione, abbiamo il bisogno di dare ai giovani il senso della virilità, della potenza, della conquista».
In un passato recente il Ministero della Difesa e della Pubblica Istruzione chiamano, attraverso un concorso, gli studenti d’Italia delle scuole superiori a svolgere un tema sulle Forze armate: in palio vi sono «visite di addestramento» su carri armati, aerei e navi militari.
Il problema, dunque, è non Paolo ma un altro. La nostra cultura, la storia culturale dell’Occidente, è una storia dove la competizione, lo scontro, la guerra sono stati «valori» fondamentali, e malgradrado tutto, continuano ad esserlo.
Il modellamento culturale varia da gruppo a gruppo, ma per quanto riguarda la storia occidentale si è fondato, fin dalle radici greche e romane, sul valore bellico,
Paolo, il suo compagno di lotta, i suoi compagni di classe e di bar, i suoi insegnanti, il suo preside, vivono all’interno di un modello bellico, «dionisiaco» , di sfida del nemico e della morte attraverso la guerra, vista come iniziazione ultima al trascendente. E’ un modello il cui ordito è disegnato dalle «stragi del sabato sera» sulle strade, da ragazzi che lanciano pietre sulle macchine dal cavalcavia per dare, forse, la morte, appunto, all’ignaro automobistista. (Durante la prima guerra mondiale, i giovani invece della «strada» e del «cavalcavia» hanno come spazio dell’iniziazione alla morte «la trincea», dove il potere verifica chi vince e chi perde).
Paolo diventa, allora, un capro espiatorio, la vittima, su cui ricadono anni di silenzio da parte delle istituzioni sulla globalità di quei valori che egli ha tovato nascendo in un determinato contesto.
Cosa significano, del resto, i videogames a cui Paolo dedica il suo tempo? Chi li ha inventati? Essi sono divisi in quattro giochi : Murder (assassino); sport, Rider (cavalcatore ), Sex (sesso). Quattro giochi che corrispondono a quattro realtà che come la cronaca ci testimonia, si richiamano le une con le altre.
Paolo preferisce il primo gioco che consiste nell’eliminare sagome umane con una pistola. Dal simbolismo del gioco Paolo passa alla concretezza dello scontro con il suo compagno senza mediazioni di sorta. Ma questo è vero anche per molti altri ragazzi, coetanei di Paolo che passano dal gioco all’»azione» : le «baby gangs» americane, gli «ultras» e le loro partite di calcio «blindate», manifestazioni che sono l’intrecciarsi dello sport-gioco-individuazione dell’avversario-sua eliminazione.
Oggi si tende alla parificazione dei ruoli nella direzione dei valori maschili per cui abbiamo donne che si interessano di sport, si arruolano nell’esercito, rivendicano il diritto al sacerdozio, diventano “bulle”.
I giovani, i ragazzi, i bambini, invece, continuano ad essere vittime d’olocausto dei «grandi» , di chi ha il potere sacrificale.
Concludo con un ultima riflessione che solo apparentemente potrebbe sembrare non attinente a quello che ho chiamato il «caso Paolo» .
Oggi i maschi hanno lasciato la scuola non più prestigiosa al loro ruolo di dominatori.
La scuola , quasi completamente affidata alle donne, è finita col diventare un servizio al corpo, compito a cui, in realtà, le donne hanno sempre assolto : nella casa, nella famiglia, negli ordini religiosi, negli ospedali (gli infermieri sono in maggioranza di sesso femminile), nella preparazione delle salme. Molti istituti scolastici e tanti Provveditorati agli Studi sono diventati un triste «gineceo», uno luogo de-reale per studenti e operatori, dai quali è stata espunta la teorizzazione , la possibilità di un ripensamento globale della cultura dato che alla donna, nel nostro caso specifico alle «maestre» e alle «professoresse», non è stato mai richiesta dalla società la possibilità di porsi interrogativi «nuovi», di fare la Rivoluzione. E inoltre, quali possibili identificazione psicologica dei bambini e delle bambine , degli adolescenti e delle adolescenti, in insegnanti che appartengono ad un solo sesso, quello femminile? Nella nostra cultura l’insegnante ha un ruolo pseudo «materno» e non dà un sapere funzionale all’esistenza del gruppo (i pochi maschi rimasti nella scuola media e superiore, di conseguenza, hanno assunto un’immagine «femminile»).
Quello che ho chiamato il «caso Paolo», dunque, dovrà tenere in considerazioni tutti questi aspetti, per una sua possibile comprensione visto che in una cultura tutto conta, tutto manda significati che vanno sempre verso la stessa direzione di senso.

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